Goldoni, l’avvocato che reinventò il teatro

A tre secoli dalla nascita, Carlo Goldoni rimane il più grande commediografo italiano. Una vita intensa e travagliata, ricca di successi e imprevedibili sconfitte.
24 Gennaio 2007 | di

«Tutto è suscettibile di commedia, fuorché i difetti che rattristano e i vizi che offendono». Si può condensare in questo aforisma autografo l’estetica di Carlo Goldoni, il commediografo veneziano del quale ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita.
Quella di Goldoni fu un’esistenza intensa e travagliata, lunga quasi ottantasei anni, vissuta tra nobili, borghesi e popolani, ma condivisa anche con attori e capocomici; scandita da viaggi interminabili, da repentini successi e da imprevedibili déb`cle; e segnata dai «vapori» di una ricorrente «malattia nervosa» causata probabilmente da quello che oggi chiamiamo stress che, però, non impedì mai a Goldoni di amare la vita e il teatro, forse come pochi altri. Scrisse, infatti, ben 120 commedie e decine di intermezzi musicali, tragicommedie, drammi giocosi e componimenti poetici. La sua notorietà – egli ancora vivente – superava in Russia quella di Molière. Ed era parimenti acclamato in Ungheria, Boemia, Polonia, Bulgaria, nei Balcani, in Portogallo, e nei Paesi di lingua tedesca. Goldoni stesso si divertiva a dare vita ai suoi personaggi in occasione delle memorabili «vacanze in villa» presso l’amico conte Widmann, a Bagnoli di Sopra, nel padovano, o nel teatro della villa del marchese Capacelli a Zola Predosa, nel bolognese.
Nato a Venezia, in calle Centani – a San Tomà – il 25 febbraio 1707, in una famiglia borghese originaria di Modena, il piccolo Carlo scrisse il suo primo componimento teatrale tra gli 8 e i 9 anni. La sua formazione fu determinante: a scuola di grammatica e retorica dai gesuiti, a Perugia; poi di filosofia dai domenicani, a Rimini. Intanto leggeva Plauto e Terenzio, Aristofane e Menandro, Machiavelli e Cicognini. Dopo un po’ di «pratica medica» al seguito del padre Giulio (venditore di balsami ed essenze), nel 1723 il giovane Carlo si avviò agli studi in Legge presso il Collegio Ghislieri di Pavia da dove venne cacciato dopo aver scritto una satira pungente contro le donne di quella città. Si laureerà in Legge solo nell’ottobre del 1731, a Padova, iniziando a esercitare la professione forense nello studio dell’avvocato veneziano Carlo Terzi. Ma sarà il teatro a sedurlo in un’epoca densa di grandi fermenti culturali e artistici.
Il Settecento segnò l’apice della gloria della Serenissima ancorché minata dal male oscuro della sua irreversibile decadenza. Venezia restava la capitale europea degli spettacoli con i suoi vivacissimi e invidiatissimi teatri: il San Giovanni Grisostomo e il San Cassiano per l’opera seria, il San Moisé per l’opera buffa, il Sant’Angelo, il San Luca e il San Samuele per la commedia, e il San Benedetto a partire dal 1755.
Goldoni spese il suo apprendistato teatrale nell’osservazione degli attori, nella composizione di tragedie e intermezzi musicali, e nei rifacimenti di testi altrui. Come la celebre e applaudita elaborazione di una tragedia ricavata dalla Griselda di Apostolo Zeno (già adattata da Pietro Pariati), e musicata da Vivaldi.


