L'atleta e il mendicante

Il mendicante con disabilità evidenzia al massimo i suoi handicap, per riuscire a incrementare l’incasso. L’atleta paralimpico, all'opposto, mette l’accento sulle risorse e sulle possibilità del suo fisico.
28 Gennaio 2013 | di

Il mese scorso dicevo la mia su uno «scandalo» che riempie, in maniera sempre più evidente, le strade e le piazze della mia amata Italia. Non so se lo ricordate, ma avevo citato a tal proposito, così come viene narrato nel Vangelo di Marco, l’episodio che ha per protagonista Bartimeo, a mio parere una delle figure più belle e significative delle Scritture per riflettere su temi come relazione e integrazione.
Riprendo ora la sua storia perché, al di là della vicenda in sé e per sé, ci ha permesso di cominciare in sordina ad affrontare un altro problema a me caro, già sotto gli occhi di tutti e, con la crisi e la crescita dell’immigrazione, in palese aumento. Sto parlando del fenomeno del mercato dell’elemosina, dei mendicanti ai semafori e ai bordi delle nostre strade, dei dormitori pieni fino all’inverosimile. «Storpi», giovani e anziani, che giocano sull’impatto umano creato dalla loro disabilità per elemosinare la vita. Poco tempo fa ho visto su una rete Rai un approfondimento sul racket, in cui veniva sottolineato come a un maggiore deficit fisico corrisponda un maggiore «incasso» giornaliero.
 
Mi chiedo sempre, a questo proposito, quanto il concetto e l’aspetto del corpo incidano nell’immaginario collettivo. Se vi ricordate, con Bartimeo avevamo cominciato a entrare nella questione in termini di «posizione», a partire, cioè, dal luogo fisico da cui si alza la richiesta di aiuto del cieco. Ora dobbiamo fare un salto in più, e co­minciare a guardarlo da vicino non solo come il «corpo-emblema» della sfida relazionale, ma come «corpo-vivo» della mancanza e del desiderio.
Che meccanismo scatta dentro di noi quando vediamo un uomo privo degli arti superiori e inferiori? Ne ho parlato tanto, eppure rimane vivo in me il ricordo delle Paralimpiadi londinesi e delle loro positive conseguenze culturali, figlie, al solito, del contesto. Immaginate un corpo mutilato, senza gambe e con un solo braccio, strisciare per le vie del centro storico della vostra città. Ora immaginate lo stesso corpo, con una pettorina, in rampa di lancio, attendere lo sparo dello starter per cercare di guadagnarsi una medaglia in una competizione sportiva.

Entrambi avranno su di loro numerosi occhi intenti a scrutarli e i riflettori puntati addosso. Il corpo di per sé non cambia, ma il contesto crea nell’osservatore emozioni e sensazioni diametralmente opposte: dal ribrezzo all’ammirazione.
In realtà il corpo è uno solo. Ma come è utilizzato questo corpo e cosa può comunicare? Il punto fondamentale sta proprio qui. Il mendicante con disabilità tende necessariamente a evidenziare al massimo i suoi handicap. Più riuscirà a mettere in mostra le sue diversità, le sue fatiche, più susciterà compassione e più il suo incasso sarà proficuo.
L’atleta, invece, agirà nella maniera opposta. Evidenzierà le sue qualità per mettere l’accento sulle risorse e sulle possibilità del suo fisico. Il corpo dei nostri due esempi, dunque, è il medesimo. Il contesto però cambia la prospettiva. Credo che tutti noi siamo a volte mendicanti, a volte atleti.
E voi come vi sentite? Atleti o mendicanti? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017