Lunga vita alla poesia religiosa

In un mondo sempre più distratto è ancora possibile la poesia? E come definire la poesia religiosa? Di essa, in particolare, si occupa il Premio Camposampiero, giunto quest’anno alla sua XXI edizione.
27 Novembre 2012 | di

Eugenio Montale, uno dei grandi poeti del Novecento, nel 1975, ricevendo il premio Nobel a Stoccolma, tenne un lungo discorso dal titolo: «È ancora possibile la poesia?». Con toni come sempre dissacratori, definiva così l’arte dello scrivere in versi: «Un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile». La poesia è musicale – diceva –, si rivolge anche all’occhio, è frutto di solitudine e «accumulazione». È ancora possibile nell’attuale società di massa? Il poeta rispondeva di sì: la poesia avrebbe potuto sopravvivere e i libri di poesia resistere al tempo.

Sono convinti dell’«immortalità» della poesia anche gli organizzatori del Premio Camposampiero di poesia religiosa, giunto quest’anno alla XXI edizione. Il Premio, indetto dal Comune di Camposampiero nel 1972 (c’erano allora l’editore Armando Fiscon e il poeta Bino Rebellato) offre riconoscimento a opere edite nelle quali sia «vivo e dominante il senso del divino» ed è dedicato a padre David Maria Turoldo, che ne presiedette la giuria per dieci anni, dal 1982 fino alla morte, avvenuta proprio vent’anni fa.
Perché proprio Turoldo? Turoldo, frate dell’ordine dei Servi di Maria (nato nel 1916 a Coderno di Sedegliano, in Friuli) fu un raffinato poeta. Già nel 1952 era presente nelle antologie di poesia religiosa: le sue raccolte coprono l’arco dell’intera vita da Io non ho mani («Io non ho mani / che accarezzino il volto …») a Canti ultimi, Mie notti con Qohelet. Uomo di grande fede e umanità, capace di denunce profetiche e amante di utopie, seppe distillare versi adamantini e la poesia religiosa trovò in lui uno dei cantori più significativi del Novecento.
Padre Lino Pacchin, provinciale dell’ordine dei Servi di Maria così ricorda il confratello padre David, con cui ha vissuto al Priorato di Sant’Egidio in Fontanella (BG). «Padre Turoldo – racconta il priore Pacchin – andò a vivere a Sotto il Monte nel 1963, subito dopo la morte di papa Giovanni XXIII, perché “la memoria del papa del Concilio non andasse perduta”. Nella parrocchia di Fontanella avviò una comunità con altri frati, ma anche con laici donne e uomini di diverse confessioni cristiane. La intitolò “Casa Emmaus, Centro ecumenico Giovanni XXIII”. A padre Turoldo dava molto fastidio l’etichetta di “prete del dissenso”, “prete ribelle” o “comunista”. Ricordo che diceva: “Io nella Chiesa non sono uno del dissenso e neppure, certamente, uno del consenso. Io sono un cristiano del senso”, perché voleva vivere sempre con fede e intelligenza la sua appartenenza alla Chiesa».

Qual è stato il lascito più importante di padre Turoldo? «Di padre David – continua Pacchin – rimane, attraverso la poesia, ai molti che lo conobbero e anche ai molti di più che non ebbero questa fortuna, la forza della fede in Cristo che riesce a donare indignazione per tutto il male che esiste sia nella Chiesa che fuori la Chiesa, nel mondo. Egli aveva la furia interiore del profeta che non accettava l’ipocrisia, l’ingiustizia verso i poveri, il silenzio per il quieto vivere. “Mi sono fatto frate per rompere la pace dei conventi”, diceva. Perché non accettava neppure l’estraneità degli uomini di Chiesa dalle vicende del mondo».
Tra coloro che lo hanno conosciuto e che gli sono stati amici ci sono i coniugi Bruno e Livia Antonello di Cittadella, comune del padovano vicino a Camposampiero. «Turoldo – raccontano – non faceva facilmente amicizia, era un po’ burbero, esigente, preciso. Abbiamo frequentato per molti anni Fontanella di Sotto il Monte. La liturgia era sempre collegata con la realtà del mondo, c’era tutta la vita dentro la liturgia.

