Nuova evangelizzazione? Passa (anche) dai santuari

Parola di monsignor Rino Fisichella, alla guida del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.
11 Giugno 2018 | di

L’appuntamento è nella sede del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (Pcpne), a due passi dalla basilica di San Pietro. Il freddo clima dell’austero palazzo neoclassico, che ospita anche altri organismi vaticani, si scalda non appena si varca la porta del dicastero e si viene accolti da un sorriso. «Scusi il ritardo – esordisce monsignor Rino (diminutivo di Salvatore) Fisichella, dal 2010 alla guida del Pcpne –, ma sono andato a trovare dei cari amici che hanno appena perso un parente. Sono occasioni importanti, a cui non posso mancare», ribadisce. E, subito dopo: «Gli impegni non mi mancano. Sto anche scrivendo un libro». Eccole qui le due anime di monsignor Fisichella, quella del pastore e quella del teologo, che in lui convivono in modo pacifico, nonostante da più parti si cerchi di ingabbiarlo solo in una delle due dimensioni. «Tema centrale del libro – comincia subito a raccontare –, è l’azione evangelizzatrice dei poveri. Sarà una raccolta di aneddoti». Sono qui per intervistarlo sul ruolo dei santuari (la cui cura dallo scorso anno papa Francesco ha affidato al dicastero) nella nuova evangelizzazione, ma la curiosità è forte. «Ci anticipa un episodio?», chiedo. Non si fa pregare: «Ho due giovani amici che all’epoca dei fatti si stavano preparando al matrimonio – spiega –. Il ragazzo comprò un biglietto della lotteria e, con la fidanzata, cominciò a sognare che cosa avrebbero fatto in caso di vincita. Ma tra un progetto e l’altro i due finirono per litigare proprio su come spendere dei soldi che, in realtà, nemmeno esistevano. Il ragazzo se ne andò deluso e contrariato. Lungo la strada incontrò un povero: “Toh – gli disse –, prendilo tu il biglietto. Tutta la fortuna è per te”. Il povero guardò il pezzo di carta, alzò gli occhi e rispose: “Ma se mi davi un panino non era meglio?”. Il ragazzo rimase così colpito dall’evento da venirmelo a raccontare. Perché un povero, nella sua semplicità, ha saputo riportare al centro l’essenziale». 

Msa. Dall’11 febbraio 2017, con la Lettera apostolica in forma di «Motu Proprio» Sanctuarium in Ecclesia, papa Francesco ha affidato al Pcpne l’incarico di valorizzare la pastorale dei santuari. Come si è mosso il Pontificio Consiglio?
Fisichella. Cercando di capire il legame tra santuari e nuova evangelizzazione. I santuari sono dappertutto, dalle grandi città ai paesi più piccoli. Non ne conosciamo il numero esatto, stiamo cercando ora di censirli. Abbiamo già avuto degli incontri con le associazioni a essi legati sia in Italia (per esempio, con quella che raggruppa tutti i rettori dei santuari, più di 2 mila sul territorio nazionale) che in Francia. Abbiamo avviato contatti con associazioni latinoamericane. Stiamo favorendo la collaborazione anche in Europa tra le realtà più grandi. Ma la cosa che più ci ha fatto piacere è stato l’entusiasmo da parte di quanti li animano e dei vescovi per questo nuovo «assetto». Hanno infatti ben compreso che l’unificazione nel Pcpne va al di là di una mera competenza giuridica, ma è reale provocazione volta a impostare una pastorale più corrispondente alle esigenze del nostro tempo.

