28 Ottobre 2013

Lettere al direttore

Tutti risorgeremo dalle ceneri

«Gentile direttore, sono un affezionato lettore “della terza età”. Da qualche anno mi sto preparando all’“ultimo viaggio” e sempre più spesso mi capita di pensare alla possibilità della cremazione. A questo proposito, però, la posizione della Chiesa non mi è del tutto chiara: alcuni mi hanno detto che la sconsiglia; altri che la ammette, ma con riserva. Come stanno davvero le cose?».

Lettera firmata

 

Grazie della sua lettera, giunta proprio, come si suol dire, «a fagiuolo». In questo numero del «Messaggero», infatti, le pagine di catechesi che quest’anno abbiamo voluto dedicare alle Opere di misericordia corporale, trattano proprio l’ultima di esse, vale a dire «seppellire i morti» toccando anche il tema della cremazione.



Qui di seguito proverò comunque a chiarirle un po’ le idee sulla posizione della Chiesa a riguardo. Partiamo citando una fonte autorevole: al punto 1176 il Codice di diritto canonico (il codice normativo della Chiesa cattolica di rito latino, promulgato nella sua ultima versione da papa Giovanni Paolo II nel 1983) parla di esequie ecclesiastiche e precisa che: «La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».



La risposta alla sua domanda dunque è sì: la cremazione è permessa dalla Chiesa. Ma perché tanta cautela nel riconoscerlo? Come spesso accade, il motivo è legato al passato, e più precisamente al XVIII secolo. Fin dai tempi della Rivoluzione francese la cremazione divenne manifesto di anticlericalismo nelle mani di atei, materialisti e affiliati alle logge massoniche. Un’interpretazione, dunque, viziata e strumentale che accompagnò la pratica funeraria fino al XX secolo inoltrato. Correva infatti l’anno 1917 quando il Codice canonico dell’epoca condannò formalmente la cremazione e stabilì la privazione dei sacramenti e delle esequie ecclesiastiche per chi l’avesse scelta. Si dovette attendere il 1963 per vedere modificata questa norma. Fu papa Paolo VI – attraverso l’istruzione De cadaverum crematione: piam et constantem redatta dalla Suprema Congregazione del Sant’Uffizio – a stabilire che la punizione sopra citata andasse inflitta solo qualora la cremazione fosse stata scelta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.



Con questa nuova presa di posizione la Chiesa ammetteva, dunque, che la cremazione non conteneva in sé alcuna negazione dei dogmi cristiani e che – non toccando l’anima – non impediva all’onnipotenza divina di ricostruire il corpo. È proprio questo il fulcro della questione: che siano ridotte a un cumulo di ossa o di cenere, le nostre spoglie sono comunque destinate a risorgere. A fare la differenza non è la scelta di una o dell’altra pratica funeraria. Prima del corpo, pensiamo a preparare lo spirito. Saldi nella fede e forti dell’amore del Padre, saremo degni protagonisti del grande dono che Egli ha in serbo per noi.


 

 

Oltre la cronaca, per cercare di capire

«Carissimo direttore, mi ha colpito e fatto riflettere la notizia che la famosa stella della televisione americana Oprah Winfrey, di pelle nera, in Svizzera per partecipare al matrimonio della sua cara amica Tina Turner, uscita per fare shopping, e attirata da una borsa in vetrina, è entrata nella boutique e ha chiesto di poterla vedere. La risposta della commessa è stata: “È troppo costosa per lei. Non se la può permettere”. “Un’imbarazzante scena razzista” ha denunciato la star. Poi tutti i telegiornali, americani e anche italiani, hanno dato grande risalto alla notizia. Ma lo scandalo del razzismo, dov’è? La Winfrey non è stata discriminata perché nera, ma semplicemente perché la commessa che l’ha guardata non sarebbe stata capace di cogliere i segni della sua reale “capacità di acquisto”. Uno scandalo utile a creare una notizia che aiuta la sua popolarità e fa vendere pubblicità alle testate, ma che si ferma solo all’aspetto di “colore” e meno impegnativo della vicenda.



A mio parere, invece, il vero scandalo sta nel fatto che tutta questa storia non abbia provocato una riflessione circa il fatto se sia giusto spendere 28 mila euro per una borsetta. In questo momento di crisi sentiamo tutti più forte il bisogno di solidarietà, di moderazione, di sobrietà, di condivisione. Valori che sono altamente desiderati, ma praticati poco e con grande difficoltà. I 28 mila euro che la signora Winfrey avrebbe speso equivalgono allo stipendio base annuale di due dipendenti in Italia. Con questi soldi il nostro Movimento riuscirebbe a garantire la presenza in Uganda di tre collaboratori italiani per prestare un anno di servizio su tre progetti di solidarietà. Con 28 mila euro in Uganda potremmo dare un salario dignitoso, per un anno, a quattordici capi famiglia. Viviamo in un sistema che propugna il “valore” della soddisfazione egoistica dei propri interessi come unico. Stupende le parole di papa Francesco a riguardo: “Incoraggiamo la generosità che caratterizza i giovani, accompagniamoli nel diventare protagonisti della costruzione di un mondo migliore: sono un motore potente per la Chiesa e la società”».

