L’intervista. Antonio Spadaro

Il 6 aprile scorso, a 163 anni esatti dall’uscita del primo numero, ha fatto il suo esordio la nuova edizione de «La Civiltà Cattolica», storica rivista dei gesuiti. Nuova grafica, nuovi contenuti, e anche una versione per «tablet» e «smartphone».
28 Maggio 2013 | di

«Non sappiamo se è possibile immaginare una rivista di cultura che possa ospitare articoli scritti solamente da gesuiti, una rivista realizzata da specialisti ma che usi un linguaggio per non “addetti ai lavori”, che esca da oltre 160 anni ogni quindici giorni con fascicoli di oltre 100 pagine, le cui proposte culturali sono caratterizzate da una sintonia speciale con la Santa Sede. Anche se è difficile pensare a una rivista di questo genere essa è “La Civiltà Cattolica”».

In queste poche frasi tratte dall’editoriale del primo numero della nuova «Civiltà Cattolica» è racchiusa l’identità della storica rivista dei gesuiti, che da qualche mese si è rifatta il look mettendo mano a un restyling della versione cartacea e sbarcando su tablet e smartphone. Una scelta che si inserisce nel solco di una «tradizione che vive di futuro» spiega padre Antonio Spadaro, dal 2011 alla guida del periodico.

Msa. Padre Spadaro, quali sono le novità più rilevanti?
Spadaro. C’era la necessità di rivedere profondamente l’impianto grafico (l’ultimo cambiamento risaliva a quarant’anni fa), realizzando un progetto che comprendesse anche lo studio di un nuovo layout interno. Abbiamo deciso di avanzare verso il futuro recuperando una parte della nostra memoria: per esempio, abbiamo scelto per la testata il carattere di stampa utilizzato da sempre, il Bodoni, elegante e pulito al tempo stesso, in sintonia con la sensibilità dei lettori di oggi. Ma è cambiato anche il carattere interno, per il quale abbiamo optato per un font molto utilizzato in ambito accademico grazie all’ampia offerta di segni propri di ogni lingua del mondo: in tal modo abbiamo voluto dare un segnale di apertura alle differenti culture. Infine, abbiamo introdotto alcune rubriche impaginate su più colonne, per garantire una migliore leggibilità.

Al restyling grafico si è accompagnata anche una revisione dei contenuti?
È cambiata la strutturazione interna. Abbiamo sostituito le rubriche di cronaca, che oggi viene letta sui quotidiani, ma anche sul web, con la sezione «Focus», nella quale ci soffermiamo su alcuni temi di attualità, indagandoli in modo approfondito: si va dall’attualità politica all’economia, dal mondo del disagio a quello del diritto. Abbiamo poi introdotto due rubriche nuove: il «Profilo» e l’«Intervista», nelle quali facciamo spazio ad alcune figure di santi ma anche di pensatori, architetti, artisti, significative nel panorama odierno.

Tutte le annate de «La Civiltà Cattolica» saranno a breve disponibili gratuitamente su Google Books...
Al momento sono state digitalizzate 120 annate su 163. L’idea parte da una considerazione semplice: la rivista è nata prima dell’unità d’Italia, è il periodico più antico a non aver mai sospeso le pubblicazioni. Questo si traduce in un patrimonio enorme, destinato però a restare chiuso nelle biblioteche e dunque poco fruibile dal grande pubblico. Ecco allora che, grazie a un accordo con Google, siamo riusciti a mettere in Rete la gran parte di questo patrimonio che a nostro parere appartiene alla storia stessa del Paese. A regime, il progetto consentirà di consultare o scaricare in pdf sul proprio computer tutte le annate, gratuitamente: solo per gli ultimi 5 anni verrà richiesto un contributo. Alle edizioni digitalizzate si affiancano poi le applicazioni per iPad, iPhone e tablet Android, Kindle Fire e Windows 8, che, sottoscrivendo l’abbonamento, permetteranno di leggere i fascicoli sui relativi supporti.

«La Civiltà Cattolica» persegue una «forma alta ma al contempo divulgativa di giornalismo culturale». Un connubio non semplice.
La rivista è scritta da specialisti, e quindi con un approccio alto, ma con un linguaggio piano, vale a dire comprensibile anche da un pubblico non specializzato. È un’attenzione che «La Civiltà Cattolica» pone sin dai suoi esordi: le nostre firme sono specialiste nelle cose di cui scrivono, in grado di strutturare i loro contributi in maniera chiara, distinguendo molto bene le informazioni dai commenti.

Voluto da Pio IX, il periodico fondato da padre Carlo Maria Curci nasce con l’intento di difendere la «civiltà cattolica», minacciata dai nemici della Chiesa fautori della nuova Italia risorgimentale. Da che cosa sentite di dover difendere oggi la «civiltà cattolica»?
Nell’editoriale del primo numero troviamo una bellissima definizione della cattolicità del periodico: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Io non credo che oggi la situazione sia così diversa. In questo momento possiamo difendere la nostra cattolicità contribuendo a creare ponti e collegamenti nella cultura odierna, interpretando il mondo per la Chiesa e la Chiesa per il mondo, raccogliendo le attese degli uomini e delle donne del nostro tempo, offrendo il nostro apporto alla costruzione di un dialogo rispettoso e intelligente frutto di uno studio serio e approfondito radicato nell’esperienza. Dobbiamo creare e garantire un dibattito aperto alle ragioni dell’altro. Se c’è una cosa da cui dobbiamo difenderci, oggi, è l’incapacità di dialogare.

