Olimpiadi, tra mito e passione

Tutto pronto per le XXX Olimpiadi. Si svolgeranno a Londra, dal 27 luglio al 12 agosto. Circa 300 gli atleti azzurri alla ricerca di un record o di una medaglia. A suggello di una competizione che, come un evento epico, il tempo riveste di aura mitica.
26 Giugno 2012 | di

Trenta. È il numero dell’edizione 2012 delle Olimpiadi. La quarta del XXI secolo. La terza ospitata da Londra, unica città a vantare tale primato: la sua prima volta fu nel 1908, la seconda nel 1948, dopo il secondo conflitto mondiale. Proprio in quell’occasione, Emil Zatopek, mitico oro nei 10 mila metri, dichiarò davanti al pubblico: «Dopo i giorni bui è come se il sole fosse sorto un’altra volta. Non ci sono né frontiere, né barriere, solo uomini e donne che si ritrovano insieme». Un’immagine di speranza che anche oggi, nel pieno di una crisi economica mondiale, in molti si sentono di condividere.
La scelta di Londra come sede dei Giochi era stata annunciata ufficialmente quattro anni fa, esattamente il 24 agosto. In quel giorno a Pechino, nel famoso stadio a Nido d’Uccello fece il suo ingresso un bus rosso a due piani, uno dei grandi simboli londinesi. Sullo sfondo, le note della chitarra elettrica di Jimmy Page, leggenda dei Led Zeppelin, gruppo britannico che fece la storia del rock degli anni Settanta. Il messaggio era chiaro: Londra annunciava la sua Olimpiade nel segno della storia, della cultura e della tradizione.
Un conto alla rovescia scandito minuto per minuto, a partire dal marzo scorso, da un grande orologio posizionato a Trafalgar Square, nel cuore della metropoli. E ora finalmente ci siamo: fischio d’inizio, il 27 luglio; chiusura, il 12 agosto con la gara simbolo dei giochi, la maratona.
 
Una sfida per la città

In appena due settimane si disputeranno circa 300 competizioni nelle 26 differenti discipline, per un totale di oltre 10 mila atleti partecipanti. Non mancheranno ovviamente le novità, come l’introduzione della boxe femminile: sino a questo momento, infatti, il pugilato era l’unico sport olimpico che non prevedeva la partecipazione delle donne.

Dovranno, invece, aspettare ancora altre discipline, per le quali è già stata avanzata domanda di accesso ai Giochi olimpici: baseball e softball, karate, rotelle e squash.
Ad affiancare la grande kermesse non mancheranno nemmeno i progetti culturali, a cominciare proprio dalle Olimpiadi della cultura che, nelle scorse settimane, hanno fatto il loro esordio a Londra e in altri luoghi limitrofi di particolare interesse storico con concerti, programmi, rappresentazioni teatrali.
Per l’evento planetario la città si è ridisegnata anche dal punto di vista architettonico, facendo scendere in campo progettisti tra i più prestigiosi al mondo, come Zaha Hadid. Dopo le Olimpiadi, le strutture resteranno a disposizione della comunità: si va dal villaggio olimpico (nel quale, a Giochi finiti, saranno ricavati 3.300 appartamenti) alla metropolitana (i 402 chilometri dell’underground sono stati rimodernati per rendere accessibile ogni sito olimpico) agli impianti sportivi (33 quelli nuovi).
 