Padre Turoldo faceva intervenire le persone nelle prediche e finiva con una poesia, sua o di altri. Avevamo un libro con i canti e con i salmi, tradotti da lui e Gianfranco Ravasi, e armonizzati da Bepi De Marzi. Ti sentivi accolto e parte di una famiglia». Quando veniva per il Premio passava sempre a casa loro. «Turoldo era molto affezionato al Premio – racconta Bruno –. Non mancava mai all’appuntamento. Per poesia religiosa non intendeva quella che parla di Dio, ma quella capace di andare oltre. Vedeva la religiosità della poesia nello spirito. Diceva che la poe­sia più religiosa che esista è L’infinito di Leopardi e parlava spesso di Clemente Rebora». I coniugi Antonello sono stati vicini a padre David anche nei tempi duri della malattia: «Dopo che era stato operato all’ospedale di Padova – ricordano – ci disse che aveva bisogno della nostra amicizia. Andavamo a trovarlo quasi ogni giorno. A noi trasmetteva una grande fede, e un attaccamento profondo alla Chiesa anche se in maniera critica».
 
Ol’ga Sedakova Poesia e samizdat
 
«Il poeta porta la parola da lontano. / La parola porta il poeta lontano» scrive Marina Cvetaeva, poetessa russa nata nel 1892. Da questi versi parte Ol’ga Sedakova, nata a Mosca nel 1949 e vincitrice della scorsa edizione del Premio Camposampiero (2010), per definire la poesia che per lei è un «dono d’improvvisa levità», «azione della bellezza». Sedakova, che ha contribuito con le sue traduzioni a far conoscere in Russia Dante, Petrarca, san Francesco, Paul Claudel, Paul Celan, è una delle voci più intense della poesia russa contemporanea. È stata per molti anni pubblicata e conosciuta clandestinamente nel suo Paese, attraverso la rete del samizdat: le sue poesie venivano lette nelle case e fatte circolare di nascosto (ogni lettore ne faceva cinque copie con la macchina da scrivere). Durante il regime comunista i suoi versi erano considerati «oscuri e inattuali», essendo credente veniva accusata di «spiritualità» e ritenuta «scomoda»: a 20 anni fece esperienza dell’ospedale psichiatrico e, in seguito, fu arrestata dal Kgb. Ma i suoi versi non si arrestarono, anche se in molti cercarono di fermare lei. C’è ancora posto nel mondo oggi per la poesia? Così scrive Ol’ga Sedakova: «La poesia della terra non muore / ma se sapesse di morire – / sceglierebbe una barchetta più sicura, / getterebbe i remi e navigherebbe» (da Solo nel fuoco si semina il fuoco, a cura di Adalberto Mainardi, Qiqajon).
 
XXI edizione del Premio
Dalla scorsa edizione, la giuria del Premio Camposampiero è presieduta dalla scrittrice di origini armene Antonia Arslan, apprezzata docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova e nostra collaboratrice. A lei abbiamo chiesto che cos’è la poesia e in particolare che caratteristiche deve avere la poesia religiosa. «La poesia è necessaria perché è un nutrimento dell’anima – risponde Antonia Arslan –. Io ritengo che la poesia religiosa non sia solo quella che parla di religione. Un esempio è Dante che riesce a raggiungere vette incredibili, perché capace di rivestire di immagini argomenti difficili. Nella storia della letteratura italiana abbiamo esempi altissimi a partire dal Cantico delle creature di san Francesco, le Laudi di Jacopone da Todi, la Preghiera di San Bernardo alla Vergine di Dante, lo splendido sonetto Padre del ciel dopo i perduti giorni di Petrarca, fino a In morte del fratello Giovanni di Foscolo. Per arrivare al Canto di Simeone di Eliot, tradotto da Montale, a Hopkins, allo stesso Montale…».
Oggi, tra coloro che si ritengono figli e in qualche modo eredi di questa tradizione ci sono anche i concorrenti del Premio Camposampiero. «I libri esaminati – continua la presidente della Giuria – sono circa una sessantina. Sono arrivate le opere di Serena Dal Borgo (Non ancora), di Maura Del Serra (Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009), di Luigi Riceputi (Di un’altra luce), di Angelo Casati (Le paure che ci abitano e Nel silenzio delle cose), di Lucia Gaddo Zanovello (Illuminille), di Marco Cian (L’Arca), di Paolo Butti (Nel cuore della Madre)…».

