Ecco perché privatizzare la Rai è un pessimo servizio

Ci sono cose che una tv commerciale non farà mai, come garantire il pluralismo politico e culturale, afferma Dario Antiseri, professore della Luiss.
25 Febbraio 2005 | di

Dario Antiseri, studioso di filosofia vivace, inquieto e dall'eloquio travolgente,cordialmente scomodo, nella prefazione di una sua recente pubblicazione, Idee fuori dal coro, si professa cattolico, ma dichiaratamente dalla parte di Pascal e Kirkegaard; liberale, ma non libertario; laico, ma non laicista; a favore della logica dei problemi e non degli schieramenti.... Ma anche fallibilista, relativista, fideista, nichilista quando tutto questo significhi l'impossibilità  da parte dell'uomo di creare scelte e valori assoluti. E per marcare la sua difficoltà  ad intrupparmi in processioni partitiche.
Dopo aver insegnato per alcuni anni all'Università  di Padova, Antiseri nel 1986 è approdato alla Luiss Guido Carli, una libera Università  di Roma nella quale è docente dì Metodologia delle scienze sociali presso la facoltà  di Scienze politiche. Studioso di Karl Popper, come il maestro si è occupato di televisione, non per demonizzarla ma per evidenziare gli effetti negativi di un suo cattivo uso. Lo abbiamo ascoltato, lo scorso ottobre, a Bologna in occasione della Settimana sociale dei cattolici su Informazione e democrazia. Lo abbiamo intervistato.

Msa. Professor Antiseri, informazione e democrazia: un binomio inscindibile. Quale, dunque, il giusto rapporto tra una società  democratica e una corretta informazione?
Antiseri. Vaghe, diffuse e inconsistenti sono formule come la democrazia è il governo del popolo o la democrazia è il governo della maggioranza o la democrazia è partecipazione. Un popolo, tutto un popolo, potrebbe dare il consenso più massiccio a un dittatore; ma questo consenso non rende democratica una società . D'altra parte, una maggioranza potrebbe governare tirannicamente - contro la tirannia delle maggioranze vale oggi, come ieri, l'ammonimento di A. de Tocqueville -. Né regge la definizione stando alla quale la democrazia si risolve nella partecipazione: piazze inferocite e plaudenti hanno partecipato e contribuito all'istituzione di spietate dittature. La democrazia, o stato di diritto, o società  aperta, si ha laddove esistono istituzioni, cioè regole, che permettono il controllo dei governanti da parte dei governati e la rimozione dei primi senza spargimenti di sangue. Se, dunque, la democrazia consiste in siffatto controllo, va da sé che i governati, vale a dire i cittadini, debbono essere il meglio informati sui problemi in discussione, sulle alternative disponibili, sulle proposte avanzate. Da qui, la imprescindibilità  e l'urgenza di un corretto uso dei media. Da qui, il rifiuto, da parte di ogni democratico, del monopolio pubblico e privato dei mezzi di informazione, ma anche il rifiuto di una qualsiasi posizione dominante.

D'accordo. Ma che cosa intende lei per corretto uso dei media?
Intendo, innanzitutto, un uso che consenta ai cittadini di crescere nella loro capacità  di discernimento e di critica. Intendo, per esempio, una televisione in grado di salvaguardare e difendere il pluralismo culturale e politico. Una televisione a servizio del pubblico, dei cittadini.

A tale scopo non sono sufficienti le televisioni private? Il pluralismo, insomma, non le pare ben garantito da una molteplicità  di fonti di informazione...? C'è proprio bisogno di una televisione di Stato, vale a dire di una televisione di servizio pubblico? Hanno forse torto quanti reclamano la privatizzazione della Rai?
In realtà , in molti si chiedono se non sia giunto il momento di smetterla con la televisione di Stato. Se non la si debba smantellare per farla diventare un'azienda privata, sottoponendola alla concorrenza del libero mercato. Qui mi si permetta di esprimere il mio disaccordo, in quanto, pur essendo favorevole alla più ampia competizione tra televisioni commerciali - senza posizioni dominanti -, sono però dell'avviso che il servizio pubblico svolga funzioni essenziali e non residuali.

Qui, però, l'interrogativo è inevitabile: quali sono o sarebbero, a suo avviso, le funzioni essenziali di un servizio pubblico radio-televisivo? Funzioni essenziali, da non intendersi, dunque, come minimali?
Ebbene, è mia opinione che la prima di queste funzioni è, come ho già  accennato, la più rigorosa salvaguardia del pluralismo politico. Il servizio pubblico è giustificabile proprio sulla base del principio di sussidiarietà : dovrà  fare quelle cose di pubblica utilità  che le tv commerciali non sono istituzionalmente deputate a fare. Se la televisione commerciale può non farsi carico della difesa del pluralismo politico, o di quello culturale, perché il suo legittimo scopo istituzionale consiste nella conquista dell'audience, la televisione di servizio pubblico dovrebbe invece puntare su altri scopi, per esempio sulla difesa dei diritti dei cittadini e, in particolare, delle minoranze indifese. E se, d'altro canto, democrazia si ha laddove esistono istituzioni che permettono il controllo dei governati sui governanti, ha ben ragione Carlo Azeglio Ciampi nel dire che obiettivo della televisione di Stato è la creazione diun'opinione pubblica critica e consapevole, che eserciti il suo controllo sull'operato di chi amministra la cosa pubblica e che sia ispirazione per le scelte che a diversi livelli incidono sulla vita dei cittadini.