Luci e ombre

Anche i numeri sono da record. Compresi quelli dei costi, irrimediabilmente lievitati. Solo alcune cifre: i Giochi di Sidney, nel 2000, costarono 4,2 miliardi di sterline, quelli di Atene, nel 2004, 8,9 miliardi. Per Londra, dal costo iniziale previsto di 2,37 miliardi di sterline si è passati, nel 2007, a 9,3 miliardi, per giungere agli odierni 12 miliardi, con il rischio che, al termine dell’evento, la cifra raddoppi toccando la soglia record di 24 miliardi di sterline.
Cifre da capogiro che fanno pendant con una mediatizzazione da brivido. Per l’Italia, ad esempio, sarà la prima volta a pagamento. Sky Sport HD, televisione ufficiale delle Olimpiadi, garantirà una copertura mai vista prima: 12 canali dedicati in HD a cui si somma, per la prima volta in Italia, un canale 3D riservato solo ai Giochi. Oltre 2 mila ore di gare in diretta e tutte le 959 medaglie. Sky trasmetterà tutta l’Olimpiade (1.600 ore) grazie anche ai suoi numerosi canali; la Rai manderà in onda, in 200 ore, tutte le gare «importanti» che riguardano gli azzurri. Si prevede che saranno oltre 4 miliardi le persone che seguiranno i Giochi in tv in ogni angolo del pianeta. Perché le Olimpiadi uniscono tutti. Ne è convinto anche un indimenticato campione nostrano, Livio Berruti, atleta straordinario (medaglia d’oro sui 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960), che ricorda: «La forza dello sport e delle Olimpiadi è quella di unire i popoli. È sempre accaduto, in qualsiasi epoca i Giochi si siano svolti. Quel pomeriggio del 3 settembre 1960 sulla pista magica dell’Olimpico vinsi. E la mia vita cambiò. Perché un’Olimpiade resta nell’immaginario collettivo come poche altre manifestazioni al mondo».
 
Emozione azzurra

Gli atleti italiani saranno circa 300. Erano 346 a Pechino 2008, dove si sono aggiudicati 27 medaglie, di cui 8 ori; 367 ad Atene 2004, 32 medaglie, 10 ori; 366 a Sidney 2000, 34 medaglie, 13 ori; 346 Atlanta 1996, 35 medaglie, 13 ori. Tra i campioni, alcuni veterani alla sesta, settima, ottava Olimpiade, eppure ancora emozionatissimi. Come Valentina Vezzali − prima schermitrice al mondo a essersi aggiudicata 3 medaglie d’oro olimpiche in tre consecutive edizioni, più altri 2 ori olimpici in squadra − scelta dal Coni quale portabandiera dell’Italia: «Sono molto emozionata perché so di rappresentare un Paese di uomini e donne che non si arrendono mai», afferma.
Tra i veterani anche Josefa Idem, alla sua ottava Olimpiade. O il canoista Rossano Galtarossa, alla sesta: «Il mio viaggio – racconta – ha avuto inizio quand’ero ragazzino. Facevo basket, la canoa arrivò dopo come sport di completamento. Ero alto due metri e ai miei genitori consigliarono la pratica di un secondo sport per armonizzare la crescita. Scelsi la canoa e fu la decisione giusta. La longevità atletica? Non è un dono, è qualcosa che si coltiva. Nel fisico: con allenamenti quotidiani costanti, intensi, anche di 5-6 ore in vista di gare importanti come questa. Ma soprattutto nella mente. L’anagrafe conta, certo, ma è, prima di tutto, una questione di testa: bisogna amare la competizione. Io avevo voglia di vincere sin da ragazzo, e ancora ce l’ho: l’Olimpiade è un’emozione ogni volta diversa, non ci si fa mai l’abitudine».
Accanto all’emozione di lunga data, quella di chi quest’anno parteciperà ai Giochi per la prima volta. Come Arianna Barbieri che nuoterà i 100 dorso: «La qualificazione olimpica è il coronamento di un grande sogno, di tanti sacrifici. Ci speri sempre perché in un sogno bisogna crederci. Poi, quando arriva, fatichi a rendertene conto. Ora cercherò di fare la mia parte».
Emozione alle stelle anche per quanti non gareggiano direttamente, ma fanno comunque parte della grande macchina organizzativa: dai commissari tecnici ai preparatori atletici, dagli assistenti delle anime a quelli dei muscoli, da chi si occupa dell’alimentazione dei campioni ai tanti giovani che, grazie a questo evento, hanno trovato un lavoro, anche se a tempo determinato.

