Donne in carcere

Lo speciale rapporto di una madre con il proprio figlio rende la carcerazione più straziante per una donna. Una particolarità non da poco che è solo una delle tante differenze tra detenzione maschile e femminile.Ma ecco tutte le conseguenze di una riforma
01 Dicembre 1996 | di

Il carcere, anche il migliore, è comunque un luogo di grande sofferenza: la privazione della libertà  è un dramma di cui non si può facilmente capire la portata: provoca crisi d'identità , rende impotenti, umilia, indurisce gli animi e crea un forte sentimento di rabbia contro la società . Il detenuto di solito è già  in un circuito di emarginazione e le restrizioni del carcere aggravano una ferita sempre aperta. Essere dentro significa non poter compiere anche gesti semplici come alzare la cornetta del telefono per sapere se lo sfratto che ti ha coinvolto è esecutivo, se tuo marito è stato assolto o condannato, se l'operazione di tuo figlio è andata a buon fine. Per avere notizie bisogna aspettare il colloquio, possibile magari tra una settimana, mentre le giornate scorrono tutte uguali con lentezza nauseante. Se questo è il dramma di chiunque è in carcere, per la donna esso assume risvolti più strazianti per lo speciale legame che unisce una madre ai propri figli. Una particolarità  non da poco che si scontra con l'inadeguatezza del sistema carcerario modellato sulle esigenze maschili. Di fatto l'informazione sulla condizione delle detenute è scarsissima. La mancata attenzione è in parte giustificata dal numero esiguo delle detenute, appena 2096 contro i 47.382 maschi (Istat 30 giugno 1996); ma alla poca visibilità  corrisponde una carenza di risorse e strutture specifiche.

Le leggi che consentirebbero di fare di più e meglio ci sono, ma come spesso succede sono contenitori di buoni propositi, che si prestano a interpretazioni soggettive e si scontrano con i limiti di strutture, risorse e inghippi burocratici. La legge numero 663/1986, nota come legge Gozzini, prende le mosse dalla riforma carceraria del 1975, frutto della contestazione sessantottesca delle istituzioni 'totali', per la quale la funzione rieducativa del carcere deve prendere il posto di quella punitiva. In questo spirito la legge Gozzini individua misure alternative per offrire maggiori possibilità  di scontare la pena fuori dal carcere; sancisce la partecipazione del detenuto al trattamento e la possibilità  di premiare il suo impegno con la concessione di benefici. Dovendo promuovere il recupero, il carcere dovrebbe essere un'istituzione aperta alla realtà  esterna. La legge inoltre prevede corsi di istruzione, di formazione professionale e attività  culturali e ricreative; assicura il lavoro e la carcerazione in istituti vicini al luogo di residenza della famiglia.

Una legge inapplicata

La legge è tuttora difficile da applicare tanto per le detenute che per i detenuti, anche se per motivi diversi. Se la difficoltà  per il carcere maschile viene soprattutto dal sovraffollamento e dall'aggressività  che questo comporta, per le detenute il vero problema è la frammentazione dell'universo carcerario femminile. Secondo una completa ricerca empirica sul carcere femminile «Donne in carcere» (E. Campelli, F. Faccioli, V. Giordano, T. Pitch, Ed. Feltrinelli), datata 1992 ma ancora attuale per molti aspetti, solo una minima parte delle detenute vive nei 6 carceri femminili esistenti in Italia, mentre il 77 per cento è sparso in 96 sezioni distaccate nei carceri maschili, in gruppi esigui che stentano a raggiungere le 20 unità . Nella maggior parte delle sezioni non ci sono zone verdi e nel 10 per cento non esiste neppure un cortile.

Per così poche unità  non è possibile fare programmi significativi e se qualche iniziativa c'è, è casuale, dettata dalla buona volontà  di qualcuno e spesso lontana dalla vita della donna di oggi, vedi l'onnipresente corso di taglio e cucito. Il lavoro, che dovrebbe essere garantito e costituire un'altra grande risorsa di recupero, è poco e di scarsa qualità . Si tratta per lo più di attività  interne al carcere come la manutenzione e i servizi domestici. La mancanza di lavoro all'esterno aggrava il già  difficile cammino per ottenere la concessione di misure alternative, tanto che solo una minima parte dei detenuti ne beneficia.

