Le parole della grande guerra

Cosa c’entra l’«inutile strage» denunciata da Benedetto XV con il «M’illumino d’immenso» di Giuseppe Ungaretti o gli eccessi del futurismo? Viaggio tra le espressioni usate da letterati, poeti e soldati per raccontare la prima guerra mondiale.
27 Agosto 2014 | di

Chi visita il sacrario militare di Redipuglia (Gorizia), che custodisce le salme di 100 mila caduti della prima guerra mondiale, è costretto a fare i conti con una parola, scolpita a caratteri cubitali infinite volte, su e su lungo le alzate dei gradoni. La parola in questione è «presente», che nel gergo militare corrisponde a «sono pronto», «eccomi», «a disposizione». Ma c’è un’accezione alternativa, che ci riconsegna questo vocabolo con una sfumatura nuova: «presente» contrapposto a «passato», nel senso che riguarda l’oggi, il 2014, e non solo perché sul pallottoliere della storia ricorre il centesimo anniversario dell’inizio delle ostilità.
 
«Presente» è solo una delle parole di guerra che ci vengono riconsegnate, un secolo dopo. Ogni famiglia, poi, ha le sue, se ha avuto la possibilità o la saggezza di sedersi ai piedi dei nonni per ascoltare i loro racconti. Perché non c’è famiglia che non sia stata in qualche modo toccata da quanto avvenne tra il 1914 (per noi italiani il 1915) e il 1918. Periodo in cui anche le parole furono arruolate. Come soldati, come armi. Lo dicono gli studiosi e i letterati, il futurismo lo mostra anche visivamente nei suoi testi, così come fa Apollinaire nei suoi calligrammi, disegni tracciati inanellando sillabe. «La parola esplode, la parola spara, la parola brucia, la parola va in guerra (fa la guerra)» ben sintetizza Andrea Cortellessa in Le notti chiare erano tutte un’alba (Bruno Mondadori 1998). Inseguendo i versi dei poeti e i periodi dei prosatori, le sgrammaticature delle lettere dei soldati e le espressioni degli inviati al fronte, la parola apre squarci sul mondo di attese e di disillusioni che la grande guerra originò.
 
«Bella è la guerra!»

Giusto cent’anni fa, nel 1914, esordivano due aggettivi: «mondiale» e «grande». Non si trattava di un debutto assoluto, evidentemente, ma mai prima di allora questi attributi erano stati associati al sostantivo «guerra». Dobbiamo partire da qui per provare a intuire il peso che le parole – e, dietro le parole, le idee – hanno avuto a inizio Novecento. Sui tre termini gravano delle ambiguità. Il più innocuo, da questo punto di vista, è «mondiale»: basterà dire che, in realtà, a essere precisi, non fu nemmeno «europea» la guerra, visto che Stati come Spagna, Svezia, Norvegia, Olanda restarono neutrali. Fu percepita come «mondiale», tuttavia, perché tra i Paesi belligeranti e le rispettive colonie, di fatto, a essere coinvolta era la quasi totalità della Terra.

Stessa motivazione per «grande», usato anche in riferimento all’immane bilancio di vittime e alle devastazioni, alla durata, all’estensione, alla dimensione industriale dell’evento bellico. «Grande» perché non era paragonabile a nessun’altra esperienza vissuta dall’umanità fino a quel momento. E tuttavia, «grande» può significare anche straordinario, eccezionale, maestoso, eccellente. Un grande risultato. Un grande traguardo. Una grande guerra. Chi la pensava così non poteva che dare un valore capovolto alla stessa parola «guerra». Per strano – e straniante – che possa sembrare, la maggior parte degli intellettuali dell’epoca guardava con favore all’idea della guerra, bocciando senza appello la pace. I più agguerriti – è il caso di dirlo – erano gli appartenenti alle avanguardie (termine trasposto dal gergo militare), e in particolare i futuristi, fin dal loro esordio, il 20 febbraio 1909 su «Le Figaro», con il Manifesto del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, dove all’articolo 9 si legge: «Non v’è più bellezza, se non nella lotta. (…) Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore». È la guerra come farmaco, soluzione dei problemi, opportunità che la modernità mette a disposizione, da cogliere. Lo scoppio della guerra fu accolto «come la liberazione da una lunga febbre che non voleva finire», osserverà il giornalista Ugo Ojetti sul «Corriere della Sera».

