Il Santo della Parola

Che cosa significa fare informazione per una rivista come il "Messaggero di sant'Antonio"? Significa andare alla scuola della comunicazione del nostro Santo...
11 Giugno 2019 | di

Abbiamo bisogno di «giornalisti umili, che non vuol dire mediocri, ma piuttosto consapevoli che attraverso un articolo si può fare del bene ma anche, se non si è attenti e scrupolosi, del male al prossimo e a volte ad intere comunità. (...) In un tempo in cui molti tendono a pre-giudicare tutto e tutti, l’umiltà aiuta anche il giornalista a non farsi dominare dalla fretta, a cercare di fermarsi, di trovare il tempo necessario per capire. L’umiltà ci fa accostare alla realtà e agli altri con l’atteggiamento della comprensione. (...) Il giornalista umile è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti. Libero dai pregiudizi, e per questo coraggioso. La libertà richiede coraggio! (...) Il giornalista umile e libero cerca di raccontare il bene, anche se più spesso è il male a fare notizia. (…) Vi prego, continuate a raccontare anche quella parte della realtà che grazie a Dio è ancora la più diffusa: la realtà di chi non si arrende all’indifferenza, di chi non fugge davanti all’ingiustizia, ma costruisce con pazienza nel silenzio. C’è un oceano sommerso di bene che merita di essere conosciuto e che dà forza alla nostra speranza». (Papa Francesco ai Membri dell’Associazione Stampa estera, 18/5/2019).

Queste raccomandazioni di papa Francesco, il «Messaggero di sant’Antonio» ha cercato di farle sue da sempre. Da quando, in quel primo gennaio del 1898, ha visto la luce come semplice organo di collegamento con i devoti della Basilica. Antonio di Padova è stato il Santo della Parola per eccellenza. E non solo per le sue famose prediche o per i Sermones che compose per offrire ai frati spunti per la predicazione. In realtà soprattutto perché, come ha ricordato il Servo di Dio don Tonino Bello, lui si era convertito alla gente, ai suoi problemi e aveva imparato così la lingua dei poveri, delle situazioni concrete cui portava la buona notizia, il Vangelo di Gesù, nel linguaggio comprensibile della vita. Ed è così che è diventato un formidabile comunicatore. 

È questa la «scuola di giornalismo» a cui giorno dopo giorno noi giornalisti del «Messaggero di sant’Antonio» siamo cresciuti. Linguaggio comprensibile, attenzione agli ultimi, ricerca del bene nei meandri più nascosti della storia con la «s» minuscola, quella della gente comune. Ricerca di quei semi di speranza che, diffusi attraverso le nostre pagine, hanno contribuito, speriamo, a far germogliare il bene anche in situazioni difficili.

Una lettura della realtà, di tutta la realtà, anche quella apparentemente lontana dal mondo della devozione, a trecentosessanta gradi: perché quel Gesù Cristo che Antonio predicava ha scelto di farsi uomo e non è rimasto chiuso nel tempio, ma ha voluto rivolgersi alle folle, incontrarle, senza distinzione alcuna. Sta tutta qui la nostra «ricetta» di giornalismo alla «scuola di Antonio». Non a caso i direttori del «Messaggero» sono frati: il loro esserci dice ancora oggi che è sulle orme di Antonio e Francesco, e del loro «stile comunicativo», che vogliamo muoverci.

 

Puoi leggere l'intero dossier Comunicare il positivo sul numero di giugno del Messaggero di sant'Antonio e sull'edizione digitale della rivista

Data di aggiornamento: 11 Giugno 2019
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