Nadia Murad, Nobel per la pace 2018

Molti tra i vincitori del Premio Nobel per la Pace avrebbero preferito restare sconosciuti. Come Nadia Murad, la giovane appena insignita del Nobel 2018, che ha subìto violenze inaudite.
11 Gennaio 2019 | di

Se si escludono i politici, nessuna delle persone che hanno ricevuto il premio Nobel per la Pace avrebbe voluto trovarsi nelle condizioni di doverlo ricevere. Avrebbero preferito fare vite normali invece che essere chiamati a fare gli eroi.

Tra di essi c’è di certo Nadia Murad, la giovane curda appena insignita del premio Nobel per la Pace 2018. «Avrei voluto essere conosciuta nel mondo come una maestra di scuola o come un’estetista o una madre esemplare, non come una che è stata rapita dall’Isis, stuprata per mesi, con la famiglia e il popolo sterminati. Io volevo una vita semplice e in pace».

Invece, il 3 agosto del 2014 il villaggio di Nadia – Kocho, nel Nord dell’Iraq – viene preso d’assalto dall’Isis. In quella zona del Medio Oriente la popolazione curda segue un culto antichissimo e raro, la religione yazida, un misto tra cristianesimo, islamismo e zoroastrismo. Pochi, pacifici e sconosciuti al mondo, finché la loro tragedia non è stata definita genocidio dall’Onu, gli yazidi erano il bersaglio perfetto per l’Isis: nessuno Stato sovrano si sarebbe mosso per difendere una minoranza.

Dopo aver rifiutato di convertirsi alla delirante idea di islam dei miliziani, gli yazidi hanno subìto una sorte terribile: gli uomini sono stati tutti uccisi sul posto insieme alle donne anziane. Le giovani e i bambini sono invece stati resi schiavi sessuali. Nadia aveva 21 anni e quel giorno vide morire sei dei suoi dodici fratelli. «Mi tagliai i capelli per sembrare più brutta, ma non servì a niente. Fui scelta come giocattolo dal comandante. Mi spegnevano le sigarette addosso, mi hanno fatto cose che non si possono ripetere. Ho visto succedere quelle cose anche alle donne imprigionate con me e molte di loro erano bambine che i soldati si passavano tra loro come fossero cose».
Come molte di quelle ragazze, Nadia provò a suicidarsi gettandosi da una finestra, ma sopravvisse e fu nuovamente imprigionata. Il comandante per punizione la fece stuprare da tutti i soldati.

L’orrore di quei mesi è diventato pubblico solo dopo la sua fuga attraverso una porta dimenticata aperta da un soldato ubriaco. Fuggita per quell’inatteso miracolo, Nadia bussò a tutte le porte della cittadina dov’era segregata e finalmente una si aprì. Una famiglia musulmana – ironia della sorte – l’accolse e riuscì poi a farla scappare con un velo integrale addosso e i documenti di una delle sue donne. Seguendo le vie di accesso all’Europa per i profughi, Nadia nelle settimane successive riuscì ad arrivare in Germania, dove oggi vive come rifugiata.

Sino a qui la storia di una contadina sfortunata che ha incontrato nel suo cortile di casa il pezzo sbagliato della storia e gli è sopravvissuta. Poteva finire così, invece quella fuga ha rappresentato l’inizio di una storia personale molto diversa. «Hanno provato a mandarmi dallo psicologo, perché iniziassi un percorso di recupero, ma dopo due sedute ho smesso di andarci: non potevo aggiustare niente di me se nella mia terra le persone sono ancora prigioniere e subiscono quello a cui io sono scampata. Io potrò stare bene quando anche loro saranno in salvo». Così la sua storia da dramma personale è diventata testimonianza e lotta politica.

Nadia, rompendo il silenzio che spesso accompagna chi ha vissuto violenze terribili, ha cominciato a raccontare che cosa aveva subìto e che cosa continuano a subire i curdi yazidi nei territori occupati dall’Isis. Vincendo la timidezza e l’inenarrabilità degli orrori di cui è stata vittima, per quattro anni tiene conferenze ovunque e rilascia interviste a chiunque l’ascolti. La sua storia è di una tale forza da raggiungere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che la nomina ambasciatrice per la dignità dei sopravvissuti alla tratta degli esseri umani, un ruolo creato appositamente per lei. Non le basta. «Tutti empatizzano con la mia storia di vittima, ma nessuno si muove per metter fine allo stato di vittima di chi è rimasto in mano all’Isis».

Il premio Nobel che le è stato appena assegnato è un riconoscimento importante, ma anche un aiuto economico concreto per la rete che cerca di salvare gli yazidi. Per loro, sia in patria che in diaspora, Nadia oggi è un simbolo di forza, la voce di un popolo intero, anche se ha solo 25 anni. «Ogni millimetro del mio corpo è diventato vecchio. Sono stata consumata da quello che mi hanno fatto e ne sono uscita diversa. Ricevo questo premio con onore, ma con il cuore spezzato».

Quello che Nadia per quattro anni ha chiesto al mondo era semplice: che le nazioni intervenissero per mettere fine alla persecuzione del suo popolo. Il villaggio di Kocho è stato liberato, ma il passato non riavvolge il nastro e Nadia non sarà mai più la ragazza che voleva fare l’estetista. La storia ti cambia anche quando la stai cambiando tu.

Data di aggiornamento: 11 Gennaio 2019
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