In tanti fanno eco a Marinetti, o sono su medesime posizioni interventiste. Così Giovanni Papini (ottobre 1914) nell’articolo Amiamo la guerra pubblicato sulla rivista «Lacerba»: «Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne». Così Corrado Govoni nella poesia Guerra! del 1915: «E gli uomini si sentiron uomini finalmente, / plasmati d’odio e di ferocia / assetati di sangue e di vendetta / solo vestiti dei loro istinti belluini: / perdutamente avvelenati di coraggio e d’eroismo / passarono bellissimi cantando / sopra il selciato dei cuori materni / verso la strage e la morte. / Bella è la guerra!». Così Gabriele D’Annunzio, cantore del sangue e della morte che, nel 1915, titola una sua raccolta di orazioni coniando l’incitamento Per la più grande Italia (ancora l’aggettivo «grande», col suo carico di ambiguità).

Non sono voci isolate, né solo italiane, come testimonia tra tutti Nelle tempeste d’acciaio (1920) di Ernst Jünger. In quegli anni, anche autori insospettabili metteranno la penna a servizio della belligeranza. È il caso di Giovanni Pascoli, che in La grande Proletaria si è mossa del 1911 piega la teoria socialista a una lettura particolare, esaltando l’Italia «sfruttata» dai più forti Paesi capitalisti e quindi legittimata a conquistare la Libia. Il poeta romagnolo, scomparso l’anno seguente, non vedrà l’inizio del conflitto mondiale, a differenza di Thomas Mann, che nel novembre 1914, in Pensieri di guerra, sospira soddisfatto: «Come avrebbe potuto l’artista, il soldato nell’artista, non lodare Iddio per il crollo di quel mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato. Guerra. Qual senso di purificazione, di liberazione, di immane speranza ci pervase allora». La guerra, la violenza, è personificata ed evocata come una dea in Ode alla Violenza (1912) di Enrico Cardile: «O Violenza, sorgi, balena in questo cielo / sanguigno, stupra le albe, / irrompi come un incendio nei vesperi, / fa di tutto il sereno una tempesta, / fa di tutta la vita una battaglia, / fa di tutte le anime un odio solo!». A lungo chiamata, alla fine la Violenza giunge. Ma della maiuscola non c’è traccia: è semplice, smisurata, violenza.
 
 
«Vicino a un compagno massacrato»
«Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano /non è rimasto / neppure tanto / Ma nel cuore / nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato». Giuseppe Ungaretti firma San Martino del Carso il 27 agosto 1916. L’Italia è entrata in guerra da poco più di un anno, e altri due ne ha davanti prima di Vittorio Veneto e della firma dell’armistizio. Al giovane poeta arruolarsi fante era sembrata una possibilità di riscatto personale. «E se la guerra mi consacrasse italiano?» scriveva nel novembre del ’14 a Giuseppe Prezzolini. A contatto con la trincea, con l’orrore dell’ottusa distruzione, avviene un cambiamento. Quantomeno, le cose non tornano. Le parole di prima non bastano. Anzi, in alcuni casi disturbano solo. Rino Alessi, giornalista de «Il Secolo» inviato al fronte così scrive, privatamente, al suo direttore: «Per quanto riguarda il Carso, sarebbe dannoso almeno credo ricamarci su della letteratura o ripetere dei luoghi comuni. Il pubblico detesta la retorica, e non ha torto».

