Come spettri affamati

La crisi economica determinata soprattutto dalle misure imposte dall’Occidente al governo dei talebani sta impedendo in Afghanistan l'accesso ai beni essenziali. Le prime vittime sono donne e bambini.
12 Luglio 2022 | di

Poco prima dell’alba, Amina ha svegliato i suoi due figli. Ha dato loro un bicchiere d’acqua, per riempire di qualcosa gli stomaci vuoti. Poi si sono messi in marcia, seguendo il profilo nero e affilato delle montagne che corrono verso sud, lì dove si apre il trafficato, caotico confine con il Pakistan. Nella polvere bianca sollevata dal vento, incendiata dai primi, rabbiosi raggi del sole, i loro profili in cammino sono apparsi e scomparsi, come quelli di spettri della cui effimera esistenza sia lecito dubitare. Nella conca di Spin Boldak, ai piedi di antiche rocce masticate dal tempo, si sono uniti migliaia di uomini, donne, bambini in trepidante attesa. Sono tutti qui per lo stesso motivo: la fame.

A contenere la pressione esercitata dalla folla che preme verso il magazzino di viveri, un pugno di talebani, kalashnikov in spalla e cavi d’acciaio nelle mani. Li agitano come code impazzite, ruotando i polsi fino a farli schioccare, minacciosi e letali. Pochi riescono a conquistarsi un sacco di miglio. Non basta, dicono i loro volti scavati. Ma è pur qualcosa: per chi è sopravvissuto all’inverno appena trascorso, uno dei più duri a memoria d’uomo, una manciata di miglio può fare la differenza tra la vita e la morte.

Il blocco dei fondi afghani, circa 7 miliardi di dollari, congelati nelle banche americane dalla proclamazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, e il formale divieto imposto al governo talebano dal Fondo monetario internazionale di disporre dei 440 milioni di dollari delle riserve, hanno causato un collasso economico che, aggravato dalla siccità, impedisce l’accesso ai beni di prima necessità. Secondo Noor Ahmad Sayed, responsabile dell’informazione della città di Kandahar, la situazione è destinata a peggiorare: «Chiediamo al governo italiano di non seguire gli Stati Uniti nella politica di sanzioni economiche imposte all’Afghanistan – dice –. Esse colpiscono la gente più povera, i bambini e le donne rimasti soli. Stanno morendo di fame, a migliaia».

Veder morire un figlio

Le prime vittime le incontriamo negli ospedali di Kabul. Hanno il volto disperato delle madri che accarezzano i figli, prima che la fame e l’assenza di medicinali se li portino via. Nell’oscurità dei corridoi e delle corsie dell’ospedale Ataturk, che i generatori, ormai privi di carburante, non sanno più illuminare, i pochi medici rimasti in servizio assistono, impotenti, alla strage. «Manca tutto. Anestetici, strumenti diagnostici, medicinali di base – racconta Farsad, pediatra –. Questa donna sta cercando di mantenere in vita suo figlio insufflando dell’aria nei suoi polmoni con una pompa manuale. Ma in condizioni così gravi potrebbe essere salvato solo in un reparto di terapia intensiva, che qui non esiste più. Sta morendo per una banale sindrome da raffreddamento, aggravata a causa delle condizioni di estrema povertà in cui vive con la sua famiglia, che non ha potuto acquistare alcun medicinale. Quando sono riusciti a portarlo qui, era già in condizioni disperate».

Solo tra gennaio e marzo di quest’anno, in Afghanistan sono morti oltre 14 mila nuovi nati. Circa 5 mila al mese. La denuncia, lontana dal creare scalpore in un mondo distratto da altro, è di Human Rights Watch. Secondo il vice rappresentante speciale Onu per l’Afghanistan, Ramiz Alakbarov, «il 95 per cento della popolazione è sottoalimentato, percentuale che sale al 100 per le famiglie che hanno perso gli uomini nel corso della guerra». Le conseguenze della crisi sono drammatiche e non soltanto sul piano umanitario. Come ci conferma Abdul Ghafar Mohammadi, comandante della polizia di Kandahar: «La criminalità è in aumento in tutto il Paese. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà estrema in cui versa la popolazione. Quando stai per morire di fame, diventi pronto a qualsiasi azione pur di sopravvivere».

A trarne beneficio sono i gruppi più radicali, che pongono ormai una minaccia esistenziale alla sopravvivenza del governo talebano: primo tra tutti, il sedicente Stato Islamico: «Un numero crescente di persone, tra le quali anche ex appartenenti alle forze speciali e ai servizi di intelligence dell’ex esercito afghano, stanno ingrossando le fila del Daesh, aumentando considerevolmente le capacità operative», ci conferma una fonte governativa che vuole restare anonima. Una scelta dettata da esigenze di sopravvivenza. La strategia di radicamento ed espansione applicata dall’Isis Khorasan in Afghanistan, e ampiamente collaudata da altri gruppi afferenti al Daesh non solo in Medio Oriente ma anche nel Sahel, prevede infatti un supporto tangibile, in denaro e protezione, per tutti coloro che sono disposti a combattere sotto la sua bandiera.

Eppure, il rischio che l’intero Paese torni a essere l’hub del fondamentalismo islamico internazionale, e a rappresentare un pericolo non solo a livello regionale, ma planetario, non sembra interessare i vertici della Casa Bianca. La volontà espressa dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è quella di devolvere la metà del patrimonio afghano alle famiglie delle vittime dell’11 settembre 2001, nonostante nessun afghano abbia partecipato alla progettazione e all’attuazione degli attentati alle Torri Gemelle. Una proposta respinta al mittente dalla stessa Associazione 9/11, che la considera irricevibile, soprattutto a causa della tragedia umanitaria in corso nel Paese.


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Data di aggiornamento: 12 Luglio 2022

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