Un patrimonio chiamato Fellini

Il 31 ottobre 1993, fiaccato da due ictus, si spegneva uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Vent'anni dopo l’Italia celebra un «mago del cinema» che ha fatto (e fa tuttora) sognare intere generazioni.
27 Settembre 2013 | di

Borsalino nero in testa, sciarpa rossa arrotolata al collo e l’immancabile megafono lasciato a riposare a terra, dopo una giornata di riprese. La sagoma tondeggiante che, adagiata su una sedia, contempla il tramonto in riva al mare è quella di Federico Fellini, o almeno di come l’amico Ettore Scola lo ricorda oggi, a vent’anni dalla morte, nel suo docufilm Che strano chiamarsi Federico, presentato lo scorso settembre alla settantesima Mostra del cinema di Venezia. Anno speciale, il 2013, per i fan del regista nato a Rimini nel 1920 così come per tutti coloro che conservano ancora nel cuore la sequenza del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi (La Dolce Vita, 1960) o il travestimento di Marcello Mastroianni, domatore circense in Otto e mezzo (1963). Dapprima vignettista, poi sceneggiatore e, quindi, regista, nei suoi ventiquattro film girati a cavallo tra l’inizio degli anni Cinquanta e il 1990 Federico Fellini ha raccontato storie di vittime e carnefici, di santi e peccatori, di paesi e di città, storie, insomma, di vita. «Il cinema è un modo divino di raccontare la vita, di far concorrenza al padreterno» spiegava il maestro al critico Giovanni Grazzini in un’intervista del 1983. Gli bastava un palco vuoto per emozionarsi e trasferire la stessa sensazione al suo pubblico.

Critici e giurati, cinefili e profani, prima o dopo tutti caddero sotto l’incantesimo di Fellini, irretiti da uno di quei sogni su pellicola che il maestro sapeva confezionare tanto bene. Non è un caso se in oltre cinquant’anni di carriera sugli scaffali del regista trovarono collocazione cinque Oscar (l’ultimo, alla carriera, nel 1993), dodici Nastri d’argento, tre David di Donatello e molti altri premi. Impresa surreale? Non per un «mago del cinema», come lo definì Italo Calvino. «Fellini è una delle persone più intelligenti e sensibili tra coloro che oggi svolgono un’attività creativa – commentava lo scrittore nel 1985 –. Ha la concretezza, che è la prima dote del poeta; ha la capacità propria del vero narratore di cogliere nel minimo dettaglio l’unicità di persone e ambienti e situazioni; ha la devozione artigiana al mestiere senza la quale nessuna idea può diventare opera d’arte».
 
Vent’anni da celebrare
È il 31 ottobre 1993: reduce da due ictus, Fellini si spegne in una sala del policlinico Umberto I di Roma. La folla che si presenta a rendere l’ultimo omaggio al maestro nel Teatro 5 di Cinecittà – dove è allestita la camera ardente – la dice già lunga sul legame tra questo «burattinaio del palcoscenico» e il suo pubblico. La stessa gente che per decenni il regista ha descritto nei suoi film, attraverso caricature e gag al limite del farsesco, ora sfila in penombra davanti al feretro, sulle note del motivo composto da Nino Rota per La strada (film con cui Fellini ottenne il primo Oscar).

Il giorno dopo, tra i banchi della Basilica di Santa Maria degli Angeli, la Hollywood italiana si stringe attorno a Giulietta Masina (con cui Fellini aveva appena superato i cinquant’anni di matrimonio). Dalla disperazione negli occhi di Vittorio Gassman allo sconforto di registi come Michelangelo Antonioni e Alberto Lattuada, l’impressione che aleggia durante il funerale di Stato di Federico Fellini è quella di aver perso non solo un grande artista, ma un vero patrimonio nazionale. Un patrimonio che, a vent’anni dalla scomparsa, il Paese continua a studiare attraverso reading, proiezioni e conferenze. Tra i più ferventi sostenitori dell’opera felliniana c’è Ettore Scola che, oltre a raccontare nel docufilm Che strano chiamarsi Federico l’amicizia col maestro riminese dai tempi del «Marc’Aurelio» (rivista satirica dove entrambi lavorarono negli anni Cinquanta) fino a quelli di Cinecittà, ha dedicato lo scorso marzo al regista il Federico Fellini festival (nell’ambito del quarto Bari international film festival, di cui è presidente).