A questo «esercito» si aggiunge quello degli operatori dell’informazione. Giorgio Viberti, giornalista di «Tuttosport», non nasconde l’emozione. Con il fratello gemello Paolo, cronista sportivo a «La Stampa», ha preso in mano e completato la leggendaria storia delle Olimpiadi, interrotta da Stefano Jacomuzzi con l’edizione di Monaco 1972, funestata da un atto terroristico (Storia delle Olimpiadi. Gli ultimi immortali, ed. Sestante). Viberti è alla sua nona Olimpiade: «Oltre alla bellezza dello scrivere, l’emozione che mi prende ogni mattina è sapere che sarò lì a vivere questo evento. L’Olimpiade ha un’aura unica. È quella dell’impresa leggendaria, del traguardo che si fissa nel tempo e vi rimane, senza che nessuno possa infrangerne, appunto, quell’aura. Non è un caso che si usi dire “l’ex campione del mondo”, ma mai “l’ex campione olimpico”. Perché l’oro dei Giochi rimane tutta la vita, e anche oltre. È là, statuario, indistruttibile, non conosce la corrosione del tempo, anzi è proprio l’incedere del tempo ad arricchirne il significato». Epico, appunto. Immortale.
 
I NUMERI

302 il numero di gare

33 i nuovi impianti realizzati

549 medaglie in palio

10.500 atleti in gara

204 nazioni partecipanti

17 mila posti letto al villaggio olimpico

244 € costo medio di un biglietto per l’atletica

80 mila la capacità dello stadio Olimpico

70 mila volontari impegnati

12 mila agenti di polizia in servizio

12 miliardi di sterline finora spesi

300 gli azzurri in gara
 

Monsignor Mario Lusek

Il ct delle anime
 
La squadra azzurra alle Olimpiadi potrà contare anche su un cappellano. Si tratta di monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza episcopale italiana.

Msa. L’idea del cappellano alle Olimpiadi è scaturita da una richiesta particolare?

Lusek. La presenza del cappellano è iniziata con le Olimpiadi di Seoul nel 1988, in seguito alla costituzione, nell’ambito della Cei, dell’Ufficio per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport e, quindi, della collaborazione con gli organismi sportivi istituzionali, in particolare il Coni. È stato quest’ultimo, poi, a introdurre tale figura, accreditata nel suo organigramma e membro della famiglia olimpica. La volontà di una tale presenza nasce dal lavoro di impegno e testimonianza della Chiesa nel mondo dello sport, una delle frontiere della sua azione pastorale.

Sono molti i Paesi che possono contare su una figura di questo tipo?
L’esperienza italiana è unica nel suo genere. All’interno del villaggio olimpico l’organizzazione prevede la presenza di un centro multi-religioso, con spazi per la preghiera e il culto per gli appartenenti alle differenti confessioni o fedi. Diverse nazioni – penso alla Polonia, seguita da un vescovo, all’Austria o alla Germania, per restare in ambito cattolico, fino alla presenza protestante e anche ortodossa – hanno al seguito un cappellano, che non vive però all’interno del villaggio, ma vi accede di volta in volta.

Come si avvicinerà agli atleti?
Cercherò di farlo con un atteggiamento non invasivo, ma di prossimità e amicizia. Ormai la presenza del prete è conosciuta, valorizzata e apprezzata. Dal mio predecessore, l’attuale vescovo di Fidenza monsignor Carlo Mazza, ho ereditato, oltre a una stola, anche una modalità di approccio che può essere paragonata a quella di un prete in un qualsiasi oratorio. Tutti sanno che c’è, che è disponibile per qualsiasi motivo, che condivide gli entusiasmi e le preoccupazioni, che è partecipe delle vittorie ma anche dei nervosismi, delle tensioni. Che in certi momenti si ritira per la preghiera e in altri propone a tutti di celebrare, soprattutto nei giorni festivi, quel Signore che vuole tutti campioni nella vita riservando loro un premio che, come dice il salmo, vale «più dell’oro fino».

