Tuffarsi per capire

Accogliente, dissetante, maestosa. Perché l’acqua riveste una parte così importante nella nostra vita? In fondo siamo acqua e viviamo in una società liquida. Per cercare di capirla a pieno non resta che tuffarcisi dentro e lasciarsi coinvolgere.
05 Aprile 2017 | di

Non c’è niente di più bello di un bicchiere d’acqua fresca quando abbiamo sete. Un bel bagno caldo è quello che sogniamo, al rientro a casa, dopo una lunga giornata di lavoro. L’oceano aperto è l’immagine a cui istintivamente va il pensiero se ci mettiamo a fantasticare. 
Accogliente, dissetante, maestosa… Perché l’acqua riveste una parte così importante nella nostra vita? Alcune pubblicità sosterrebbero che il nostro organismo è composto per oltre il 50 per cento di acqua. La medicina confermerebbe che fin da bambini nasciamo nell’acqua, mentre la geologia ci dimostrerebbe che la Terra è fatta di distese azzurro-blu più che di terre emerse.
Siamo fatti di liquidità, un dato oggettivo e una caratteristica che, quando facciamo inclusione, se da un lato ci offre uno spunto simbolico piuttosto immediato, dall’altro ci fornisce il punto di vista per orientarsi nell’odierna diversità.
Un’intuizione, quella della liquidità, che non è sfuggita al pluripremiato Zygmunt Bauman, tanto per cominciare, che con l’arguzia del suo pensiero ha condizionato una grossa fetta della filosofia postmoderna.
Spaziando dalla fluidità identitaria all’Olocausto, dal comunismo alla globalizzazione, dal populismo fino all’emergenza migranti, le parole del sociologo polacco recentemente scomparso risuonano ancora come urgenti e attuali, parole che possono essere prese a prestito anche per parlare di educazione e di inclusione, proprio come lui stesso fece nel 2012 nel libro Conversazioni sull’educazione.
A questo proposito ricordo ancora quando, nel 2015, al Convegno Erickson di Rimini, dove mi trovavo per una formazione a dei docenti, Bauman ci riportò tutti alla sfida di immergerci nella società liquida, società frammentata e sfuggente, ma pur sempre peculiare della nostra epoca.
La difficoltà di interpretare i cambiamenti che dal dopoguerra l’hanno investita, ci ha portato sempre più, come sottolinea il sociologo, a costruire categorie che ci permettessero di abitarla e comprenderla. Per farlo, però, i confini servono a poco. Servirebbe piuttosto tuffarsi, lasciarsi coinvolgere. Andare oltre i paletti e le categorie, così come le definizioni di «normalità» e «anormalità» e, conseguentemente, di «maggioranza» e di «minoranza», un presupposto e un invito che, nella sua semplicità, rappresenta la sfida sempre in bilico del prossimo futuro.
La paura è l’altro lato della medaglia. Essa nasce quando non siamo capaci di gestire l’ignoto, le differenze che ne fanno parte. Per questo cediamo ai confini, ai paletti, alla sistematizzazione. I confini, però, avvisa Bauman, dividono e lo fanno in tutti i sensi, perché «se dividono lo spazio, non sono pure e semplici barriere.
Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni...». In questo orizzonte anche le definizioni di normalità e anormalità finiranno per far coincidere categorie e minoranze, dal punto di vista dell’immagine come nel peso politico.
Vale per la disabilità, ma vale anche per questioni globali come le migrazioni di massa e la povertà. Che fare allora? Lasciarsi sedurre dagli allarmismi o immergersi nel flusso? A voi la scelta, io intanto mi faccio un sorso di società liquida! Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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