Giovanni Paolo II testimone della speranza

Papa Wojtyla ha vissuto sino in fondo la propria missione di pellegrino del Vangelo fra gli uomini di ogni continente.
28 Aprile 2005 | di

Sereno e umanissimo il transito di papa Giovanni Paolo II. Come di un patriarca biblico. Con il mondo riunito in grande famiglia attorno a lui, a pregare. Accompagnato dai canti dei giovani che, rispondendo a un invito interiore, sono accorsi e hanno sostato giorno e notte sotto le finestre della camera dove si stava spegnendo, per far sentire il grande affetto al loro Padre e guida spirituale, convinti che continuerà  a essere con loro, sentinelle dell'aurora, per sempre. E poi le centinaia di migliaia di persone in fila per ore e ore, per poter rendere omaggio alle sue spoglie mortali composte nella basilica di San Pietro. Un fiume di gente: credenti e non credenti, cattolici e di altre fedi. Inevitabile chiedersi: perché? Solo curiosità , smania di esserci? o segno di un desidero di spiritualità  e di fede, che pensavamo stesse esaurendosi? i primi frutti di tanto suo instancabile seminare?
E poi i funerali. Solennissimi, presenti quasi tutti i potenti del mondo, riconoscenti al grande uomo che è stato anche la loro coscienza critica, quando li richiamava coraggiosamente - non sempre ascoltato - a essere uomini di pace, operatori di giustizia, a rispettare la vita, la dignità  dell'uomo, di tutti gli uomini: contro ogni discriminazione, sopruso e guerra.
Tutto questo sotto gli occhi onnipresenti delle televisioni, che per giorni hanno seguito ininterrottamente l'evento, raccontando tutto il possibile di papa Giovanni Paolo II, tanto che nessuno è più in grado di dire alcunché che già  non sia stato più e più volte ripetuto. Sapendo ormai quasi tutto di lui, quel che ci rimane da fare è cercare di vivere quanto lui ha insegnato, cominciando da quel suo primo invito ad aprire a Cristo le porte del nostro cuore, della nostra vita. Con tutto quello che ne consegue.     (P.L.)

Sento con emozione di aver raggiunto la meta del mio pellegrinaggio. Le scarne parole pronunciate da Giovanni Paolo II dinanzi alla Grotta di Lourdes, il 14 agosto 2004, appaiono oggi la metafora e l'ideale sintesi di un pontificato che ha segnato indelebilmente la storia del cristianesimo e del mondo, ma anche di un'esistenza - quella dell'uomo e del sacerdote Karol Wojtyla - trascorsa tutta nella duplice dimensione della fede e dell'azione.
Di fatto, le conseguenze dell'attentato del 1981 e la malattia parkinsoniana che lo ha martoriato nell'ultimo decennio di vita - e in particolare negli ultimi mesi, con due ricoveri ospedalieri per grave insufficienza respiratoria - la stanchezza dovuta alla vecchiaia e le molteplici fratture che hanno infierito sulla sua pur forte fibra, non sono mai riuscite a fiaccare l'indomita volontà  del Pontefice. Papa Wojtyla ha vissuto sino in fondo la propria missione come pellegrino del Vangelo fra gli uomini di ogni continente, come araldo di Cristo dinanzi ai sussulti dei molteplici fondamentalismi, come testimone di pace e di speranza in mezzo alle contraddizioni lasciate in eredità  al terzo millennio dal secolo breve e dai muri crollati.
Ma soprattutto, in questo più che abbondante quarto di secolo trascorso a capo della Chiesa, Giovanni Paolo II ha voluto essere il prototipo del servo dei servi di Dio, anzi del servo inutile, secondo la sua formula preferita. E lo ha dimostrato proprio con l'eroismo del suo corpo dolente e disfatto, con la tenacia della sua bocca affaticata e impastata dalla quale ultimamente la voce usciva come un rantolo, con il coraggio dell'immobilità  sulla poltrona mobile trasformata nella Cattedra visibile di Pietro.
Proprio la durata del suo pontificato, che lo ha portato a essere il secondo Pontefice più longevo della storia, è uno dei motivi che permettono di definire Giovanni Paolo II il Papa dei record: escludendo dal computo san Pietro, soltanto Pio IX ha infatti regnato più a lungo, con i suoi 31 anni e 7 mesi (fra il 17 giugno 1846 e il 7 febbraio 1878). Da quel 16 ottobre 1978, data della sua elezione, sono trascorsi ben 9 mila 666 giorni, contro gli 11 mila 559 di Pio IX (per superare questo traguardo, papa Wojtyla avrebbe dovuto vivere sino al 9 giugno 2010).
Ma molti altri primati si sono aggiunti in sequenza, tanto da far affermare che la statistica è entrata di prepotenza nelle ovattate stanze vaticane. Si può a ragione dire che quanto fa parte dell'attività  pontificia è stato realizzato in misura maggiore da papa Wojtyla rispetto a qualunque suo predecessore: il numero dei viaggi apostolici (146 in Italia e 104 all'estero, in una sequenza che ha coperto ben 259 località  italiane e 131 stati indipendenti); il tempo trascorso lontano dal Vaticano (822 giorni, escludendo le permanenze nella consueta residenza estiva di Castelgandolfo, pari all'8,5 per cento del pontificato); la mole dei discorsi e dei documenti magisteriali (circa 14 mila testi, per un totale di 17 milioni di parole, equivalenti a una ventina di volte l'intera Bibbia). Fra questi documenti ci sono i due Codici di diritto canonico per l'Occidente e per l'Oriente (rispettivamente pubblicati il 25 gennaio 1983 e il 18 ottobre 1990), il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica (promulgato il 9 dicembre 1992), il riordinamento della Curia romana (con la costituzione apostolica Pastor bonus del 28 giugno 1988) e le norme per l'elezione del nuovo Papa (con la costituzione apostolica Universi dominici gregis del 22 febbraio 1996).
Giovanni Paolo II è anche stato il primo Papa a entrare in una sinagoga (quella di Roma, il 13 aprile 1986) e a visitare una moschea (quella degli Ommayadi a Damasco, in Siria, il 6 maggio 2001). Ha convocato ad Assisi tre raduni di preghiera per la pace, con i leader religiosi di tutto il mondo: il 27 ottobre 1986, il 10 gennaio 1993 e il 24 gennaio 2002. Ha raddoppiato il numero dei diplomatici accreditati presso la Santa Sede, passando dai 92 di inizio pontificato ai 178 attuali. Ha chiesto pubblicamente perdono per le colpe storiche della Chiesa, con molteplici mea culpa il cui culmine è stato raggiunto nella basilica di San Pietro il 12 marzo 2000, durante il grande Giubileo. E proprio a inizio di questo Giubileo, il 18 gennaio 2000, per la prima volta una Porta santa - quella di San Paolo fuori le mura - è stata aperta dal Papa ecumenicamente, in compagnia del primate anglicano George Carey e del metropolita Athanasios del patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Immerso nel cuore del XX secolo