Come si svolgerà il suo compito?
Il villaggio sarà come una parrocchia. Alle Olimpiadi la mobilità è continua, le sfide si susseguono incalzanti; le celebrazioni e la mia presenza vanno incastonate tra gli allenamenti, le gare, i pasti, le cerimonie ufficiali. Ma forse i momenti più veri saranno quelli della quotidianità: l’incontrarsi negli ascensori, nella fila verso la mensa, nell’attesa dei trasporti, dentro gli stadi prima delle gare, a Casa Italia per festeggiare, sperando capiti spesso.

Cosa le chiedono in genere gli atleti?
Il filo conduttore è la ricerca di sé. Gli atleti sono dei giovani e, come tutti i giovani, soffrono di tensioni molto forti per gli occhi puntati su di loro, per le attese riposte nei loro confronti, per una preparazione lunga e faticosa che viene messa alla prova. In fondo si vive l’esperienza sportiva come metafora dell’esistenza e – perché no? – della ricerca di Dio.

E l’approccio con chi non crede?
Un prete ha uno sguardo di attenzione verso tutti: il senso religioso è molto diffuso, anche se a volte praticato in forma scaramantica. C’è un vissuto umano che rende gli atleti persone capaci di trasmettere non solo la gioia per una vittoria, ma anche i valori che le stanno dietro, come la fatica, il sudore, l’impegno. È una bella gioventù, differenziata negli atteggiamenti religiosi ma non indifferente. E con cui è possibile un dialogo franco e aperto.

Don Mario è uno sportivo?
Amo lo sport, ma non sono un tifoso accanito, anche se mi sono ritrovato sugli spalti olimpici a esultare e qualche volta a rimpiangere. Questa è una passione che coinvolge senza che ce ne accorgiamo. Ed è una grande risorsa educativa. Come Ufficio Cei abbiamo scommesso su un impegno che deve ricominciare dal basso. Perché i primi segnali di inquinamento li vediamo già nello sport di base.

Cinzia Agostini
 

29 agosto – 9 settembre

Paralimpiadi, l’avventura continua
 
Fissate queste date in agenda: 29 agosto – 9 settembre. E non dimenticate, in quei giorni, di seguire le «altre» Olimpiadi. Le Paralimpiadi, i giochi che avranno come protagonisti atleti con disabilità, vedranno cimentarsi gli azzurri in 12 discipline. «Tra i veterani – spiega Stefano Tonali del Comitato italiano paralimpico –, Andrea Alberto Pellegrini, alla sua quinta Paralimpiade (pallacanestro e scherma). Nella scherma quarta Olimpiade per Loredana Trigilia. Portabandiera Oscar De Pellegrin (tiro con l’arco), alla sua sesta olimpiade come Alvise De Vidi che gareggia per l’atletica leggera; alla quinta esperienza Clara Podda per il tennistavolo; alla quarta Fabrizio Macchi nel ciclismo, Maria Nardelli nel tennistavolo, Fabian Mazzei nel tennis in carrozzina, Giancarlo Iori nel tiro a segno; alla terza nel ciclismo Fabio Triboli, nel canottaggio Daniele Stefanoni, nel tiro a segno Azzurra Ciani: e parliamo di atleti tutti medagliati. Alla seconda, infine, Cecilia Camellini, classe 1992 (a Pechino ha vinto due medaglie d’argento nel nuoto)».