Certo, ha pienamente ragione il presidente Ciampi. Ma per quali vie è possibile conseguire le finalità  indicate dal presidente della Repubblica?
Credo che le finalità  indicate tanto responsabilmente dal presidente Ciampi sia possibile conseguirle qualora si avesse la volontà  di fissare regole in grado di staccare il servizio pubblico radiotelevisivo non dalla politica, ma dal dominio dei partiti di volta in volta al potere e, insieme, dalla tirannia dell'audience. Se sarà  la politica a controllare il sistema informativo, e non viceversa, saremo condannati in perpetuo ad assistere ai conflitti tribali di gruppi di servi famelici che sbraitano per avere più ossi mediatici da azzannare. Ed ecco allora il secondo problema: è auspicabile un pluralismo di testate o un pluralismo all'interno delle testate? Credo che il secondo sia la vera conquista del liberalismo: senza un pluralismo all'interno delle trasmissioni, queste si configurano e si configureranno come tanti minareti da cui altrettanti muezzin proclamano le loro inconfutabili verità .
Nell'epoca della globalizzazione, poi, una funzione irrinunciabile del servizio pubblico dovrebbe consistere nell'affiancare la scuola nel costruire i tratti di fondo della nostra tradizione: solo sapendo chi siamo e da dove veniamo potremmo seriamente dialogare e confrontarci con le culture altre. Soltanto una legittimazione morale e culturale può giustificare il pagamento di un canone, così come paghiamo le tasse per la giustizia, per la politica estera, per la difesa.
Sia chiaro: abbiamo fin qui parlato di servizio pubblico e non di servizio a questo o quel partito, a questo o a quel leader governativo.
La televisione di Stato non va assegnata ai partiti o al governo. Dovrebbe piuttosto essere un'istituzione analoga alla Banca d'Italia: al servizio del cittadino e indipendente dai partiti o dal governo. Un'istituzione legata, per esempio, alla Corte Costituzionale ovvero che si strutturi come una fondazione o una onlus. O, meglio ancora, un'istituzione legata alla presidenza della Repubblica. In Inghilterra, i membri del Consiglio di Amministrazione della Bbc sono nominati dalla regina.


I partiti accetteranno di farsi da parte?

Data la situazione attuale, non le pare, professore, di essere forse un po' ottimista? È pensabile che i partiti siano disposti a lasciarsi sfuggire la preda mediatica, così preziosa per loro?
Non sono ottimista. In ogni caso, non sarebbero i politici a rendermi ottimista. Spero molto più negli sviluppi della tecnologia. Probabilmente, saranno proprio gli sviluppi della tecnologia a renderci più liberi. È già  successo in altri campi: non va dimenticato quanta libertà  la lavatrice o la cucina a gas hanno regalato alle donne. Ma, per tornare alla sua domanda, mi sta a cuore ribadire che due sono al momento le patologie che affliggono - e in modo grave - il servizio radiotelevisivo pubblico: la dipendenza dai politici e la dipendenza dalla pubblicità . Finché la televisione di Stato non punterà  alla logica dei problemi, ma sarà  assoggettata alla logica degli schieramenti, saremo inevitabilmente costretti a vederla fallire nel suo più importante compito pubblico. Se l'esito dell'ancoraggio della tv pubblica ai politici alimenta il servilismo del sistema informativo, la dipendenza dall'audience e dalla pubblicità  lo trascina nella sentina delle lepidezze, delle volgarità , delle risse, della proposta di modelli di comportamento trasgressivi e non esemplari, della stupidità , del pettegolezzo, della sfrontata esibizione di panni sporchi.

E qui siamo davanti alla dibattuta questione della qualità  dei programmi e delle trasmissioni televisive. Questione sicuramente intricata.
Le risponderò con parole tratte da un pregevole volumetto di Jader Jacobelli, in cui sono indicati i valori che possono in concreto definire la qualità : Nel campo dell'informazione, anzitutto, il pluralismo e l'imparzialità , cioè la pluralità  delle opinioni e delle interpretazioni che si danno di un fatto. Poi il controllo, quando possibile incrociato, delle fonti, la chiarezza espositiva, la proprietà  linguistica, l'impaginazione razionale ed equilibrata, la migliore corrispondenza testo-immagine, la compostezza e la gradevolezza degli annunciatori e dei presentatori, la correttezza della loro dizione, la misura e il rispetto della privacy soprattutto nel campo della cronaca nera, la sobrietà  di certe immagini, la non insistenza in particolari di crudo realismo, la rielaborazione delle notizie nelle diverse edizioni dei telegiornali, il non abuso di spettacolarità , la precisione delle domande rivolte agli intervistati, il non protagonismo degli intervistatori. [...] E poi c'è la qualità  complessiva della programmazione [...] che si concreta nella varietà  dell'offerta, nell'equilibrio dei vari generi, nella giusta destinazione dei programmi ai diversi pubblici.E non andrebbe mai dimenticato che la televisione è maestra e che - come sostenuto da J. Baudrillard - i comportamenti di coloro che appaiono sullo schermo vengono percepiti in larga misura come normativi. La questione più urgente, dunque, è chiedersi se la televisione sia buona o cattiva maestra. Ed è chiaro che andare ad ogni costo a caccia dell'audience porterà  inevitabilmente a livelli di produzione sempre peggiori. Alla scusante che molti dirigenti televisivi adottano per motivare la scelta dei palinsesti - ossia che si cerca di soddisfare i gusti della gente - aveva già  risposto Popper: dobbiamo offrire al pubblico ciò che vuole? [...] Come se si potesse sapere quello che la gente vuole dalle statistiche sugli ascolti delle trasmissioni. Quello che possiamo ricavare da lì sono soltanto indicazioni circa le preferenze tra produzioni che sono state offerte. Guardando quei numeri non possiamo sapere... che cosa la gente sceglierebbe se ricevesse proposte diverse.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017