Alla scoperta dell’attore
Il primo mestiere di Goldoni restò, per molti anni, quello di avvocato. Anche se, a leggere i Mémoires – l’autobiografia, spesso ricca di imprecisioni, che Goldoni scrisse, ormai vecchio, a Parigi – si evince quanto la professione forense fosse meno redditizia e divertente di quella teatrale. Solo nel 1734, con il successo di Belisario, Goldoni si convinse a dedicarsi unicamente alla carriera teatrale.
Il primo referente della sua riforma era il «mondo», seppur nei panni reali degli attori del Teatro San Samuele, poi del Teatro Sant’Angelo e del San Luca, che recitarono le sue opere.
La commedia goldoniana di carattere, infatti, non si sviluppò a partire dall’imitazione letteraria di commedie precedenti, ma dallo studio degli attori. Per loro fu necessario, dapprima, creare ruoli intermedi tra maschera e personaggio, tali da consentire l’invenzione di nuove situazioni comiche. Successivamente cadde anche la maschera che impediva all’attore di esprimere i sentimenti – tra questi anche l’innamoramento – con il proprio volto e la gestualità. In scena non andarono più solo personaggi vittime unicamente della fame o dei soprusi del padrone, ma anche delle leggi del cuore. Una rivoluzione già iniziata in Francia con Marivaux, e che si era estesa a tutto il teatro europeo.
Nel settembre del 1736, un mese dopo il matrimonio con la diciannovenne genovese Nicoletta Connio, che sarà la sua àncora di salvezza per tutta la vita – nonostante le frequenti intemperanze sentimentali del marito – Goldoni tornò a Venezia dove, nel 1737, in veste di direttore del Teatro San Giovanni Grisostomo, iniziò ad aggiornare vecchie tragedie, melodrammi e commedie a soggetto, mettendo in scena la vita della città con i suoi ritrovi, i caffé, le sale da gioco, piazza San Marco, il Ponte di Rialto, le botteghe, gli affollatissimi alberghi. Un universo comico in cui s’intrecciavano e convivevano dialetti e tipi umani. E con una cifra stilistica che concedeva l’inserimento, nelle improvvisazioni, di dotte citazioni e frasi ad effetto tratte da Seneca, Cicerone, Montaigne e altri. Le maschere non facevano solo gesti, lazzi e acrobazie. A tenere banco erano allora gli intermezzi musicali che entusiasmavano il grande pubblico, rumoroso e distratto, che a teatro ci andava spesso solo per partecipare a incontri amorosi, ordire intrighi segreti, stringere alleanze politiche, fomentare vendette o combinare affari più o meno loschi.
Tra il 1740 e il 1743, Goldoni assunse l’incarico di console della Repubblica di Genova a Venezia. Nel 1747 il Teatro San Samuele fu distrutto da un incendio, e il San Giovanni Grisostomo – di proprietà del nobiluomo Michele Grimani, come il Teatro San Samuele – dovette inserire la prosa in cartellone. Goldoni, intanto, passò al Teatro Sant’Angelo dove lavorò fino al 1753 per l’impresario Girolamo Medebach con cui realizzò la fusione tra creatività e produzione, inventando il personaggio di Momolo (non a caso vezzeggiativo di Girolamo), e introducendo una nuova tecnica di scrittura per l’attore: una parte da improvvisare e un’altra da memorizzare. Gli altri tipi su cui Goldoni concentrò la sua riforma furono quelli del servo e della servetta. Come nel caso del Brighella della compagnia Imer: il grande trasformista veronese Pietro Gandini; e, tra le attrici, quella Giovanna Farusso, detta «la Zanetta» o «la Buranella», che fu la madre di Giacomo Casanova.
L’attore gradualmente riformato riuscì a disarticolare la maschera della Commedia dell’arte. Così l’onestà del mercante e l’onorabilità dell’attore diventarono i cardini della riforma goldoniana che segnò un punto di compromesso fra il gusto del pubblico pagante, il mondo dei teatranti e le esigenze dell’avanguardia intellettuale riformista. Fu perciò quasi inevitabile l’aspra polemica letteraria con il commediografo Carlo Gozzi che opponeva al realismo goldoniano la presunta supremazia della fiaba, del racconto epico e fantastico. Goldoni si troverà ben presto in contrasto anche con l’abate Pietro Chiari tanto da far scattare perfino la censura dell’Inquisizione.


Alla corte di Luigi XVI
Nel 1753, per migliorare le proprie condizioni economiche, Goldoni approdò al Teatro San Luca dei nobili Vendramin (l’attuale Teatro Goldoni). Scrisse in quel periodo alcune delle sue più celebri commedie: Il Campiello, I rusteghi, Sior Todaro Brontolon, e le famose Baruffe chiozzotte tanto amate da Goethe.
Dal Teatro San Luca e da Vene-zia Goldoni prese congedo nel 1762 con Una delle ultime sere di carnovale. Alla fine di aprile partì, con la moglie Nicoletta, il nipote Antonio e un servitore, alla volta di Parigi dove avrebbe dovuto trattenersi solo per un paio d’anni, giusto il tempo di vivificare l’ormai obsolescente repertorio della Comédie Italienne. Ma capì molto presto che quasi tutti gli attori non erano in grado, o non sentivano il desiderio, di rinnovare il repertorio e il modo di recitare; anzi, assecondando i gusti della corte di Francia, vivevano come cristallizzati nelle loro abitudini. I comici gli chiedevano solo scenari, cioè canovacci da recitare a soggetto. Cresceva in lui la nostalgia per i teatri veneziani, e così cominciò a scrivere opere in duplice stile: di «soggetto» per gli attori di Parigi, e di «commedia interamente scritta» per gli attori a Venezia.
Il periodo francese volgeva alla fine e il rientro in patria era ormai imminente quando, con un perfetto coup de thé`tre, re Luigi XV lo nominò maestro di lingua italiana a corte, mettendolo a libro paga. Ben presto Goldoni si trasferì nella reggia di Versailles. In Francia resterà altri ventinove anni.
Nel 1771 andò in scena, con grande successo, Le bourru bienfaisant. Goldoni ebbe tutto il tempo di «servire» anche Luigi XVI almeno fino allo scoppio della Rivoluzione, nel luglio del 1792. Gli eventi precipitarono. L’assegno annuo reale gli fu annullato. Nel rigido inverno che seguì, in cui la laguna gelò mentre a Parigi la ghigliottina lavorava indefessa, Goldoni, ormai povero e dimenticato, si spense senza aver potuto rivedere la sua amatissima Venezia, sfavillante e umorale. Era il 6 febbraio 1793.
Di lì a poco, la Convenzione nazionale attribuì una pensione di 1.500 lire alla vedova Nicoletta, riconoscendo al commediografo veneziano «il disgusto per la licenziosità teatrale, e per quelle farse che divertono solo gli uomini avviliti». Per il girondino Clavière «Goldoni aveva riformato il teatro, e perciò apparteneva alla Rivoluzione».
Nel Novecento, sono stati soprattutto i registi Giorgio Strehler, Luigi Squarzina, Maurizio Scaparro, Luchino Visconti, Luca Ronconi e Luca De Fusco a riportare in auge la fortuna di Goldoni. Tanto che la fama del veneziano è approdata anche nei Paesi di lingua inglese: Stati Uniti, Canada e Australia; ma pure in Oriente: Giappone e Cina laddove un altro veneziano, Marco Polo, aveva fatto parlare di sé molti secoli prima.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017