Fra le new entry, nell’atletica, tre donne: Martina Caironi, Annalisa Minetti (già vincitrice di un festival di Sanremo) e Assunta Legnante. «Legnante viene dalla Fidal e dal mondo olimpico – sottolineano al Comitato Paralimpico –. Ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino. Negli ultimi due anni, un distacco della retina l’ha portata alla cecità e, da pochi mesi, è entrata a far parte del nostro Comitato. Nuova leva anche Alessandro Zanardi, ex pilota di Formula 1 che ora gareggia nella disciplina dell’handbike». Tedofora sarà Bebe. Beatrice Maria Vio, per tutti Bebe, ha 15 anni, è di Mogliano Veneto (TV). Una vita normale, la sua, tra scuola, amici, famiglia, gruppo scout e l’amatissima scherma. Fino a quando, a 11 anni, viene colpita da una meningite fulminante, sfociata in un’infezione. Riesce a salvarsi, ma le conseguenze non lasciano via di scampo: le vengono amputati i quattro arti. Determinanti, nella ripresa, la vicinanza e l’amore dei genitori, dei compagni di scuola e degli amici, la volontà forte di ricominciare a tirare di scherma, e l’incontro con Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano che corre con protesi a entrambe le gambe. Bebe, incoraggiata dal suo esempio, si è fatta costruire delle protesi speciali per braccia e gambe e ha ricominciato a vincere. Di recente è arrivata prima agli Italiani assoluti, seconda alla Coppa del mondo. Non è riuscita a qualificarsi per Londra, ma nella capitale inglese ci sarà. «C’era un unico posto come tedoforo nella categoria dei futuri paralimpici – spiega –. Tanta gente, anche da varie parti del mondo, ha caldeggiato la mia candidatura al Comitato promotore. E hanno scelto me! Ho solo una grande paura: quella di cadere. Ma voglio farcela».

Cinzia Agostini 

Campioni Azzurri del passato
 

 
Quel podio chiamato vita

 
di Alessandro Bettero

Sono stati atleti olimpici. Hanno vinto medaglie che hanno reso onore all’Italia, accendendo i cuori e le passioni degli sportivi. Oggi sono affermati professionisti, imprenditori, funzionari pubblici, testimonial di quella disciplina, fatta di dedizione, allenamento, concentrazione, che ne ha fatto dei memorabili campioni sui campi di gara di tutto il mondo, ma in particolare nella vita, come rivendica il velocista Pietro Mennea (medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nei 200 metri, e oro a Mosca nel 1980 nella stessa specialità), nel suo recente libro La corsa non finisce mai (Lìmina, pagg. 214, euro 16,00). Ma non è l’unico. «I miei allenatori, sia quando ero giovanissimo che negli anni successivi, mi hanno sempre ripetuto: “Ricordati che se vuoi essere un atleta, devi metterti in testa di fare tantissima fatica. E ne ho fatta davvero molta», gli fa eco Alberto Cova, medaglia d’oro nei 10.000 metri piani alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984. L’atleta comasco si occupa oggi di formazione manageriale.
E porta la sua esperienza sportiva nelle aziende, lavorando sulle analogie tra sport e vita professionale.

«A 7 anni mi hanno preso alla scuola di scherma. A 15 ero già nel giro della nazionale», ricorda invece Mauro Numa, doppio oro, anch’egli a Los Angeles: nel fioretto individuale e in quello a squadre. La convocazione in nazionale richiede continui allenamenti e preparazione atletica. «Senza la scherma non avrei potuto prendermi certe soddisfazioni – ammette l’allievo del mitico Livio Di Rosa –, e poi mi ha dato la possibilità di girare il mondo, e di conoscere tanta gente». Più dura l’esperienza di Sara Simeoni (argento nel salto in alto alle Olimpiadi di Montréal nel 1976; oro a Mosca nel 1980, argento a Los Angeles nel 1984): «Mi sono dovuta allontanare da Verona per trasferirmi al Centro di preparazione olimpica del Coni, a Formia (Latina), a settecento chilometri dalla mia famiglia. In certi momenti mi sono sentita un po’ sola e, di fronte a certi problemi, ho imparato ad arrangiarmi e a risolverli in solitudine». Decisamente più positiva l’esperienza di Novella Calligaris, regina italiana del nuoto alle Olimpiadi del 1972 a Monaco dove conquistò un argento nei 400 stile libero, un bronzo negli 800 stile libero, e un altro bronzo nei 400 misti. Oggi è un’affermata giornalista. «Personalmente non ho rinunciato a nulla. Lo sport praticato durante l’adolescenza mi ha insegnato a gestire il tempo con razionalità. Per il resto, ho vissuto appieno la mia età: studiavo, mi allenavo, andavo a divertirmi, stavo con gli amici».