Tra i disillusi, che cambiano visione e linguaggio nel corso del conflitto, c’è Siegfried Sassoon, tanto sconosciuto in Italia quanto famoso in Gran Bretagna. La sua «conversione» è clamorosa: pur decorato nel 1916 con la croce militare per meriti di guerra, accantona ogni slancio patriottico a contatto con la cruda realtà del fronte occidentale. Tornato a Londra in convalescenza, nel luglio 1917 fa pubblicare sul «Times» Dichiarazione di un soldato, «contro gli errori politici e le menzogne che stanno provocando il sacrificio di tanti uomini». Non viene fucilato solo perché la commissione d’inchiesta lo dichiara colpito da «shock da bombardamento» e lo interna in un ospedale psichiatrico… Ecco la sua descrizione della trincea, in Golgota (1916, traduzione di Michele Peroni): «Attraverso l’oscurità piega la scia di un razzo cadente / inondando il campo con un debole, fioco chiarore. / La sentinella raggomitolata guarda fissamente / la battaglia tra tenebre e luce, / la luce si ritira lentamente, sommersa dal buio. / I fucili imitando il tuono scoppiano ed esplodono, / e meste risate raschiano la notte che riluce. / La sentinella sta all’erta dove nessuno osa muoversi / eccetto i ratti scuri, infaticabili cercatori di cadaveri».

La denuncia, tuttavia, non è l’unico esito. Non quello definitivo, comunque. Nella poesia di guerra italiana due sono i grandi sbocchi. Uno è rappresentato da Ungaretti, che vive in pieno la contraddizione tra massacro e vitalismo. «Nella mia poesia (…) c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è (…) quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione» racconta lo stesso poeta. E si spiega così il cortocircuito di Veglia (1915): «Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita». Ma anche i due celeberrimi isolati versi di Mattina (1917) sono – in pochi lo ricordano – una lirica di guerra: «M’illumino / d’immenso».
 
Il secondo esito è quello di Clemente Rebora. Uno specchio, rispetto a Ungaretti. La parola è sconfitta dagli incredibili – eppure tragicamente ordinari – fatti del fronte. Ecco Viatico, del 1916. «O ferito laggiù nel valloncello, / Tanto invocasti / Se tre compagni interi / Cadder per te che quasi più non eri, / Tra melma e sangue / Tronco senza gambe / E il tuo lamento ancora, / Pietà di noi rimasti / A rantolarci e non ha fine l’ora, / Affretta l’agonia, / Tu puoi finire, / E conforto ti sia / Nella demenza che non sa impazzire, / Mentre sosta il momento, / Il sonno sul cervello, / Làsciaci in silenzio – / Grazie, fratello». L’ultimo verso è un addio, prima del tacere. Ricorderà Rebora nel 1925: «Quel tempo fu per me un soccombere sotto la croce. (...) Io, malato e quasi delirante, scrissi di getto in pochi giorni, (...) gettato faccia a faccia con i diavoli della Città del Male, non seppi scansarmi dal guardare il volto impietrante di Medusa che essi mi sbarattarono davanti agli occhi (...). Retrocessi, non resistendo al disumano presente (...). E da allora cominciò la mia conversione», che lo porterà ad abbracciare il cristianesimo, e a diventare infine sacerdote, nel 1936.
 
 
«Sarò forte, voglio vivere…»
All’ingresso di una feritoia sul colle Brestovec, nel territorio di Gorizia, inciso su pietra si legge: «Nel 1917 voliamo la pace». La forma sgrammaticata non toglie niente alla chiarezza del messaggio, anzi, ci aiuta a far luce su altre parole della grande guerra, quelle dal basso, della truppa, del popolo, quelle certo meno letterarie, ma comunque potenti, anche rilette a cent’anni di distanza. Dati precisi non ne esistono, ma nel 1919 «La lettura», mensile del «Corriere della Sera», stimava una movimentazione di quasi 4 miliardi di lettere e cartoline postali inviate o ricevute dal fronte. Vanno aggiunti i graffiti, i diari e i taccuini di guerra, le memorie scritte a posteriori, le canzoni popolari. Proprio in corrispondenza del centenario, diversi progetti – la gran parte consultabili on line – hanno dato un peso nuovo a queste testimonianze, snobbate da molti storici (non aggiungerebbero granché alla comprensione dell’evento), ma preziose, in quanto segni della partecipazione anche degli ultimi a quella che, non a caso, è ricordata come la prima «guerra di massa».
 