Rilevante il problema delle tossicodipendenti che sono la maggior parte delle detenute, le quali hanno in genere pene detentive brevi e sono recidive: ciò significa che la popolazione carceraria cambia costantemente ed è difficile programmare qualsiasi attività  di recupero. L'esistenza di pochi carceri penali femminili fa sì che molte detenute dopo il processo siano trasferite in penitenziari lontani dal luogo di residenza della famiglia, con gravi conseguenze per i figli.

Figli: detenuti innocenti

P er quanto riguarda i figli delle detenute, la legge carceraria è carente: essa permette alle madri di tenere con sé il bambino fino all'età  di tre anni. «Trovo che questa parte della legge sia allucinante - afferma Franca Faccioli, sociologa, una delle autrici della ricerca «Donne in carcere» - non tanto perché è bene che il bambino stia con la madre più tempo, quanto perché essa sottintende una regola sadica, lontanissima dalla sensibilità  materna: che il figlio abbia bisogno della mamma solo fino ai tre anni». In verità  i bambini in carcere sono pochissimi, sia perché si fa sempre più uso della detenzione domiciliare, sia perché le madri stesse scelgono per il figlio una collocazione diversa. La reclusione, infatti, incide pesantemente sullo sviluppo del bambino, privandolo della varietà  di contatti di cui ha bisogno per crescere.

Ad occuparsi dei figli sono in genere i nonni. I rapporti con la famiglia d'origine non sono spesso ottimali, ma essa rimane una grande risorsa. Nei casi più disperati interviene l'assistente sociale che assegna i piccoli a famiglie affidatarie. Ma anche questa soluzione non è indolore. «Ho visto casi strazianti di bambini - racconta Renata Massaria, volontaria da 13 anni - che trovandosi bene con la famiglia affidataria non volevano più ritornare con la madre». Parlare dei figli con una donna in carcere è come toccare un punto dolente: i silenzi pieni di umiliazione sono più eloquenti delle espressioni d'amore.

Per le straniere, il secondo gruppo più numeroso tra le detenute, i già  gravi problemi si moltiplicano: hanno difficoltà  di lingua, vengono da situazioni di grande povertà , hanno lasciato a casa anche quattro, cinque figli per i quali sono spesso l'unica fonte di sussistenza, non fruiscono di colloqui e di permessi perché la famiglia è lontana, ma miracolosamente possono poggiarsi su una risorsa insperata: la solidarietà  tra detenute. «Atteggiamenti e reazioni inspiegabili caratterizzano le donne detenute rispetto agli uomini - fa notare Renata - : la diversità  etnica non genera contrasti come avviene nei carceri maschili ma curiosità , così la prigionia le prostra ma non le annienta, come succede a molti uomini. Le detenute tra l'altro non rinunciano a coprire le sbarre con una tendina ricamata e a darsi un'ombra di rossetto quando viene qualcuno».

Un sistema contraddittorio

A i problemi particolari della donna si aggiungono quelli legati alle contraddizioni del sistema carcerario in genere. La legge Gozzini stabilisce che una équipe - formata da un assistente sociale, un assistente sanitario, un educatore, uno psicologo, un medico e un cappellano - da un lato aiuti la detenuta nel cammino di recupero e dall'altro misuri i miglioramenti compiuti concedendo progressivi benefici. Sulla carta sembra un provvedimento azzeccato, nella realtà  si rivela difficilissimo da realizzare. Renata ce ne spiega il perché: «Prima del giudizio la detenuta è istintivamente portata a pensare solo al processo: quanti giorni, quanti mesi, quanti anni... Dopo il processo, c'è il crollo perché ognuna spera di essere assolta. Poi, con la condanna definitiva, si tranquillizza, entra in un programma di rieducazione. Da quel momento in avanti la «sintesi», cioè il giudizio dell'équipe, diventa per lei un'ossessione, un tarlo: è importante dimostrare i progressi per ottenere i benefici: un colloquio in più, un permesso in più... fino alla tanto agognata semilibertà  o altro ancora».