L’attività fisica contribuisce a formare il carattere di un giovane, e può premiarne i sacrifici, soprattutto quando si sale sul gradino più alto del podio. «Allora ti vedi passare davanti agli occhi tutta la vita» conferma Sara Simeoni. Cova è convinto che lo sport «possa anche essere solo un momento di piacere, di benessere, e di attività da condividere con amici e colleghi». Numa ha interpretato questo spirito alla lettera. Infatti, nel tempo libero, è tornato in pedana. Questa volta con la sciabola. Quando smette la divisa dell’Arma dei Carabinieri, coinvolge un po’ di adulti nella scherma. Calligaris è d’accordo: «Non è necessario che uno debba diventare campione del mondo. Deve essere campione di se stesso. E questo messaggio va rivolto soprattutto ai giovani. Lo sport è una grandissima scuola di vita perché aiuta a socializzare». Anche a dispetto di tutto ciò che, a volte, lo contamina e lo appanna, come il doping o le scommesse illecite.
 
Campionesse d’oggi. La ginnasta Elisa Santoni

La danza della libellula
 
Si libra leggera nell’aria proprio come una libellula. È questa l’impressione che si coglie vedendo in pedana la ginnasta romana Elisa Santoni: medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004, e a un soffio dal podio di Pechino nel 2008.

Msa. Come si vive emotivamente il periodo che precede una gara importante?
Santoni. Cerchiamo di riprodurre lo stress di gara tramite esibizioni e allenamenti con il pubblico, e testiamo il nostro livello di preparazione confrontandolo con quello delle nostre avversarie nelle gare di Coppa del mondo. Ma se la preparazione è la stessa per ogni gara, la differenza è nel controllo emotivo. L’atmosfera unica e magica che avvolge le Olimpiadi può infatti creare una tensione diversa nella competizione, e influire in modo notevole.

Nella sua carriera c’è mai stato un evento che le ha fatto balenare l’idea di abbandonare lo sport?
La delusione più cocente è stata quella provata alle Olimpiadi di Pechino perché a relegarci ai piedi del podio non sono stati degli errori commessi in pedana, ma una classifica che ha visto la squadra ospitante salire sul secondo gradino.Quando esegui due esercizi praticamente perfetti e, guardando il tabellone, ti vedi al quarto posto, ripensi a tutti i sacrifici, alle rinunce fatte, ed è veramente difficile voltare pagina e ricominciare. Eppure noi l’abbiamo fatto anche grazie alla nostra allenatrice, Emanuela Maccarani, che ha saputo ridarci carica e motivazioni.

Lei ha dei piccoli «riti»? Ricorre a qualche «gesto scaramantico» prima della gara?
Anni fa riservavo un angolo della borsa ai miei peluche «portafortuna». Ora mi piace trovare altri modi per avere la carica giusta. Scelgo una canzone che nel periodo pre-gara è in grado di trasmettermi più energia, e la ascolto più volte al giorno, anche prima della competizione.
 
Il menù olimpico dello chef Luca Barbieri
 

Negli ultimi quindici anni, lo chef bresciano Luca Barbieri ha fatto molti esperimenti tecnico-scientifici su varie tipologie di prodotti alimentari – corroborati e validati, anche a livello universitario e clinico, da eminenti dietisti ed endocrinologi –, promuovendo la «cucina lineare metabolica», indicata per sportivi e per persone con intolleranze alimentari e malattie metaboliche. Barbieri, atleta e autore di numerose pubblicazioni, è spesso all’estero per tenere corsi e seminari. Ora sta trasmettendo la sua arte a nuove leve come Federico Bonomi, giovane promessa della cucina italiana. Con Barbieri abbiamo compilato questo «menù olimpico», adatto sia a chi fa sport agonistico e amatoriale sia al «tifoso da sofà».
 
Penne d’atleta
 

Ingredienti per 4 persone: 300 gr. di penne al kamut, 400 gr. di pomodori maturi tondi, 10 gr. di pinoli, 200 gr. di melanzane, 100 gr. di formaggio di soia, 30 gr. di pane grattugiato, 25 gr. di tuorlo d’uovo, 5 gr. di scalogno, 0,5 gr. di peperoncino rosso macinato, 2 foglie di basilico, 2 gr. di sale fino, 0,3 gr. di noce moscata macinata, 20 ml. di olio extra vergine d’oliva.
 