Alcuni testi hanno poco da invidiare alle firme più famose. Così il caporale Costante Quattri riporta nel suo diario il trafelato racconto di una delle battaglie sull’Isonzo: «Arrivai alla trincea tutto infangato bagnato grondante stanco morto conciato da far pietà sono 4 giorni e 4 notti che si combatte sono pieno di pidocchi sporco sudicio e puzzolente, non ne posso più... Poveretti tanti sono morti e proprio appresso davanti a me, ai miei piedi, che spaventi, che puzza di cadaveri, c’è un’aria fetida, un caldo terribile... Fortuna vi è palude e si beve acqua di mare sebbene qualche cadavere galleggia (…). Sono disperato ma pure penso a voi a casa e sono forte, sarò forte, voglio vivere...».
 
Quella dei soldati è stata per lo più una scrittura di necessità, che ha «costretto» anche i più riluttanti a cimentarsi con carta e penna, in un’Italia che registrava un tasso di analfabetismo medio del 37,6 per cento. Ne esce un’immagine più quotidiana, immediata, della vita in trincea e delle sue implicazioni. Ma c’è spazio anche per la riflessione. Così, nel Diario del 1917 del soldato Giuseppe Manetti si legge: «Il 4 maggio siamo andati al poligono a fare istruzioni delle bombe a mano, che effetto che fanno! e pensare che fra dei giorni non solo sarò a fare istruzioni ma, a gettarle contro l’uno con l’altro come se li omini fossero bestie ferocie quello che penso entro di me e questo, me, mi uccideranno ma io non potrò avere il coraggio di uccidere unaltro per quanto i nostri superiori ci dichino che sono nemici i governi ma no io che non li conosco neppure quello che ammazzerà me se questa fortuna mi tocca potra essere nemico di me che non mi a mai visto? a che tempi siamo!». E sembra echeggiare il famoso brano di Emilio Lussu, che in Un anno sull’altipiano (1938) scrive: «Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci! Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa».
 
Non avremmo letto parole come queste nella corrispondenza dal fronte o dai campi di prigionia, perché la censura faceva il suo lavoro, bloccando l’indesiderato. Quindi si dà spazio ai sentimenti, alla speranza della pace e di un pronto ritorno agli affetti familiari. Fanno capolino la fame, il freddo, gli stenti, la condizione bellica precaria. Vietate invece le esplicite condanne del conflitto o le invettive antipatriottiche. C’è anche un’autocensura, perché da casa non ci si preoccupi. Che non sempre è efficace, come dimostra la risposta di Angela Gottero da Bibiana (nel torinese) al marito Luigi, in merito a dieci giorni di combattimento: «Si vede proprio che non mi vuoi spaventare perché non mi parli di niente di come ai passato quei 10 giorni beati ma il mio cuore mi dice che abbi volontà di dirmi tantissime cose ma che non abbi il coraggio». A volte è un mutismo che dipende dall’angoscia. L’effetto, allora, è simile a quello registrato in Clemente Rebora: il silenzio. «Non posso racontarti tante cose ti dico solo che sono caduto nell’inferno sensa morire» rivela un prigioniero italiano in una missiva da Feldbach. Sull’indicibilità dell’esperienza bellica interverrà nel 1936 lo scrittore Walter Benjamin: «Dopo la fine della guerra, la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile», annichilita da quanto vissuto, che è «incredibile» e quindi non raccontabile. Ma c’è l’altro lato della medaglia: la scrittura, sgrammaticata finché si vuole, ha aiutato tanti uomini e donne ad arginare la bestialità del conflitto, a non lasciarsi andare, a non perdersi definitivamente, a sollevare lo sguardo dal fango e dalla disumanità della trincea.
 