Carlo Ruspantini

direttore di «Africa Mission Cooperazione e Sviluppo»


 

Caro Ruspantini, grazie per la sua lunga lettera che ho dovuto tagliare per questioni di spazio. Spero comunque di non averne alterato il senso, che mi pare fin troppo chiaro. Le sono grato per lo sguardo differente che ha voluto lanciare su una notizia che è rimbalzata su molti organi di stampa. Troppo spesso ciò che attira l’attenzione dei più, ciò che «fa notizia» in real­tà non è la cosa più importante, quella che dovrebbe smuovere il nostro senso critico e scuotere le nostre coscienze. Ma forse, a volte, è più comodo così: è più facile gridare allo scandalo che cercare di capire realmente. Grazie di avercelo ricordato.

 

 

Lettera del mese. Ridire oggi il Vangelo

 

Teologia della liberazione: che cosa ne pensa la Chiesa?

 

La Parola di Dio è data una volta per sempre, ma la sua comprensione progredisce, matura e, talvolta, anche cambia. Fa parte delle dinamiche della vita, ma anche di quelle della conversione.

 

«Caro direttore, vorrei capire perché la Chiesa e anche molti Pontefici sono stati in passato contrari alla teologia della liberazione, mentre più di recente l’atteggiamento è cambiato e tutti si sono fatti suoi paladini. Io ho potuto vedere i suoi frutti da vicino e ho sempre pensato che fosse una teologia molto prossima allo spirito evangelico; alcuni, però, la bollavano di essere filo-marxista. Insomma, dove sta la verità? Gesù ha fatto una chiara opzione per i poveri e questa scelta, personalmente, non l’ho sempre trovata rispecchiata anche nella Chiesa».

Lettera firmata

 

Non dobbiamo aver timore o, peggio, vergogna a riconoscere che la Chiesa, nei suoi uomini più in vista, ma prima di tutto in ognuno di noi, che cristiani diciamo di esserlo, non sempre è stata del tutto fedele agli insegnamenti del Vangelo. Ci disturba ammetterlo, eppure non può che essere così: Gesù non è un’ideologia astratta o una verità che sia tale in assoluto e per ogni stagione, da qualche parte sopra le nostre teste e lontana anni luce dalla nostra vita reale. Egli, figlio di Dio fatto uomo, ci sfida a tentare ogni volta di nuovo di incarnare la sua parola di salvezza nella nostra storia di oggi. Che si nutre del passato donato e tende alla pienezza del futuro promesso, ma è chiamata a fare i conti con questo frammento di esperienza in cui ci troviamo a giocare la nostra esistenza: i nostri problemi e speranze, ma anche le categorie interpretative, le chiavi di lettura che abbiamo maturato, e la comprensione che ci è possibile grazie all’esperienza di tante generazioni di uomini e donne prima di noi.



«Siamo nani sulle spalle di giganti», aveva detto Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo, e proprio questo significa l’esigenza di non sottrarci mai allo sforzo che è di ogni generazione di cristiani. E cioè di ridire il Vangelo, che è lo stesso sempre, nel nostro linguaggio. Per questo è pur vero che la Parola di Dio è data una volta per sempre, ma la sua comprensione progredisce, matura e, talvolta, anche cambia. Fa parte delle dinamiche della vita, ma anche di quelle della conversione. Ciò non giustifica assolutamente i nostri «tradimenti», ma ci responsabilizza. Oltre che lasciarci una volta di più, se ce ne fosse bisogno, nella consapevolezza dei nostri limiti e della misericordia di Dio. Come Giovanni Paolo II aveva ben espresso nella sua «richiesta di perdono» al Giubileo del 2000.



Penso che ciò sia successo anche per quel che riguarda il rapporto privilegiato tra Chiesa e poveri. In realtà non è mai venuto meno nel corso dei secoli, sicuramente nelle parole di tanti Papi, teologi, cristiani semplici, anche se talora è stato concretamente espresso attraverso forme non del tutto coerenti, almeno secondo i nostri parametri.



Da questo punto di vista, mi verrebbe quasi da dire che una «teologia della liberazione» sia sempre esistita, almeno nel senso della fede in un Dio che salva, libera, tutto l’uomo, a cui ci invia a spezzare il pane della sua parola, del suo corpo, ma anche quello capace di sfamare tante «fami» (di cibo, dignità, libertà, senso). Ma non può che essere così, perché l’amore preferenziale di Dio per il povero, comunque esso sia inteso (non siamo tutti un po’ «poveri»?), è un «principio non negoziabile». Come lo è la fede in una Parola che non è solo per la nostra intelligenza, ma per tutta la nostra vita concreta. Persino il nostro sant’Antonio di Padova è chiamato, nella liturgia della sua festa, «difensore dei poveri»!

Che poi ci sia qualche uomo di Chiesa che non vive tutto ciò, non fa altro che interrogare ulteriormente la mia povera vita di cristiano e la mia coerenza traballante.

 

Lettere al direttore, scrivere a: redazione@santantonio.org



Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017