Per qualcuno, Giovanni Paolo II è stato un Papa politico, che ha agito con un occhio rivolto alla realtà  sociale, soprattutto dell'Est europeo, nell'obiettivo di modificarla. Senza dubbio la sconfitta del regime sovietico, simboleggiata dall'abbattimento del muro di Berlino sul finire del 1989, ha rappresentato uno dei successi pubblici del pontificato: Di una porta avevano fatto un muro, è la frase che meglio sintetizza il suo pensiero, pronunciata attraversando la berlinese porta di Brandeburgo il 23 giugno 1996. Ma il suo pensiero di fondo ha inteso proporre una Chiesa estranea a qualsiasi progetto socio-politico: La Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare soltanto per l'uomo.
In lui si è costantemente manifestato un profondo desiderio di confrontare gli eventi contemporanei con le esperienze che hanno contraddistinto i suoi anni giovanili e le vicende della sua famiglia e della sua nazione. Anni, non dimentichiamolo, che hanno sconvolto il XX secolo: dalle due guerre mondiali all'Olocausto, dai regimi dittatoriali ai conflitti interetnici degli ultimi decenni, è lunga la catena di tragedie che hanno scandito la fine del secondo millennio.
Dal primo grido Aprite le porte a Cristo, sino ai più recenti appelli in favore della pace, la voce del Pontefice ha costantemente interpellato la coscienza dell'umanità , toccandola nel profondo e sconvolgendone ogni tentazione di quieto vivere. È proprio questa unitarietà  di vita e di azione a far sì che il mondo intero gli abbia riconosciuto un'autorevolezza superiore a quella che sarebbe concessa a qualsiasi altro leader e un'influenza maggiore rispetto a ciò che, umanamente parlando, verrebbe data a una realtà  piccola come la Santa Sede.
Fra le più recenti esternazioni, di particolare impatto c'è quella pronunciata nel gennaio 2003 al Corpo diplomatico, riunito per il consueto incontro annuale: Sono impressionato dal sentimento di paura che dimora sovente nel cuore dei nostri contemporanei, con l'immediato susseguente appello: Ma tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede, di probità , di rispetto altrui, di dedizione al servizio degli altri. È tale certezza, radicata nella speranza cristiana, che resterà  nell'eredità  di questo grande Pontefice, che, accompagnando l'umanità  nel passaggio dal secondo al terzo millennio cristiano, ha lanciato uno di quei suoi slogan scolpiti nell'eternità : Mai più gli uni separati dagli altri! Mai più gli uni contro gli altri! Tutti insieme solidali, sotto lo sguardo di Dio!.

