Patria e fede nel nome di Scalabrini

Cultura e tradizioni hanno unito una comunità altrimenti destinata a perdere le proprie radici. Un'eredità di valori che si cerca di trasmettere a una società secolarizzata.
15 Marzo 2010 | di
Melbourne
Il silenzio era profondo: partecipanti e concelebranti in silenzio assoluto. «Ma cosa stanno combinando!» pensai tra me. Era la messa celebrata nella Chiesa di Tutti i Santi, a Fitzroy – parrocchia gestita dai primi missionari Scalabriniani nel 1960, e culla storica della Federazione Cattolica Italiana – come ringraziamento per il dono della sua comunione. Tra i federati, il primo, in canottiera, esce dal proprio posto e passa, di banco in banco. A lui se ne aggiungono subito altri che danno l’impressione di essere alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Nessuno di essi parla. A un tratto abbandonano gli indumenti da lavoro per indossare una camicia rossa, simbolo emblematico usato durante la celebrazione, e iniziano ad abbracciarsi, a baciarsi, a stringere la mano del vicino, a salutarsi.
La sensazione che se ne trae, è un evidente richiamo a quanto provvidenziale fosse stata la fondazione della Federazione Cattolica Italiana, ma anche quanto, una storia durata cinquant’anni, abbia caratterizzato il binomio patria e fede, concetto caro al cuore del beato Giovanni Scalabrini.
La prima riunione era avvenuta nel mese di agosto del 1960 in uno scantinato della parrocchia di Tutti i Santi. Questa fu la prima parrocchia affidata ai missionari Scalabriniani dall’allora arcivescovo Daniel Mannix. L’avvenimento creò non poche apprensioni al leader storico degli irlandesi d’Australia. Le riunioni preliminari avevano creato la convinzione che, nonostante all’interno della Chiesa australiana si fosse formata l’idea che gli italiani fossero poco attenti alla dimensione cristiana nella loro vita, era arrivata l’ora di dare un segnale preciso.
La nascita della Federazione Cattolica Italiana impresse i primi segnali positivi, allora forse inconsapevolmente. I primi membri della Federazione Cattolica, provenienti da diverse regioni della penisola italiana, ruppero quegli schemi che, in seguito, furono adottati dalla stragrande maggioranza del mondo associazionistico italiano, ancorato all’appartenenza allo stesso paese o alla stessa regione italiana. Questo elemento, che allora doveva apparire come forza innovatrice e rivendicatrice, era la dimostrazione concreta che la fede unisce, e non divide.
I primi volontari laici erano stati selezionati in base alla loro disponibilità ad agire per il Regno di Dio in base al ripetutissimo motto dell’organizzazione: «Christus Regnat». È pur vero che si poteva contare sulla presenza dei preti, gli Scalabriniani, ma la selezione era avvenuta con un preciso scopo: che l’emigrante italiano, nonostante il livello poco elevato di scolarizzazione, era capace di diventare soggetto attivo di una storia e di un’esperienza che con l’andare del tempo sarebbe aumentata. E non fu da meno la storia della Federazione Cattolica Italiana.
Si trattava quindi di una missione vera e propria: l’emigrante italiano come testa di ponte per altri emigranti italiani, secondo lo spirito che più tardi riceverà con la ratifica della Conferenza dei vescovi australiani, mediante uno statuto specifico.
Questa consegna missionaria laica è stata e rimane piuttosto unica in campo migratorio, e avveniva alla vigilia del Concilio Vaticano II dove il rapporto tra clero e laicato è stato ulteriormente precisato. Anche se l’appoggio dei missionari Scalabriniani non venne mai meno, modificandosi leggermente con il passare del tempo, la Federazione Cattolica Italiana rimane un’organizzazione laica pienamente autonoma con varie sezioni – tuttora distribuite in tre stati: Victoria, New South Wales e Queensland – e con circa 860 membri, gestite da un Comitato nazionale e da altrettanti a livello locale.
Dopo 50 anni di vita, le esigenze dei federati e della comunità italiana, in particolare, sono fortemente mutate. Rimane irrisolto e attualissimo in questa comunità australiana profondamente secolarizzata, quanto ha sottolineato il vescovo Joe Grech durante la messa di apertura celebrata nella Chiesa di Oak Park, a Melbourne: la necessità di avere e formare profondi e coerenti testimoni della fede.
Le risorse umane della Federazione Cattolica Italiana possono contare su un buon livello di entusiasmo e di consapevole ammirazione per la loro Associazione che ha saputo superare innumerevoli difficoltà e si è resa, a livello di sezioni nelle diverse comunità parrocchiali, portatrice di valori cristiani e umani. Non mancano i giovani anche se sono pochi. Un libro commemorativo, di prossima pubblicazione, fornirà maggiori dettagli.

(*) Scalabriniano
Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017