Lavate pomodori e melanzane. Scottate i pomodori in acqua bollente per 30 secondi. Raffreddateli in acqua e ghiaccio e sbucciateli. Svuotateli dai semi, e ricavatene dei grossi pezzi. Rosolate lo scalogno tagliato a rondelle in una pentola con l’olio. Unite la polpa di pomodoro e fate cuocere a fuoco lento per almeno 15 minuti. Salate e pepate solamente a fine cottura. Condite con un filo d’olio, e frustate leggermente il tutto. A questa salsa aggiungete le 2 foglie di basilico.
In un’altra padella, fate rosolare, in poco olio, una piccola quantità di scalogno. Unite la melanzana, sbucciata e tagliata a dadi, facendo cuocere per circa 5 minuti. Lasciate intiepidire la preparazione, tritate finemente o passate al passaverdure raccogliendo la polpa in una terrina nella quale unite i tuorli d’uovo, il formaggio di soia, il pane grattugiato, gli aromi, il sale, e i pinoli tritati. Amalgamate il tutto e formate delle piccole polpette. Cuocete la pasta in acqua salata, scolatela, e saltatela con la salsa al pomodoro preparata in precedenza. Unite le polpettine di verdure, e servite decorando con foglie di basilico.
 
Medaglie di manzo al tricolore
 

Ingredienti per 4 persone: 300 gr. di scamone di manzo, 200 gr. di ricotta affumicata, 80 gr. di funghi porcini freschi, 25 gr. di grana padano grattugiato, 5 fogli di colla di pesce, 2 gr. di erba cipollina, 2,5 gr. di sale fino, 0,5 gr. di pepe bianco macinato, 100 gr. di insalata verde mista, 15 ml. di olio extra vergine d’oliva, 5 ml. di aceto balsamico di Modena.
 
Lavate e centrifugate le verdure. Mondate i funghi porcini, sciacquateli e asciugateli. Tagliateli a fette sottilissime. Ammollate i fogli di colla di pesce con acqua fredda, e scioglieteli a bagnomaria. Passate al setaccio la ricotta affumicata, raccogliendola in una terrina, salatela e pepatela. Versate la colla di pesce sciolta e unite i funghi lavorando il tutto delicatamente. Stendete un foglio di pellicola da cucina e adagiatevi le fette di scamone tagliate sottili. Spalmate il composto sullo scamone coprendone la superficie. Arrotolatelo, aiutandovi con la pellicola, formando un cilindro del diametro di circa 6 centimetri. Mettete in frigorifero per 3 ore. Condite l’insalata con l’olio e l’aceto, e disponetela al centro del piatto. Tagliate a fette lo scamone, e ponetelo sull’insalata.
 
Frutti di bosco alla De Coubertin
 
Ingredienti per 4 persone: 500 ml. di latte di soia, 100 gr. di mirtilli, 100 gr. di fragole, 100 gr. di lamponi, 5 fogli di colla di pesce, 1 baccello di vaniglia, 0,3 gr. di cannella in polvere, 20 gr. di miele d’acacia.
 
In una casseruola portate a ebollizione il latte di soia con il miele. Mettete i frutti di bosco in un tegame dopo averli lavati e sgocciolati. Aromatizzateli con la vaniglia, e versate 100 ml. d’acqua. Lasciate cuocere per circa 8 minuti a fiamma media. A fine cottura, unite la colla di pesce, ammorbidita in acqua fredda. Amalgamate con un cucchiaio, e frullate il tutto. Passate il frullato al setaccio prima di unirlo al latte di soia bollito. Mescolate il preparato e versatelo in piccoli bicchieri o tazzine. Dopo averli lasciati raffreddare, teneteli in frigo. Serviteli guarnendoli con una piccola composizione di frutti di bosco.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017