Tutto questo falsa i rapporti in modo irrimediabile e le donne, che avrebbero bisogno effettivo di assistenza fisica e psicologica, non riescono a essere sincere con gli operatori: «Al medico - esemplifica Renata - non dici che stai poco bene, altrimenti viene fuori che ieri hai bevuto anche il cartone di vino della tua compagna; se a casa tua c'è una situazione di estrema miseria, tu non ne fai parola perché hai paura che, non avendo un posto in cui dormire, non ti diano il permesso di andar fuori due giorni. Per non parlare della tossicodipendente, la quale non racconta nulla. Tutta questa struttura che dovrebbe far maturare le persone, poiché è finalizzata a ottenere dei benefici, è abbastanza impotente. A mio parere gli operatori non dovrebbero essere gli stessi che poi fanno la sintesi».

Ma non redime

I l problema della gestione è un problema delicatissimo per gli operatori costretti anch'essi ad avere a che fare con le ambiguità  del sistema carcerario, con i limiti delle strutture e delle risorse. Anche l'impegno più generoso è messo a dura prova. Ma tanto impegno serve davvero? Può servire a qualcuno, nella maggior parte dei casi non serve, perché non risolve i problemi che causano la devianza. In altri casi addirittura danneggia. Il carcere può accrescere la rabbia verso la società , la quale si limita a punire e a stigmatizzare, non aiuta ed è più indulgente con i tangentari che con i ladri di galline. Di questo passo si rischia di creare vere e proprie carriere criminali. «È rarissimo che in carcere ci siano persone innocenti, - afferma Renata - le detenute non amano ammettere i loro torti, ma sanno di essere colpevoli. Non ho mai trovato nessuna che mi dicesse che la pena fosse proporzionale alla colpa commessa».

Il guaio è che la gente non conosce il carcere come veramente è: frasi del tipo «ben gli sta» o «ma come? hanno persino la televisione in camera!» fanno parte di un inglorioso stereotipo. Prevale la tentazione di punire, di chiudere, di difendersi da ciò che si considera una minaccia, un modo di essere lontano da sé. La realtà  vista con gli occhi di una volontaria in carcere è ben diversa: «Nella totalità  - afferma Renata - le detenute sono persone che hanno avuto una vita molto più disgraziata di quelle che sono fuori: per condizioni familiari, per mancanza d'affetto, di opportunità , di cultura. Ho insegnato molti anni in un istituto per l'infanzia abbandonata e purtroppo molte mie scolare le ho ritrovate qui. Le detenute non sono né migliori, né peggiori di noi. Noi siamo solo meglio educati e più capaci di gestire le nostre zone d'ombra».

Ma c'è una reale alternativa al carcere? «La prevenzione - risponde secca Franca Faccioli - . Sarebbe opportuno coinvolgere la gente sui problemi della sicurezza urbana prima che essi scoppino. Renderla partecipe del fatto che esistono situazioni di disagio a rischio contro cui si può combattere solo con l'arma della solidarietà ».

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Con le carcerate della Giudecca

Nell'orto delle meraviglie

Flora, Giovanna, Nadia... storie di errore e di speranza, di fatica e di riscatto.
In un ambiente non del tutto deprimente, se non fosse per la mancanza di libertà .
La presenza discreta dei volontari.

Fiocco rosa all'ingresso, risate dietro l'uscio chiuso. È la prima immagine del carcere femminile della Giudecca di Venezia. Se non fosse per le porte blindate e per le agenti di polizia penitenziaria, discrete e onnipresenti, l'edificio, con i suoi chiostri malmessi ma ancor belli, sembrerebbe un collegio femminile dei tempi andati. Al di là  della porta della cucina tre ragazze intente a scolare la pasta per le 70 detenute.

Flora, una delle tre, ci accoglie con un sorriso ironico: «Avete visto là  fuori quel fiocco? Sono in attesa... tra poco nascerà  una 'nuova vita'». «Maschio o femmina?». «Ma no, la nuova vita è la mia». Ha 29 anni, è di origine siciliana ma vive a Torino. A giugno uscirà  dopo sei anni di detenzione. Sa ironizzare sulla sua condizione di detenuta. E non dev'essere facile.

Flora è una ragazza vivace. Quando il fotografo sta per cliccare, chiede di potersi togliere la cuffia bianca di cuoca per mostrare i bellissimi capelli neri e crespi: «Così potrete dire che sono più bella della Schiffer». Dopo numerose 'trasferte' in diversi penitenziari italiani (Alba, Novara, Cuneo, Vercelli), Flora è approdata a Venezia. «Il carcere, a volte, può anche aiutarti a maturare - ci confida con un po' di esitazione - . Il primo impatto però è stato terribile: mi sentivo braccata, mi ribellavo a tutto e a tutti. Qui sono riuscita a inserirmi. Lavoro in cucina, seguo un corso di teatro, coltivo l'orto del carcere. Ma altrove è stato diverso». Come vede il futuro? «Non sarà  facile - dice Flora dimostrando una certa preoccupazione - . Spero di non essere giudicata dalla gente. Ho scontato la mia pena. Ho pagato per quello che ho fatto. Ora penso a formarmi una famiglia e ad avere dei figli».

