Ma la chiave dov’è?

In genere il bagno disabili nei luoghi pubblici è chiuso a chiave. E, spesso, capita che si sia trasformato con il tempo e lo scarso utilizzo, in un ripostiglio. Perché non renderlo più bello? Basterebbe poco: bei colori, un profumo, un grande specchio.
05 Novembre 2018 | di

L’apertura degli immancabili mercatini di Natale è alle porte. Un appuntamento annuale che, ammettiamolo, solletica il desiderio di molti. Luci, addobbi, dolci tipici e vin brulé favoriscono il buonumore e spingono grandi e piccini a mettersi in viaggio verso Nord. Trento, Bolzano, Merano, ma anche, oltreconfine, Austria, Germania e Svizzera le mete più gettonate, per assaporare un po’ di quell’atmosfera da fiaba insieme con qualche leccornia.

Come in tutti i viaggi, tuttavia, a un certo punto si palesano delle necessità. Lo sanno bene i genitori alle prese con i vari «ho fame», «devo andare in bagno», «quanto manca?» dei loro figli. È pur vero che il bisogno di una sosta viene, prima o poi, avvertito da tutti e che, quando si è fuori casa, soddisfarlo può riservare qualche sorpresa.

Succede spesso, per dirne una, che quando una persona con disabilità deve interrompere lo shopping per recarsi al bagno, venga fuori l’intoppo. Il siparietto è sempre lo stesso: il bagno disabili c’è, è a norma, ma è chiuso a chiave. Che fare? La cosa più naturale è ovviamente chiedere al barista o al gestore di turno se gentilmente può darci la chiave per aprire. La prima risposta è in genere uno sguardo atterrito.

«Dov’è finita la chiave?» è infatti il primo pensiero del nostro interlocutore, il quale, dopo un’affannosa ricerca, torna con il solito avviso: «Nel bagno c’è un po’ di confusione. Forse troverà qualche secchio, straccio, o scopa, ci scusi!». Svelato il mistero. La chiave del bagno non si trova perché il bagno disabili è… il ripostiglio!

Niente di nuovo sotto il sole. Dalle inaccessibili toilette degli anni Settanta e Ottanta, sicuramente di inclusione ne è passata sotto i ponti, ma consentitemi di dire che parecchio resta ancora da fare. Perché, spesso, «persona con disabilità» equivale a «oggetto da riporre» («di poco conto» non si dice più, non sta bene). Di certo il bagno trasformato in ripostiglio non rappresenta una reale intenzione di mancare di rispetto; si tratta per lo più di una cattiva abitudine che riporta, però, a situazioni e concetti che ormai dovrebbero essere superati.

Eppure anche il ripostiglio – pensateci – può essere usato diversamente, magari per custodire dei ricordi, delle cose utili, cose che devono essere a portata di mano, ma che magari riteniamo inadatte a essere mostrate e condivise con gli altri, non perché brutte in sé, ma perché questo pare a noi.

L’accessibilità e le toilette delle persone con disabilità diventano in questo senso la metafora ideale per parlare nuovamente di inclusione reale. Se in passato la persona disabile era invisibile, ora è arrivata al ripostiglio. Direi che manca solo l’ultimo passaggio. Oggi si parla moltissimo di Design for all, cioè design per tutti, un’idea nata dalla volontà di rendere più accessibili e accattivanti oggetti di uso personale e spazi comuni.

Perché, allora, suggerisco io, non immaginare un bel ripostiglio che sia anche un bagno, dove tenere ciò che è utile alla portata? Un luogo, cioè, al contempo comodo da abitare e piacevole da vivere? Basterebbe poco: uno specchio grande, un fasciatoio, dei bei colori alle pareti, un buon profumo… Magari anche con la chiave… ovviamente di design! Lanciando questa sfida agli architetti del Nord, continuo il mio giro ai mercatini di Natale: ho visto un angioletto con la birra in mano che fa proprio al caso mio!

E voi, vi sentite più ripostiglio, strada o soffitta? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

Data di aggiornamento: 05 Novembre 2018
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