Nel corso della conferenza stampa di presentazione della nuova rivista, lei ha detto che la missione de «La Civiltà Cattolica» è non solo di «commentare ma anche di intuire ciò che avverrà, di indovinare i segni dei tempi».
Infatti. Ma questa è una richiesta che ci è venuta direttamente da Paolo VI, non ce la siamo inventata. Troppo spesso la lettura cattolica si limita a commentare ciò che è già accaduto, mentre fatica a intuire ciò che sarà e quindi a capire il modo giusto di porsi nei confronti delle dinamiche della società nella quale viviamo. Invece noi siamo chiamati ad avere uno sguardo profetico sul futuro, anche a rischio di sbagliare, ma facendo quello che io definisco uno sforzo di «intelligenza dei tempi».

La rivista è realizzata interamente (tranne le recensioni) da un collegio di scrittori gesuiti. Come mai questa scelta? Sarà così anche in futuro?
È una scelta ben precisa, che ci accompagna sin dagli esordi. Al di là della fiducia che la Santa Sede riponeva nei gesuiti e che di certo ha condizionato tale opzione, essa garantisce alla rivista una unità di prospettiva spirituale pur nella diversità delle opinioni. È noto che i gesuiti hanno idee molto differenti tra loro: la rivista sa restituire questa ricchezza di diversità in una visione unitaria, grazie al fatto che le singole opinioni vengono sempre discusse tra di noi e quindi alla fine gli articoli sono espressione di un parere collegiale. Ciò è possibile perché condividiamo la stessa radice spirituale. Questa caratteristica, che abbiamo intenzione di mantenere anche in futuro, è una nota fondamentale de «La Civiltà Cattolica».

Lei è da tempo in prima linea nei new media che considera luogo privilegiato di relazione e proprio per questo di grandi potenzialità per la diffusione del vangelo. Quali ritiene siano i punti di forza e di criticità di questo mondo?
Il punto di forza prevalente consiste nel fatto che oggi la comunicazione da pura trasmissione è diventata condivisione di contenuti: oggi un messaggio non passa se non è condiviso da reti di relazione. L’aspetto virtuoso sta tutto qui, in questa valorizzazione della dimensione relazionale: come ben scrisse papa Benedetto XVI nel messaggio per la giornata delle Comunicazioni sociali del 2011, oggi non si comunica soltanto un contenuto ma si comunica se stessi. Altro elemento positivo è che la comunicazione digitale è in grado di superare velocemente i limiti dello spazio e quindi permette più facilmente alle persone di pensare insieme raggiungendo una consapevolezza maggiore e una coscienza comune. Il limite prevalente, invece, è legato a un’attitudine dello stare in rete, che porta a vivere una sorta di schizofrenia, anche etica. Mi spiego: oggi si distingue eccessivamente l’ambiente digitale dall’ambiente fisico, qualcuno addirittura parla ancora di realtà virtuale contrapponendola alla dimensione reale. Ma tale distinzione è obsoleta. Oggi bisogna considerare che la vita dell’uomo è una vita che si esprime nell’ambiente fisico come in quello digitale e solo alla luce di questa unità è possibile far maturare un’etica delle relazioni in rete. In caso contrario si crea quella situazione schizofrenica cui accennavo poc’anzi: da un lato c’è l’ambiente digitale fasullo, privo di consistenza e di spessore, nel quale si può fare qualunque cosa, dall’altro l’ambiente fisico, reale e significativo, nel quale ci sono regole da rispettare.

È appena uscito il suo volume Da Benedetto a Francesco (Lindau). Come legge questo particolare momento della Chiesa con due Pontefici, uno emerito e uno in carica?
È un momento molto speciale, espressione di grandi energie. In fondo, Benedetto XVI con la sua rinuncia al ministero petrino ha rivolto alla Chiesa una sorta di sfida positiva: le ha messo dinanzi agli occhi i rapidi cambiamenti che il mondo sta vivendo e anche le grandi sfide (e il relativo peso) che esse lanciano alla fede. Con la sua scelta ha voluto dimostrare come sia necessario un grande vigore per affrontarle. La sfida di Benedetto è stata pienamente colta da papa Francesco, con le caratteristiche tipiche delle sue origini latino-americane ma anche con la forza del carisma gesuitico che plasma le sue azioni e i suoi gesti. Nel libro mi soffermo attentamente sui gesti di papa Francesco, racciandone una sorta di ermeneutica proprio alla luce della spiritualità ignaziana. È davvero un momento molto intenso per la Chiesa.


Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017