Anche Giovanna, sua «collega» di cucina, ha 29 anni, e due occhi di un azzurro intensissimo. È difficile immaginarla imputata e colpevole di reato. Con voce sottile e delicata ci racconta la sua storia. È in carcere dal 1993. Prima sei mesi di custodia cautelare, poi la pena definitiva, scontata quasi per intero alla Giudecca. Per lei il tempo si è fermato. «In carcere mi chiamano 'Alice' - racconta. - Per me tutto questo è come un brutto sogno».

Non nasconde il dramma vissuto dopo l'arresto e la condanna. «I miei genitori gestiscono un ristorante-pizzeria a Torino. Sono molto anziani. Hanno bisogno del mio aiuto. Per loro è stata una prova durissima. Spero di uscire al più presto per poterli aiutare nella loro attività ».

Il carcere serve a redimere?, le chiediamo. «Il carcere non serve molto. Anzi, in alcuni casi ti può rendere peggiore. Ti rende pessimista e diffidente verso le persone. Ti senti sempre giudicata. Nel mio caso, mi ha dato la possibilità  di riflettere su quanto ho fatto. Bisogna avere molta forza per andare avanti». Giovanna si dedica anche allo studio: frequenta le magistrali e spera di poter conseguire la maturità .

Nonostante l'aspetto piacevole delle strutture, la detenzione è comunque violenza: provoca la rottura dei rapporti con le altre persone: genitori, fidanzato, compagno, figli. Tutto è amplificato: dolore e rimorso, preoccupazione e indifferenza, rabbia e disperazione.

Molte detenute sono straniere e non hanno nessuno su cui fare affidamento. I contatti con la famiglia risultano difficili. Succede a Nadia, di origine ucraina. È in Italia da più di due anni, da quando è stata coinvolta in un traffico di droga. «I miei non sanno che sono in carcere - spiega con un luccichio agli occhi - . Non voglio dare loro questo dispiacere. Mia madre pensa che sia qui a lavorare». L'unico legame con i propri cari è dato dalle lettere che lei invia di tanto in tanto. Nadia ha anche un figlio di 14 anni. Quando parla di lui si inorgoglisce; il suo bel viso, velato di tristezza, abbozza un sorriso e gli occhi le si illuminano: «Vivo per lui, spero che possa riuscire nel futuro ad avere un buon lavoro». Anche lei è impegnata nell'orto del carcere e realizza lavori in ceramica. «Il contatto con la natura mi rende felice e mi dà  forza».

L'orto di cui parla Nadia è «l'orto delle meraviglie». Così l'hanno chiamato le detenute e i volontari del carcere femminile della Giudecca. È un esempio di collaborazione fra enti diversi, un'azione concreta di «risocializzazione» delle ospiti del carcere. L'orto è di 6 mila metri quadrati, solo in parte sfruttati. A coltivarlo sono Sonia, Silvia, Mita, Lulù, Elena, Marina, Chantal, Janila, Nanà , Nadia, Halima, Cristina, Gabriella, guidate da tre volontari della cooperativa «Rio terà  dei Pensieri», Ivan, Giorgio e Riccardo, coordinati da Raffaele Levorato, presidente della cooperativa, e la collaborazione della direttrice del carcere, dottoressa Gabriella Straffi.

«Per le ospiti questa è una opportunità  unica - spiega la direttrice - diversa dalle attività  proposte tradizionalmente dal carcere». Un'opportunità  che potrebbe anche trasformarsi in un lavoro vero e proprio, non solo perché le detenute possono diventare socie della cooperativa e iniziare a guadagnare qualcosa, ma anche perché presto potrebbero essere loro a vendere i prodotti al mercatino rionale. «Il Comune ha già  dato i permessi necessari - dice Levorato - la direzione del carcere e il magistrato di sorveglianza sono d'accordo. Ora bisogna attendere che la burocrazia si dia una mossa».