Mai come a Rimini, patria di Fellini, batte tuttavia quest’anno il cuore dei festeggiamenti in concomitanza con l’anniversario dalla morte del regista. Nella cittadina romagnola il Comune ha predisposto fino a fine anno una scaletta fitta di seminari, spettacoli e rassegne che coinvolgerà accademici e critici, ma anche amici ed ex collaboratori dell’illustre romagnolo. A novembre sbarcheranno inoltre a Rimini la nuova edizione dell’Amarcord film festival e la mostra «I disegni di Federico Fellini dal Libro dei sogni», raccolta di un centinaio di riproduzioni degli schizzi che per trent’anni il regista annotò su due quaderni a ogni risveglio. A chi poi volesse visionare i manoscritti originali che tanto ispirarono Fellini nei suoi film conviene raggiungere il Museo della città di Rimini, dove da un anno sono custodite le oltre 570 pagine, sia in versione cartacea che digitale. Quanto al leggendario cinema Fulgor di Rimini, in assoluto la prima sala in cui il giovane Federico mise piede, bisognerà attendere l’autunno 2015 quando, a lavori di ristrutturazione ultimati, vi sarà inaugurata la Casa del cinema.
 
Ascesa di un sognatore
Federico il visionario, l’artista, il «vitellone» di provincia che seppe realizzarsi nella metropoli. E ancora Federico il donnaiolo, il bugiardo e il genio incompreso. Poche cose lo entusiasmavano più di un buon piatto di polpettone o di cappelletti in brodo, preparati secondo la ricetta di mamma Ida. Odiava le feste e le interviste, amava i quadri di René Magritte, la spiaggia (il luogo della riflessione e delle scelte) e il circo: «Ogni forma di spettacolo ha origine dal circo, o comunque, il circo ne è il precursore ideale se non cronologico» diceva il maestro.

Di Fellini si è scritto di tutto e di più. Difficile raccapezzarsi tra le tante leggende che lui stesso contribuì a diffondere. Di certo c’è che quel ragazzotto di campagna figlio di un rappresentante di dolciumi di Gambettola (Rimini) e di una romana d’estrazione borghese trovò nella capitale una seconda madre. Quando, nel ’39, si trasferì da Rimini a Roma con la scusa di frequentare la facoltà di giurisprudenza, in realtà il maestro aveva già le idee ben chiare: diventare giornalista. Grazie al pungente spirito critico e all’innata inclinazione artistica – «Scarabocchio da sempre, si tratta di una maniera di prendere appunti, di fermare le idee» ammetterà in seguito – Federico approdò ben presto al «Marc’Aurelio» dove divenne una delle firme di punta. La rivista, nata nel ’31, era una fucina di talenti: è proprio qui che il maestro incontrò Erminio Macario e Aldo Fabrizi per i quali iniziò a scrivere i suoi primi copioni.

Nel ’41 il ragazzo venne ingaggiato dall’Ente italiano audizioni radiofoniche come autore. Fellini era uno sceneggiatore ancora in erba quando incontrò l’attrice e futura moglie Giulietta Masina e lo scrittore teatrale Tullio Pinelli, suo compagno di lavoro per quasi cinquant’anni. La conoscenza che più di tutte gli cambiò la vita fu, però, nel ’45, quella con il regista Roberto Rossellini: sembra che in Roma città aperta e Paisà Fellini non si sia limitato a imbastire la sceneggiatura, ma abbia girato pure qualche scena di raccordo. «Per me Rossellini è stato come un acrobata che insegna a un apprendista come si deve tenere il bilanciere» spiegherà Federico Fellini in un’intervista del ’93.

