Mario Botta, lo spirito nella pietra

Negli ultimi trent’anni l’architetto svizzero ha progettato chiese in tutto il mondo. Una mostra a Locarno raccoglie modelli, disegni e fotografie di questa incredibile produzione.
04 Luglio 2018 | di

Prendete un’ellissi, inscrivetela in un rettangolo di granito, ricopritela con un cerchio di vetro ed ecco a voi una delle costruzioni sacre più originali degli ultimi trent’anni. La perfezione, in fondo, sta nelle cose semplici. Parola di Mario Botta, che per la sua Chiesa di San Giovanni Battista a Mogno (Canton Ticino, Svizzera, 1986-’96) è ricorso a forme geometriche primarie. Certo, un bel cambiamento rispetto alla chiesetta secentesca che in quello stesso punto si ergeva, prima di essere travolta da una valanga. Ma modernità significa anzitutto interpretare «il tempo del vivere collettivo» e trasmettere contenuti universali con un linguaggio contemporaneo. «Costruire – sostiene Botta – è (…) un modo con il quale l’uomo si confronta con lo scorrere senza fine del tempo. (…) Costruire è di per sé un atto sacro, è una azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura».

Archistar con un portfolio che vanta oltre seicento lavori (di cui un centinaio realizzati), negli ultimi trent’anni il maestro svizzero (Mendrisio, 1943) ha ideato una ventina di edifici sacri. Per la precisione, ventidue progetti sparsi tra Svizzera, Italia, Francia, Israele, Ucraina, Sud Corea e Cina, che, fino al 12 agosto, sotto forma di modellini, disegni, foto e video, occupano le sale di Casa Rusca a Locarno e l’avveniristico padiglione in legno argentato, costruito per l’occasione all’ingresso della pinacoteca. Il risultato, la mostra «Mario Botta. Spazio sacro», è un viaggio alle radici dell’architettura, un omaggio alla chiesa, concepita come luogo di ritrovo e riflessione, porto sicuro in risposta all’innato bisogno umano di spiritualità. «Lo spazio sacro è epifania dell’armonia cosmica ed è teofania dello splendore divino» scrive il cardinale Gianfranco Ravasi nel catalogo dell’esposizione. Niente di meglio di un viaggio a Locarno per appurare questa tesi.

«Per la costruzione di un’opera d’architettura il primo atto risiede nel tracciare il perimetro, nel distinguere e separare l’interno dall’esterno: un atto “sacro” che isola una nuova realtà architettonica autonoma rispetto al “macrocosmo” infinito che la circonda». Pare quasi di vederlo Mario Botta che, nel 1966, studente di architettura a Venezia, delinea sulla carta le pareti della nuova Cappella nel convento dei frati cappuccini di Bigorio (Canton Ticino). Per il suo primissimo progetto sacro, il giovane parte da una vecchia legnaia e – associando minimi interventi di recupero, pulitura e riempimento – la trasforma in un luogo di preghiera austero quanto raccolto. Da qui in poi, l’architetto imbastisce un dialogo tra nuovo e antico che ritornerà un po’ in tutte le sue opere. Dalla Chiesa a tronco di cono del Beato Odorico a Pordenone (1987- ’92) – composizione cinta da chiostro, deambulatorio e vani accessori, che strizza l’occhio all’arte paleocristiana e romanica – fino al Centro pastorale Papa Giovanni XXIII di Seriate (1994-2000), un lungo complesso rivestito in pietra rossa di Verona che s’ispira alle fabbriche romaniche lombarde e alle spigolosità gotiche.

Man mano che evolve, l’architettura sacra di Botta diviene, dunque, anello di congiunzione tra spazio e tempo, tra ieri e oggi. Un tutt’uno con la comunità e con la vita quotidiana. Basti pensare alla Cappella dei Ss. Cirillo e Metodio nell’area Ex-Appiani a Treviso (1994-2012), concepita nell’ambito di un grande complesso residenziale, commerciale e direzionale. Un altro tipo di immersione, ancora più autentica e ancestrale, è quella che lega la Cappella di Santa Maria degli angeli sul Monte Tamaro (Svizzera, 1990-’96) alla natura circostante. Pensata come proseguimento della montagna, la struttura comprende un lungo viadotto con vista precipizio. Alla fine di questo «trampolino», ecco comparire – estremo scoglio prima del vuoto – la cappella votiva: una rocca in doppia muratura a strati, con tetto a gradoni e sottili aperture per illuminare l’interno. Il richiamo alla roccia quale materia prima universale non è fortuito. Come pure nella Cappella Granato a Penkenjoch, in Austria (2011- ’13), edificio che trae nome e forma dodecaedrica dalla pietra locale, il granato appunto. Se, dall’esterno, questo rombo in legno rivestito di acciaio corten, affacciato sulla valle Zillertal, sembra un solido compatto e inaccessibile, è solo al suo interno che l’oggetto acquista pieno significato, divenendo quasi un ponte tra Creato e Creatore.

«I luoghi di culto (…) trovano nelle architetture forme, spazi e luce congeniali alle loro funzioni di pausa e di contemplazione: esercitano un richiamo ai valori più profondi del vivere collettivo modellato dalle pietre, un richiamo diretto ai valori primigeni» scrive ancora Mario Botta a margine della mostra «Spazio sacro». Stakanovista alla continua ricerca della perfezione, in mezzo secolo di carriera l’architetto ha sempre privilegiato il confronto con culture e contesti diversi. Paradigmatici, in questo senso, sono la Sinagoga Cymbalista e il centro dell’eredità ebraica di Tel Aviv, Israele (1996-’98), e la Moschea di Yinchuan, nella Repubblica Popolare Cinese (2016), a oggi in fase di realizzazione. Se nel primo caso Botta ha posato due cilindri gemelli su una comune base rettangolare, inserita, a sua volta, in un campus universitario di quasi 30 mila studenti, nel progetto dell’edificio musulmano, dotato di minareto, portico e area commerciale, l’architetto è riuscito a creare una struttura massiccia e leggera al contempo, traforandola a motivi triangolari.

Non c’è da stupirsi se, con quel suo stile solido e lineare, oggi Mario Botta è una celebrità non solo in Occidente, ma anche e soprattutto nei Paesi dell’Est. Il segreto del successo è semplice. Tutto sta nel creare architetture capaci di raccontare una storia, di esprimersi attraverso una lingua e di fondersi col paesaggio. «Si può parlare di un processo osmotico (…) – conclude il maestro –. L’opera costruita appartiene al territorio che nel suo insieme, con la sua storia e la sua memoria, appartiene a sua volta all’opera. È dentro questa continua “contaminazione” tra manufatto e territorio che deve essere valutata l’opera di architettura». Sacra o profana che sia.

Data di aggiornamento: 04 Luglio 2018
Lascia un commento