Antonio è tornato in Marocco

«Il Santo mi è apparso in sogno, ha predetto la mia malattia, l’ospedale e il medico che si sarebbero presi cura di me. Gli devo la vita» racconta Amina, giovane musulmana.
24 Gennaio 2019 | di

Amina l’aveva promesso. Prima o poi avrebbe incontrato quell’uomo. Le era apparso in sogno. Un’immagine che l’ha accompagnata per giorni. Si era presentato con dolcezza, rassicurandola. Per dirle di una malattia «silenziosa», ma aggressiva, che stava minando la sua salute. Le aveva dato indicazioni, riferimenti precisi sull’ospedale e sul medico che avrebbe dovuto contattare. Nome e cognome. Medico che lei, marocchina, figlia di contadini, vissuta da sempre nelle campagne tra Rabat e Casablanca, non conosceva.

Sembrava soltanto un sogno. Amina non avvertiva nessun disturbo. L’invito, però, era stato chiaro. A quel punto decise che sì, avrebbe approfondito il suo stato di salute. Andò nell’ospedale e chiese di quel medico. Lo trovò. Lui la visitò. Rabbrividì. Fu il segno tangibile che quella persona apparsale in sogno la stava accompagnando. Il medico la prese in cura. Seguirono gli accertamenti clinici. Le fu diagnosticato un tumore che, in progressione, sarebbe stato devastante e l’avrebbe portata alla morte se non fosse stato per quella persona misteriosa. Amina fu operata d’urgenza. Seguì una lunga degenza postoperatoria, fino alla completa guarigione.

Negli anni lei non dimenticò quel misterioso personaggio che l’aveva visitata in sogno salvandole la vita. Voleva capire. Un giorno, in autobus, trovò una turista con in mano un’immaginetta nella quale, con grande sorpresa, riconobbe il volto di quell’uomo misterioso: era sant’Antonio. Amina non ebbe dubbi. Aiutata dalle donne del villaggio, dopo essersi documentata sulla vicenda umana del Santo, chiese di poterlo incontrare per dirgli il suo «grazie». Lei, proveniente da una terra così cara al Santo che ne fece la meta della sua prima missione.
 

Il viaggio di Antonio nel 1220

È il 1220. Antonio parte da Coimbra con un confratello, Filippo, alla volta del Marocco. Lì contrae una malattia tropicale che lo costringe a riprendere la via del mare e a tornare in patria. Ma a causa dei forti venti contrari, la nave in cui si è imbarcato viene spinta fino alla lontana Sicilia, con un rovinoso naufragio. Da qui, Antonio risalirà l’Italia fino all’ultima sua dimora: Padova.

Amina non conosceva l’Italia, una terra per lei lontana. Ma mai, come ora, vicina. Con tanto sacrificio è riuscita a racimolare qualche soldo e a organizzare un viaggio per incontrare il Santo. A Padova, nella sua Basilica, l’ha idealmente abbracciato. Ha accarezzato la sua tomba, ha visitato la Cappella delle Reliquie, conosciuto i suoi confratelli. Ha saputo che è nato a Lisbona (Portogallo) ed è morto nella città di Padova dopo una vita di preghiera, digiuno e predicazione. Un uomo dalla parte degli ultimi, dei poveri, degli oppressi. Un santo «trasversale»: il suo carisma abbraccia credenti di altre religioni: musulmani, buddisti, indù.

In Marocco esiste anche una piccola comunità cattolica costituita da circa 30 mila credenti e il dialogo interreligioso è una realtà positiva. «Perché la diversa appartenenza religiosa non ci impedisce di essere felici insieme», ha confidato Amina una volta giunta a Padova. Lo testimonia anche il viaggio che papa Francesco compirà a Rabat e Casablanca, dal 30 al 31 marzo prossimi, su invito del re Mohammed VI.
 

«Io, musulmana, grata al Santo»

A raccontarci questo straordinario episodio padre Tarcisio è Centis, francescano conventuale che presta servizio nel santuario antoniano. «Ho ancora impresso il suo sguardo ammirato, sereno – spiega –. Ero nella cappella a impartire la benedizione di Dio e del Santo sui pellegrini in visita alla Basilica». A un certo punto gli si avvicina un piccolo gruppo di donne. «Una di loro parlava italiano e faceva da interprete. Tra queste donne c’era lei, Amina».

Indossava una djellaba (tipico vestito marocchino). Lo hijab le incorniciava il volto. «Mi ha spiegato quanto le era accaduto. Lo ha fatto con parole sue, timidamente, senza tanti dettagli. Mi ha confidato la gioia di trovarsi in quel momento in Basilica per ringraziare il Santo. “Finalmente l’ho potuto conoscere da vicino”, mi ha confidato. “Posso dire di averlo incontrato. Sento ancora forte la sua presenza. Io, musulmana, lo ringrazio per il grande dono che mi ha voluto fare salvandomi la vita”».

Padre Tarcisio, particolarmente toccato dalla testimonianza ricevuta da Amina, e rispettandone il credo religioso, ha voluto esprimere la gioia e la partecipazione dell’intera comunità francescana con una semplice benedizione. «Le ho chiesto se potevo benedirla – aggiunge –. Mi ha risposto di sì». Il frate l’ha fatto con la semplicità e l’intensità dei gesti. In un profondo e rispettoso silenzio. «L’ho vista felice e sollevata. Mi ha salutato e se n’è andata».

Padre Tarcisio è convinto: «Da quello che mi ha raccontato Amina, e da come si è sviluppata la sua storia, ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte a un grande mistero: l’ennesimo miracolo compiuto da sant’Antonio». È come se il Santo fosse ritornato in Marocco, dopo secoli, nella terra che lui aveva tanto desiderato. E lì abbia voluto incontrare Amina.

Data di aggiornamento: 24 Gennaio 2019
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