Morale della favola?

Le fiabe del passato hanno rappresentato, per lungo tempo, un sistema educativo che ha trasmesso valori ed esperienze. Il loro eclissarsi da un corretto orizzonte formativo ha forse contribuito a impoverire la sensibilità comune.
10 Aprile 2018 | di

Sono un cultore delle fiabe e delle favole, e ritengo che offrano insegnamenti espliciti e, più spesso, impliciti. Sono state trasmesse oralmente per secoli ed erano destinate agli adulti in tempi in cui, senza radio, tv e internet, i racconti e le narrazioni erano un modo per stare insieme, elaborare fantasie, sogni, paure e terrori.

Nel corso del tempo, a partire più o meno dal XVIII secolo, quei racconti furono pian piano aggiustati e resi idonei per l’infanzia fino a fare dei bambini i destinatari d’elezione delle fiabe e delle favole, sempre meno trasmesse oralmente e sempre più adattate ai piccoli e grandi schermi. Le fantasie e le paure oggi non sono più trasmesse dal gruppo e nel gruppo, e non di rado i più piccoli sono lasciati soli davanti a contenuti emotivamente coinvolgenti senza il necessario sostegno degli adulti.

Molte storie di origine fiabesca continuano a sopravvivere in vario modo, ad esempio attraverso i modi di dire. Uno di questi è «gridare al lupo, al lupo», ricavato da una favola attribuita nientemeno che a Esopo, nel VI secolo avanti Cristo. La morale di quella favola coincide con il modo di dire oggi in uso: chi lancia di continuo falsi allarmi, finisce per non essere più creduto anche quando l’allarme è fondato. Per esperienza sappiamo che il consiglio della fiaba è in linea di massima condivisibile, ma che dire di chi, per partito preso, per ignoranza, per quieto vivere o per convenienza, dubita a priori di chi grida «al lupo, al lupo»?

Prendiamo il tragico caso della strage compiuta a Latina all’inizio del mese di marzo, ennesima puntata di una serie di delitti contro le donne e i bambini che non accenna a finire. Una madre, straziata dalla violenza e dal clima di terrore instaurato in casa dal marito, si rivolge a destra e a manca chiedendo disperatamente aiuto.

Antonella Boralevi su «La Stampa» ha fatto una sintesi efficace di quanto è avvenuto: «I cronisti ci raccontano di violenze e aggressioni avvenute da mesi sotto gli occhi di tante persone. Dei colleghi della Findus, che strappano Antonietta Gargiulo alla rabbia del marito carabiniere. Delle bambine terrorizzate dal loro papà. Del parroco che telefona. Degli psicologi che effettuano il test attitudinale sul carabiniere Luigi Capasso. Degli assistenti sociali a cui Antonietta chiede di difendere le sue figlie. Di Antonietta che chiede aiuto al superiore del marito violento. Dell’esposto presentato da Antonietta. Dell’interrogatorio in cui racconta, di nuovo, il suo terrore, questa volta alla Polizia».

Per l’ennesima volta non viene preso seriamente il grido di allarme di una vittima, come se si trattasse di una persona che di solito grida «al lupo, al lupo» senza ragione. E, invece, il lupo c’era e si trovava in casa, così come è avvenuto in un gran numero di situazioni dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri. A quale titolo tutte le persone che hanno sentito, ma non ascoltato, l’invocazione di una madre disperata, si sono arrogate il diritto di sottovalutarla e di girarsi dall’altra parte? Che cosa ha spinto le persone a considerare il grido di Antonietta una manifestazione di allarmismo e non un segnale di allarme?

Con buona pace di Esopo, per mia esperienza di vita e di psicoterapeuta, ogni grido d’allarme e ogni richiesta di aiuto non può essere mai presa sottogamba, e prima di essere classificata come ingiustificata, occorre indagare seriamente.

Aggiungo che spesso le vittime non hanno nemmeno la forza e il coraggio di chiedere aiuto perché impaurite, intimidite, ricattate o timorose del giudizio sociale. In questi casi, occorre la disponibilità di tutti noi ad aiutare chi è in pericolo a trovare il coraggio di denunciare.

Lasciare sole le vittime ci rende corresponsabili delle conseguenze.

Data di aggiornamento: 10 Aprile 2018
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