La sofferenza come espiazione

A motivo del tempo trascorso al decimo piano del policlinico Gemelli, Giovanni Paolo II lo ha umoristicamente definito Vaticano numero 3, dopo le altre due consuete residenze di San Pietro e di Castelgandolfo. È stato un modo di esorcizzare i 164 giorni di ricovero cui è stato costretto in nove diverse occasioni, a partire da quel 13 maggio 1981, quando venne trasportato in fin di vita dopo l'attentato di Alì Agca.
Il suo è stato davvero un pontificato all'insegna della sofferenza, come lui stesso ha sottolineato in occasione dell'operazione di appendicite nel 1996: In questi giorni di malattia ho modo di comprendere ancora meglio il valore del servizio che il Signore mi ha chiamato a rendere alla Chiesa come sacerdote, come vescovo, come successore di Pietro: esso passa anche attraverso il dono della sofferenza. Un paio d'anni prima, quando era caduto e si era fratturato il femore, non aveva avuto pudore a esprimere pubblicamente la consapevolezza che le sue sofferenze avevano un valore espiatorio, erano una personale donazione all'umanità : Voglio ringraziare per questo dono - disse al rientro in Vaticano -, ho capito che è un dono necessario. Il Papa doveva essere assente da questa finestra per quattro settimane, quattro domeniche, doveva soffrire: come ha dovuto soffrire tredici anni fa, così anche quest'anno.
Al proprio fianco ha sempre voluto che ci fossero gli ammalati, che quotidianamente offrono i loro patimenti per il bene della Chiesa. Lo ha visivamente mostrato tramite l'istituzione della Giornata mondiale del malato, che dal 1992, viene celebrata l'11 febbraio in coincidenza con la memoria liturgica di Nostra Signora di Lourdes. Ogni anno un diverso santuario mariano è stato il centro mondiale della celebrazione, da Czestochowa a Guadalupe, da Fatima a Loreto, dalla stessa Lourdes fino al recente tempio di Maria Regina degli Apostoli a Yaoundé.


Le Giornate mondiali della gioventù

Parlando di Giornate mondiali non si possono però trascurare quelle dedicate alla gioventù, avviate nel 1985 e divenute un appuntamento che periodicamente ha visto radunati decine di migliaia di giovani provenienti da ogni angolo della Terra. Il cuore del proprio appello Giovanni Paolo II l'ha sintetizzato a Parigi, nel 1997: Cari giovani, il vostro cammino non si ferma qui. Il tempo non si ferma oggi. Andate sulle strade del mondo, sulle strade dell'umanità , restando uniti nella Chiesa di Cristo! Continuate a contemplare la gloria di Dio, l'amore di Dio; e sarete illuminati per costruire la civiltà  dell'amore, per aiutare l'uomo a vedere il mondo trasfigurato dalla sapienza e dall'amore eterni.
In ogni occasione, papa Wojtyla ha manifestato totale fiducia in Dio e nella Vergine Maria, il cui segno volle apporre anche sullo stemma papale. Tale atteggiamento lo fece prorompere - sin dalla ricorrenza del settantacinquesimo compleanno, nel 1995 - in un'appassionata espressione di gratitudine e di affidamento ai disegni divini, che si può leggere quasi come il suo testamento spirituale: Voglio ringraziare per il dono dell'episcopato e prego incessantemente lo Spirito Santo di aiutarmi a rimanere fedele fino alla morte. Rinnovo davanti a Cristo l'offerta della mia disponibilità  a servire la Chiesa quanto a lungo egli vorrà , abbandonandomi completamente alla sua santa volontà . Lascio a lui la decisione sul come e quando vorrà  sollevarmi da questo servizio.
Nessun timore da parte sua ad affrontare con semplicità  il tema della morte. In occasione del compleanno del 2002, condivise con i fedeli la consapevolezza che sempre di più si sta avvicinando il momento in cui dovrò presentarmi davanti a Dio per rendergli conto della mia esistenza. Ma lo sguardo lucido della fede gli aveva consentito di sottolineare, qualche mese prima, che c'è un solo consiglio per rimediare alla vecchiaia: è Gesù, che è la risurrezione e la vita. Questo significa che c'è sempre la giovinezza. E, anzi, sin da una sua antica poesia giovanile trapela quasi una sottile vena di nostalgica attesa per quel giorno che ogni cosa avvolgerà  nella sua semplicità  sconfinata / e in un soffio amoroso.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017