Cinque anni dopo il battesimo alla regia: Fellini diresse, in coppia con Alberto Lattuada, Luci del varietà. L’insuccesso al botteghino non raffreddò il neo regista che nel ’52 ci riprovò, questa volta da solo, con Lo sceicco bianco, la storia di un’infatuazione destinata a risolversi in una bolla di sapone. Per quanto, a suo dire, non abbia mai desiderato prima fare il regista, dietro alla macchina da presa Fellini si sentiva a proprio agio. Il mondo di celluloide gli permetteva di sviscerare i temi che più lo stimolavano, raggiungendo una platea pressoché illimitata. Parlò di responsabilità e iniziazione in I vitelloni (1953), di emarginazione, innocenza e redenzione in La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957).

Col passare degli anni si svincolò dall’ispirazione neorealista a vantaggio di un individualismo sempre più fantastico e simbolico. Finché, nel ’60, raggiunse la consacrazione definitiva con La dolce vita: proprio come un quadro cubista dalle molte sfaccettature, il film era un collage di situazioni e luoghi comuni nella città eterna degli anni Sessanta. In sette episodi interpretati dal giornalista a caccia di scoop Marcello Rubini – alias Marcello Mastroianni, che da qui in poi diventerà l’«attore-feticcio del regista riminese» –, Fellini abbandonò gli schemi narrativi tradizionali per raccontare una società decadente e caotica, in cui fede e spirito cristiano non trovavano più spazio. 

Scorrendo ancora la filmografia di Fellini, uno degli elementi che ricorrono più spesso è quello autobiografico. Se in Otto e mezzo (1963), il guarda caso regista Guido Anselmi, colpito da crisi esistenziale, si rifugiava in uno stabilimento termale in cerca di ispirazione, mai opera di Fellini fu tanto intrisa di memorie come Amarcord (che in dialetto romagnolo significa «io mi ricordo»). Ma il passato per il regista non si riduceva mai a mera nostalgia: «Fellini partiva dalla memoria e la portava nel presente per creare il futuro – precisa Paolo Fabbri, docente di semiotica della marca allo Iulm di Milano –. La sua grandezza sta nell’aver affrescato un’idea, uno stile di vita, un’Italia che ancora oggi la gente associa al suo nome».

Gli anni Ottanta erano alle porte e il rimpianto per il cinema d’antan si faceva sempre più evidente. Dopo La città delle donne (1980), ennesima dichiarazione d’amore al mondo femminile, Fellini affrontò il tema del viaggio in E la nave va (1983), riflessione sulla storia del cinema con rimandi al mondo dell’opera lirica. Nauseato dalla società contemporanea, da una televisione demenziale e da una pubblicità invadente, Fellini intraprese con Ginger e Fred (1986) una personale guerra al consumismo. L’insofferenza verso un’Italia chiassosa prese ancora una volta i toni della satira nell’ultima fatica del maestro, La voce della luna (1990), «Un film inventato giorno per giorno», commenterà Fellini intervistato pochi mesi prima di morire.

Congedandosi da questo mondo alla vigilia di Ognissanti del 1993, il maestro lascerà dietro di sé una lunga coda di progetti incompiuti. «Uno di questi – spiega Antonio Costa, docente di cinema e arti visive allo Iuav di Venezia – è Il viaggio di G. Mastorna, ispirato al racconto di Dino Buzzati Lo strano viaggio di Domenico Molo». Chissà se in futuro qualche suo degno successore troverà il coraggio di recuperarne la sceneggiatura. Nel frattempo non resta che ripiegare sulle opere dei due registi che, a detta di Francesca Fabbri Fellini, nipote del grande Federico, attualmente sarebbero gli unici eredi del maestro: «Il cinese Wong Kar Wai e lo statunitense Terry Gilliam. Guarda caso quest’ultimo è un bravo disegnatore, proprio come zio Federico!».

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017