Giappone tra storia, arte e mito

Nel corso dei secoli il Paese del Sol Levante ha attraversato varie fasi, maturando una cultura ricca e articolata. Una mostra a Treviso ne ripercorre le tappe a partire dalle opere di una collezione privata.
16 Giugno 2019 | di

Una volta tanto... partiamo dai luoghi comuni! Da una terra leggendaria popolata di guerrieri virtuosi e donne bellissime. Un Paese dove l’acqua scorre abbondante in ruscelli e si tuffa in spettacolari cascate tra picchi innevati e foreste di bamboo. Abbiamo ammirato spesso questo scenario bucolico in dipinti e incisioni d’antan. Più di recente, anche in film, fumetti (manga) e cartoni animati (anime). E il retaggio continua, di generazione in generazione. Provate a chiedere a bambini, adulti e anziani qual è la prima cosa che la parola Giappone richiama alla loro mente. Gran parte degli interlocutori scomoderà samurai, geishe, katane, ciliegi in fiore e carpe koi che scorrazzano nei laghetti zen. Tutti cliché, certo. Ma anche riferimenti da cui partire per scavare in profondità nella longeva cultura del Sol Levante.

È questo, in sintesi, l’intento della mostra «Giappone. Terra di geisha e samurai» aperta fino al 30 giugno alla Casa dei Carraresi di Treviso. Curato dall’esperto di arte orientale Francesco Morena e suddiviso in aree tematiche, il percorso raduna una novantina di opere (dal XV al XX secolo) provenienti dalla collezione del trevigiano Valter Guarnieri. Tra armature e paraventi, kimoni, rotoli dipinti e fotografie all’albumina, ogni oggetto rappresenta una tappa nel viaggio dal superficiale al particolare. Alla scoperta di una tradizione che, nonostante i chilometri e le differenze che la separano dall’Occidente, ha molto da insegnare a tutte le latitudini.

Agile come un felino, acuto e determinato come un rapace. Agguanta l’arco e si appresta a scoccare una freccia il giovane dipinto a inchiostro e colori su un rotolo di seta all’ingresso della mostra trevigiana. Non un granché come accoglienza, penserà qualche visitatore poco prima di perdersi nella variopinta livrea del guerriero. Paradigma di virtù e disciplina, questo personaggio ci introduce al primo topos dell’esposizione: i samurai. La sala parla tutta di loro, custodi della pace e delle tradizioni. Una classe militare al servizio del signore di turno dal XII secolo fino al 1876, anno in cui l’editto di Haitorei proibisce ai samurai di portare armi in pubblico.

Per capire di quali armi stiamo parlando è sufficiente ruotare la testa di 180°. Racchiusa in una calotta di vetro, la katana realizzata nella provincia di Bizen tra il XIII e il XIV secolo emette lampi di luce. A occhio dev’essere ancora affilata... Chissà quante vite avrà troncato quella spada. Ma l’arte del combattimento in Giappone non consiste solo nell’eliminazione dell’avversario. Oltre che guerriero, il samurai è anche un maestro di stile e un personaggio social, che si distingue nelle parate. Niente di meglio di un’armatura in seta, ferro e legno laccato per colpire l’immaginario del popolo.

Attraversiamo la sala sotto gli occhi di quattro presenze un po’ inquietanti. Appoggiate alla parete, ecco le uniformi datate XVIII-XIX secolo: con quelle corazze apparentemente leggere e le scarselle decorate, non dimostrano certo la loro effettiva tempra. Lontane anni luce dalle pesanti antenate europee, le armature orientali consentono maggiore libertà di movimento a chi le indossa. Il samurai, dunque, può spiccare il volo contro il nemico. Oppure restare a vigilare. Come l’aquila tra le rocce dipinta su un paravento nel 1814. L’accostamento non è casuale. Col volatile il guerriero condivide audacia e fierezza. Le stesse virtù che emergono dallo sguardo del samurai fotografato (con tutta probabilità) da Felice Beato (1832-1909), tra i primi reporter occidentali a trasferirsi in Giappone.

