La famiglia dell’albero

10 Dicembre 2000 | di

   
   

   

Senza casa, all' ombra di un grande albero, sotto la pioggia martellante e la minaccia dei serpenti: così, da anni, vivono Shekar e la sua numerosa famiglia. Per loro e per quelli come loro, il vostro aiuto diventa occasione di riscatto.  

Il sole impietoso stringe d' assedio il piccolo gruppo. Padre Luciano, segretario della Caritas antoniana, non si sente un granché bene. È arrivato da qualche giorno a Madras. Ha lasciato in Italia una primavera generosa di brezzolina per guadagnarsi in India un' afa che si taglia col coltello.
A dispetto dei suoi 75 anni, suor Helen Fernandez, salesiana, tiene il passo. Lancia, a tratti, occhiate di preoccupazione all' indirizzo dell' ospite e delle consorelle che l' accompagnano. Piccola, curva, magra, ha la pelle raggrinzita di chi sta tante ore al sole, in cerca dei poveri. «Ovunque andavamo, la conoscevano e le facevano festa. Una specie di madre Teresa», dirà  padre Luciano al suo ritorno. La strada bianca, non asfaltata, è fosforescente in pieno sole. La polvere danza a ogni passo. Poi, a un tratto, suor Helen afferra la mano del frate e punta con l' indice tremante un grande albero lontano.
Ci mette qualche istante, padre Luciano, a individuare nella polvere, sotto quell' albero maestoso, uno strano presepio. San Giuseppe si chiama Shekar e ha 29 anni. Sta tagliando strisce di bambù per far cesti da vendere al mercato della domenica. È l' unica risorsa per assicurare ai figli un piatto di riso al giorno. Maria al momento è assente; forse a cercare altro bambù nella foresta. Ha 26 anni e si chiama Dadsyani. E i Gesù bambini sono tre: Muthamma, 6 anni; Pungadi, 4 anni e Vetrival, 1 anno. Non ci sono il bue e l' asinello, ma due ossute caprette da latte. La capanna è un albero, ispessito dai secoli, vicino a un lampione. Il loro impianto elettrico. Quello dell' acqua, un rubinetto pubblico, è a mezzo chilometro di distanza. Con loro, la sorella diciottenne di Shekar.
Suor Helen indica, poco discosta, una «old lady», un' anziana signora, che sta annodando il fondo di un cesto. È la madre di Shekar. Ha 45 anni. Ha avuto il figlio a 16. Chissà  quanta fatica.
Padre Luciano pensa che la vita è strana: l'old lady ha qualche anno meno di lui e tanti meno di suor Helen. Ma il suo sguardo è vecchio mentre segue le mani che lavorano.
«Padre Luciano, quella famiglia sta sotto quell' albero da due anni - spiega suor Helen nel suo curioso angloitaliano - . Prima avevano un tetto di foglie per ripararsi durante la stagione delle piogge. Poi sono arrivati gli uomini del comune. Hanno detto che la capanna rovinava il paesaggio e l' hanno abbattuta. È rimasto solo il grande albero a proteggerli. Quando piove si riparano sotto i tetti della nostra scuola. Non possiamo fare niente per loro?».
Non sono passati di lì per caso. Se ne accorge, padre Luciano, ma non lo dà  a vedere. Così c' è più dignità  nel chiedere. Quei sette disperati là  sotto sono un peso nel cuore della vecchia suora. Già  suor Helen ha ottenuto per loro un piccolo miracolo. Qualche tempo prima, un parrocchiano poverissimo, Mr. Joseph, le ha regalato un quadratino di terra vicino alla sua casa per la famiglia dell' albero. «È tutto quello che ho», aveva detto. Da allora, costruire una stanza per Shekar è diventata una delle sue missioni. Non si poteva sprecare la provvidenza.
«Non possiamo far niente per loro?», ripete suor Helen in trepida attesa. Padre Luciano, stacca il flusso dei suoi pensieri e annuisce sorridendo. Ormai quella famiglia è nostra, dei nostri lettori, della nostra Caritas. Il grande albero deve tornare a far ombra solo ai viandanti.
Sono passati un anno e mezzo e ben tre rate di finanziamenti, donati dai lettori attraverso la Caritas antoniana. La casetta che vediamo nella foto può sembrarci povera, ma per Shekar è una reggia. Quante volte nella notte aveva tenuto l' orecchio sveglio per proteggere i suoi piccoli dal morso velenoso dei serpenti. Conosceva il rumore del pericolo, il crepitio leggero come una carezza, mortale come una schioppettata.

Ora aveva addirittura un bagno e una cucina.
Dignitoso e riconoscente ha mandato una lettera nell' alfabeto della sua terra: «Ho sempre vissuto sotto gli alberi da qualche parte, là  dove potevamo trovare il bambù per i cesti. Poi le suore ci hanno aiutato tanto. E ora voi. Non ci posso credere. Ho una casa, l' acqua, la luce. Neppure le mie figlie ancora ci credono. Vanno a scuola dalle suore. Forse per loro la vita sarà  migliore. Voglio dire grazie alle suore, a Mr. Joseph e a voi. Sarete per sempre nelle mie preghiere».


   
   
                                       
                   
QUANTO È COSTATA LA CASA DI SHEKAR?
Prima rata  ..............................800.000
Seconda rata  .......................2.000.000
Terza rata ............................1.000.000
Totale..................................3.800.000

PERCHà‰ DONIAMO LA CASA     

N ella storia della Caritas antoniana, il donare la casa non è un mero aiuto assistenzialistico. Significa proteggere, dare dignità  e, soprattutto, offrire la speranza, vera molla per un definitivo riscatto sociale ed economico della famiglia povera. L' India, in questo impegno, occupa un posto di particolare importanza per più motivi:
è uno dei paesi più poveri del mondo;
in India non avere una casa in muratura significa rimanere sotto la pioggia per settimane; essere esposti al morso dei serpenti; essere vittime degli incendi delle capanne, dovute ai fuochi accesi per la cottura dei cibi; perdere tutto ogniqualvolta si verifichi un' alluvione.
in questo paese donare una casa significa aiutare in particolare le donne, la parte più debole della società , spesso unico punto di riferimento per moltissimi  bambini.
In meno di 5 anni, e solo grazie al vostro aiuto, la Caritas antoniana ha potuto costruire nel sud dell' India ben 652 case, per un costo totale di circa 770 milioni di lire. Non abbiamo finanziato tutte le case in egual modo: per alcune abbiamo pagato tutti i costi, per altre la costruzione, ma non la terra, per altre ancora solo i materiali edili ecc. Ovunque siamo stati, abbiamo cercato di valorizzare le risorse del posto e quanto i diretti interessati potevano fare da soli. In altri casi, ci siamo inseriti in campagne governative per la casa e abbiamo pagato le quote richieste ai poveri. Un risultato così è una nostra soddisfazione e una vostra vittoria.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017