In Sanctuarium in Ecclesia si legge che «i Santuari sono chiamati a svolgere un ruolo nella nuova evangelizzazione della società di oggi». Ci può dire come ciò può avvenire?
Penso ad alcune azioni specifiche che appartengono alla natura del santuario. Lo sappiamo tutti: esso è luogo privilegiato di preghiera. Ma non sempre vi è un’attenta cura del pellegrino, affinché possa esprimere pienamente questa dimensione orante. Mi riferisco non tanto alla preghiera personale, che è quella che il più delle volte guida i pellegrini alla meta del santuario, ma alla preghiera comunitaria, alla celebrazione della santa Eucaristia e al sacramento della riconciliazione. Queste due realtà, nei santuari soprattutto, non si possono improvvisare. Ecco allora l’attenzione a tutta una serie di aspetti, come per esempio il richiamo al silenzio, per favorire la preghiera personale e la possibilità di inserirsi nella preghiera della Chiesa. Pensando poi al sacramento della riconciliazione, vorrei ricordare quanto sia importante la presenza di sacerdoti «santi», che siano autentici missionari della misericordia a servizio dei pellegrini. Nella realtà santuariale si incontrano le più diverse persone: da chi dopo vent’anni desidera riaccostarsi al sacramento a chi si confessa una volta alla settimana ma in quel momento ha bisogno di una parola particolare. I santuari devono essere luoghi di misericordia abitati da sacerdoti che sappiano leggere in profondità il cuore di chi li avvicina. Poi c’è il grande capitolo della pastorale del pellegrinaggio, importante perché fa capire come anche da un’esperienza antropologica, umana, com’è quella del camminare e del vivere insieme (pensiamo soltanto a quanti percorrono a piedi il cammino che porta al santuario di Santiago di Compostela), giungano autentiche conversioni. E, da ultimo, vorrei sottolineare come i santuari siano in genere localizzati in luoghi dove la natura ha una particolare bellezza e spesso essi stessi siano luoghi di arte e di bellezza. Noi abbiamo il compito, pastoralmente, di far emergere in tutta la sua forza questa via pulchritudinis, questa via della bellezza. Si tratta di una via privilegiata per scoprire la bellezza della fede, perché credere è bello nel senso più profondo, perché innanzitutto Dio è bello. Egli esprime bellezza, perché questa è condizione necessaria per l’amore. I luoghi sacri attraggono anche tante persone che hanno una fede assopita, o che non hanno nessuna fede ma hanno un grande desiderio di credere, o persone che sono mosse esclusivamente dal gusto per la bellezza. Come nel Medioevo le nostre cattedrali rappresentavano la Bibbia dei poveri, i santuari oggi possono diventare il volto della santità, possono far riscoprire il Vangelo attraverso le narrazioni dell’arte, autentiche catechesi per verificare l’azione misericordiosa di Dio.

Un tempo si parlava della necessità di evangelizzare una religiosità popolare inquinata da tratti folcloristici; oggi si avverte la necessità e l’urgenza di lasciarsi evangelizzare da essa. In quali aspetti?
Nel cogliere l’essenziale, che è il richiamo alla conversione e alla fede. D’altra parte, l’espressione più sintetica che noi abbiamo della predicazione di Gesù è quella che ci dà l’evangelista Marco all’inizio del suo vangelo: «Convertitevi e credete al Vangelo». Ciò rappresenta una sorta di criterio di giudizio nella purificazione della pietà popolare. Tutto deve essere raccolto all’interno di questa dimensione: convertirsi e credere.
Un capitolo importante per la vita della Chiesa ma anche per il vissuto dei santuari è quello dei giovani, soprattutto in vista del sinodo loro dedicato. Come riprendere contatto con il mondo giovanile?
Il pellegrinaggio a piedi affascina i giovani. In un contesto di profonda solitudine come quello attuale, aggravato dalla dimensione esistenziale giovanile e da una cultura digitale che isola e rinchiude sempre di più, dobbiamo trovare «provocazioni di fatica e di stare insieme». Di fatica, perché internet tende a impigrire, non solo la mente ma anche il fisico. E di uno stare insieme che sia ricco di contenuti capaci di coinvolgerli in prima persona. 

 

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Data di aggiornamento: 11 Giugno 2018
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