«Abbiamo voluto – aggiunge Raffaella Pagetta, presidente del comitato organizzatore – riaprire il bando alle opere edite. Il 9 dicembre la giuria darà il Premio, come avveniva alle origini, all’interno di una manifestazione che sarà presentata da Lorena Bianchetti. Abbiamo inoltre cercato di dare spazio e rilievo anche ai ragazzi attraverso la “sezione giovani”. Per questa sezione, la cui  giuria è presieduta dal dottor Giuseppe Donegà, sono arrivate opere di buon livello composte da parole e immagini. È previsto inoltre un incontro, sempre rivolto ai giovani, con Paolo Crepet, che parlerà sul tema “Il coraggio di crescere, la voglia di futuro”».
Tra le iniziative a Camposampiero che fanno da cornice alla premiazione c’è l’esposizione di un polittico dal titolo I miracoli e il Volto santo di Gesù che viene esposto nel Santuario della Visione di sant’Antonio di Camposampiero, il luogo dove il Santo ha avuto la grazia di tenere tra le braccia il Bambino Gesù. Il polittico è composto da un mosaico e da trentaquattro opere di illustratori provenienti da Italia, Francia, Argentina e Iran. L’opera è frutto di un progetto ideato da Alessandro Ragazzi, assieme alle illustratrici Arianna Papini, Elham Asadi, Nicoletta Bertelle, Valentina Salmaso e Andreina Parpaiola.
«Il Santuario è una delle sedi del Premio Camposampiero – spiega padre Oliviero Svanera, guardiano dei Santuari Antoniani e membro del comitato del Premio –. I miracoli e il Volto santo di Gesù è un’opera straordinaria donata al Santuario. Si tratta di un polittico di otto metri per tre con al centro un grande mosaico eseguito da Angelo e Sandro Gatto, e, attorno, trentaquattro opere che hanno una loro unitarietà. Il pannello arriva il 5 dicembre e viene presentato ed esposto in chiesa, in attesa di una collocazione definitiva che avverrà nei prossimi mesi.

L’opera – prosegue padre Oliviero – nasce dall’idea di riproporre un ciclo di illustrazioni, idea che ha una sua tradizione all’interno degli affreschi che in genere coprivano le pareti delle chiese. Pensiamo alla Cappella degli Scrovegni o ad altre basiliche dove si trovano i racconti dell’Antico o del Nuovo Testamento. In questo caso nel polittico si trovano i racconti dall’annunciazione alla risurrezione, passando attraverso i miracoli e le parabole. Quindi si riprende la tradizione medievale di narrare la storia di Gesù attraverso le immagini». Chi sono gli autori e perché il polittico viene presentato all’interno del Premio Camposampiero? «Gli autori – conclude padre Svanera – sono perlopiù illustratori per l’infanzia e quindi si tratta di illustrazioni comprensibili che potranno avere anche un “utilizzo catechetico”. Una delle scelte del comitato organizzatore del Premio è stata quella di far interagire linguaggi diversi: le parole della poesia con il cinema, le immagini delle illustrazioni, la musica, il teatro. In qualche modo si è cercato di far par­lare la dimensione del sacro, la dimensione della fede attraverso l’espressività dell’arte».
 
Zoom

XXI edizione: la vincitrice
La giuria del Premio Camposampiero di poesia religiosa, presieduta da Antonia Arslan e composta da Elda Martellozzo Forin, Sergio Frigo, Siobhan Nash Marshall e Alessandro Rivali, ha selezionato, mentre stiamo per andare in stampa, la vincitrice e le opere finaliste.
Vince la XXI edizione del Premio Camposampiero Serena Dal Borgo con Non ancora (Book editore). L’autrice vive a Farra d’Alpago (Belluno) ed è insegnante di lettere. Ha pubblicato diversi libri, plaquettes di poesia ed edizioni d’arte. Le altre opere finaliste sono: Nel cuore della Madre di Paolo Butti (Edizioni Feeria). L’autore è nato e vive a Figline Valdarno (FI).

Questo poema è una rivisitazione della vita della Vergine con illustrazioni di Venturino Venturi.
Di un’altra luce di Luigi Riceputi (Moretti & Vitali). L’autore è nato a Cesena, dove ha insegnato e risiede. «Poeta moderno» lo definisce Claudio Magris nella postfazione.
L’Arca di Marco Cian (Edizioni Del Leone). L’autore è padovano. L’opera è definita «poema epico» da Paolo Ruffilli nella prefazione.
 
Info

Il programma

5 dicembre, ore 10.00: incontro con Paolo Crepet. Ore 20,30: inaugurazione mostra: I miracoli e il Volto santo di Gesù. Presenta Alessandro Ragazzi.

6 dicembre, ore 16.00: proiezione del film Gli ultimi.

8 dicembre, ore 21.00: concerto con i Polifonici Vicentini.

9 dicembre, ore 9,30: cerimonia di consegna del Premio. Presenta Lorena Bianchetti.



Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017