Queste iniziative servono al recupero? Secondo la dottoressa Straffi «...la prima condizione perché questo avvenga è che la detenuta ci creda e abbia voglia di inserirsi. Il carcere viene dopo, nel senso che l'istituzione deve offrire le migliori opportunità ». La direttrice degli istituti di pena veneziani apprezza il lavoro dei volontari: «Ci aiutano molto, nella gestione della biblioteca, nelle attività  scolastiche e in altre iniziative, ed è anche tramite loro che si può cogliere la volontà  della persona reclusa di fare un cammino diverso».

All'interno del carcere operano anche le suore di Maria Bambina. Il loro è un impegno molto importante. Curano l'infermeria, l'asilo nido, e qualcuna è nel settore della tossicodipendenza. «Quella delle suore - assicura la direttrice - è una presenza importante e complementare».

Il ruolo del volontariato può essere determinante per imprimere una svolta. Bisogna guardare al futuro, ritrovare una certa serenità . Nadia, 37 anni, milanese, condannata a 12 anni per uso e spaccio di droga, ci ha provato. Con l'aiuto dei volontari ha ripreso in mano i libri e ha conseguito la maturità  magistrale. Avrebbe potuto fare altre scelte. Ha preferito riscoprire lo studio. Perché? «L'idea di studiare - risponde - è nata come una necessità : la necessità  di impegnare il tempo. Perché quando hai una pena abbastanza lunga da scontare, la cosa principale è dare un senso al tempo che sei costretto a vivere». Qual è il momento più «bello» della vita in carcere? «La mattina quando aprono le porte delle celle, che restano aperte tutto il giorno, e c'è la possibilità  di comunicare con le altre». E il momento più brutto? «Tutti pensano che sia - afferma Nadia - il momento in cui vengono chiuse le porte; ma io riesco a vedere del bello anche in quello, perché ti regala un'intimità  speciale con le tue compagne di cella. Però ci sono momenti in cui vorresti vicino delle persone che non puoi avere».

Nel programma di Nadia c'è il quinto anno propedeutico e poi l'iscrizione all'università . «E su questa base - aggiunge - vorrei chiedere la semilibertà . Ma per ottenerla devo avere un impiego, anche nel volontariato».

Cosa spaventa del dopo, quando uscirà  dal carcere? «Il giudizio della gente - risponde Nadia - . Temo che non capisca». Le chiediamo quale speranza ha per il suo futuro. «Comunicare il frutto di questa esperienza, che è negativa, ma con qualche brandello di positività , perché ti dà  l'occasione di riflettere sulla possibilità  di reinserirti nel mondo che per un certo periodo hai dovuto lasciare».

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Il volontariato carcerario è donna

È femminile il volto del volontariato carcerario. Impegnate in attività  culturali, di promozione e di reinserimento, le donne costituiscono un punto forte dell'assistenza carceraria, così come sottolineano i dati forniti dalle associazioni di volontariato, Seac, Arci-ora d'aria, Caritas e Fivol, nel corso della prima conferenza nazionale del volontariato penitenziario, tenutasi di recente a Roma.

Il 60 per cento delle oltre duemila persone, aderenti alle 447 organizzazioni che si occupano di detenuti ed ex detenuti, sono donne. La maggior parte di esse è costituita da studentesse, o da signore che si sono impegnate, in passato, in altre attività  sociali. Un patrimonio di esperienza messo a servizio di tutti i detenuti del Paese. Le associazioni che operano nell'ambito della detenzione femminile sono almeno cento, una settantina delle quali di ispirazione cattolica.

Si segnala tra le iniziative pilota, messe a punto per facilitare il reinserimento delle ex detenute nella società , quella della cooperativa «Alchimia» di Verona, costituita tra donne libere, ex detenute e detenute, che ha preso in affitto un locale nel centro della città , nel quale vengono commercializzati i prodotti dell'artigianato, realizzati dalle donne dei penitenziari della zona.

Interessante risulta anche l'introduzione a Roma di centri di servizio per ex detenute, in grado di mettere a frutto la qualificazione professionale raggiunta. Molto attiva e qualificata è l'assistenza a favore delle giovani madri, o di quelle detenute che mantengono in carcere un figlio piccolo. Esistono in questi casi specifici programmi di aiuto, realizzati insieme a gruppi di famiglie che accolgono, in affidamento temporaneo, i bambini.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017