Spiritualità e tradizione

Il nostro viaggio nel Paese del Sol Levante prosegue nel segno del mito e della spiritualità. Affiancati da una coppia di paravento a sei ante che ritraggono due rakan (discepoli del Buddha) dipinti nel periodo Meiji (1868-1912), ci imbattiamo in varie sculture dell’Illuminato. Terra d’origine dello Shinto («Via degli dei»: dottrina panteistica in cui natura e divinità coincidono), nel VI secolo d.C. il Giappone ospita anche la nascita del buddismo zen (variante che attribuisce particolare importanza alla meditazione) per opera di Daruma. Mai sentito questo nome? Niente paura, perché in mostra avrete modo di incontrarlo più volte. Ritratto in rotoli di inizio ’900, il monaco orientale viene raffigurato sotto forma di gatto e contadino, con gli occhiali o avvolto in un cappuccio rosso a mo’ di matrioska.

A prescindere dal registro sacro o profano, l’ironia è sempre un ottimo escamotage per l’artista nipponico. Perché sdrammatizza e favorisce l’immedesimazione. Mentre alla nostra sinistra un drago emerso dalle nubi fa la posta a una tigre in una vivida reinterpretazione del dualismo maschio-femmina (dittico di rotoli dipinti nella prima metà dell’Ottocento), ci dirigiamo verso la terza sezione della mostra dedicata alla letteratura. Sulla scia del Man’yoshu («Raccolta di diecimila foglie», la più antica antologia di poesie giapponesi), incrociamo il demone Ibaraki (inchiostro su seta) addetto a vigilare sulla porta Rashomon di Kyoto.

Ammiriamo le coloratissime xilografie di Utagawa Hiroshige (1845 circa) e Utagawa Kuniyoshi (1852- ’53) tratte dal Racconto illustrato dei fratelli Soga e da Le sessantanove stazioni sulla strada del Kisokaido. Infine, ci tratteniamo con Basho, il maggiore poeta di Haiku (componimento poetico di diciassette sillabe), ad ammirare il monte Fuji (rotolo dipinto, prima metà del XX secolo). Il tempo vola quando si è in buona compagnia. Il nostro cammino però non è concluso. Alla sala successiva ci attendono sprazzi di vita quotidiana e di convivialità. È il caso del paravento che raffigura la danza del leone, pantomima inscenata in occasione del capodanno.

Accerchiati da ombrellini e kimoni, indugiamo davanti a una vetrina piena di menuki (piastrine scolpite che si fissano sotto l’impugnatura della spada) e kanagu (placche in metallo istoriato, applicate sulle borse da tabacco). Dai paraventi alle xilografie fino agli specchi istoriati in bronzo, la penultima sala è un concentrato di eleganza e bellezza. Sono queste le doti che, sin dal periodo Heian (794-1185), contraddistinguono la figura della geisha. Pelle cerea, volto ovale, capelli come l’ebano e ampie vesti dai colori brillanti: ecco l’ideale femminile giapponese, custode delle arti e delle buone maniere. Manterrà il suo ruolo fino alla metà del XIX secolo, quando, dopo duecento anni di isolamento, il Giappone cade in una profonda crisi socioeconomica e apre le frontiere all’Occidente. Il risultato – la diffusione del giapponismo tra pittori e collezionisti europei – è palpabile lungo tutto il percorso espositivo alla Casa dei Carraresi.

Guidati da sculture a forma di gru e vasi in porcellana, finiamo al cospetto di una tigre immortalata assieme al suo cucciolo su un paravento. Prima di lasciare la sala, l’occhio cade su dieci foto farcite di annotazioni. Sono l’originale diario di un viaggiatore spagnolo che visitò il Giappone nel 1884. In un istante stiamo già contemplando al suo fianco il Buddha di Kamakura, il tempio Daitokuin a Tokyo, il ponte sacro di Nikko... Il rischio di incappare in una visione poco realistica e troppo occidentalizzata c’è tutto. Ma ne vale la pena. Mentre il sole cala all’orizzonte, seduti all’ombra di un acero, ci perdiamo tra i vapori della cascata di Kirifuri. E allora passino pure i luoghi comuni, perché a noi questo Giappone un po’ surreale da cartolina piace tanto così com’è.
 

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Data di aggiornamento: 16 Giugno 2019
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