 
Una, tante «inutili stragi»
«Siamo animati dalla cara e soave speranza (...) di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage». È il famoso passaggio della Lettera ai capi dei popoli belligeranti che papa Benedetto XV scrisse nell’agosto del 1917, per chiedere – non era la prima volta – di far tacere i cannoni. «Famoso» oggi, ma del tutto inascoltato al tempo. Nella definizione di «inutile strage» in tanti, a un secolo dai fatti, si ritrovano. Può sembrare la parola definitiva sulla grande guerra, e lo è certamente in quanto va a cogliere l’aspetto più esistenziale dell’intera vicenda. Fu un’assurda carneficina che lasciò sul campo, nell’eloquente «terra di nessuno» che divideva le trincee dei due schieramenti, un’intera generazione: oltre 650 mila italiani, mentre la stima totale delle vittime oscilla tra i 10 e i 17 milioni. Pur tuttavia, troppe sfaccettature e significati rimarrebbero esclusi se ci si fermasse qui. La guerra è un nonsenso di per sé, ma quella del ’14-’18 ebbe una sua logica e delle sue cause – economiche, politiche, culturali, nazionali, addirittura antropologiche – che non possono essere liquidate. Non ci si trovò in guerra «per caso». Ci si trovarono milioni di reclute, questo sì, che certo non avevano scelto di esserci, e che in molti frangenti dettero prova di valore, firmando pagine di grande coraggio e abnegazione.
 
La questione riguarda le cause, ma vale altrettanto per gli effetti, per il «dopo». Sarebbe bello poter dare ragione a Umberto Saba e ad Aldo Palazzeschi che, entrambi, raccolsero parte dei loro scritti militari sotto il nome di Parentesi. Invece la parentesi non si chiude. Il 1914 non fu solo la miccia della «prima» guerra mondiale. Ce n’è stata una seconda di guerra mondiale, ci sono stati regimi totalitari che dal conflitto hanno preso il via: il comunismo in Russia, il fascismo in Italia, il nazismo in Germania. Non è «un’altra storia», come si suol dire, tant’è che molti studiosi parlano esplicitamente di «guerra dei trent’anni», iniziata nel 1914 e terminata solo nel 1945. E magari, almeno, tutto si fosse chiuso con quella data! Invece si stanno ancora contando i morti di altre «inutili stragi» che continuano a perpetrarsi in Ucraina, Siria, Palestina, Israele, Iraq, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan... Terre distanti, secondo qualcuno, marginali, che non ci riguardano. E invece dovrebbero. Perché se c’è una cosa che i caduti della grande guerra e le loro parole ci insegnano è che non deve più esistere, in alcun luogo, nessuna «terra di nessuno».
 

I LIBRI
 

 
Romanzi
Erich Maria Remarque
NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Mondadori, € 9,00
 
Mario Rigoni Stern
TRILOGIA DELL’ALTIPIANO. Storia di Tönle - L’anno della vittoria - Le stagioni di Giacomo, Einaudi, € 16,00
 
Ernest Hemingway
ADDIO ALLE ARMI
Mondadori, € 9,50
 
Emilio Lussu
UN ANNO SULL’ALTIPIANO
Einaudi, € 10,50
 
Jaroslav Hasek
LE VICENDE DEL BRAVO SOLDATO ŠVEJK DURANTE LA GUERRA MONDIALE
Einaudi, € 19,00
 
 
Per approfondire
Andrea Cortellessa
LE NOTTI CHIARE ERANO TUTTE UN’ALBA. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale
Bruno Mondadori, € 15,00
 
Mario Isnenghi
IL MITO DELLA GRANDE GUERRA
Il Mulino, € 15,00
 
Fabio Todero
PAGINE DELLA GRANDE GUERRA
Mursia, € 18,50
 
Paul Fussell
LA GRANDE GUERRA E LA MEMORIA MODERNA
Il Mulino, € 15,00
 
Eric J. Leed
TERRA DI NESSUNO. L’esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale
Il Mulino, € 14,00
 

PAOLO RUMIZ

«Quell’assordante silenzio»
 

di Nicoletta Masetto
 
Ogni luogo ha una sua voce. Spesso impercettibile, nascosta, inattesa. Ne è convinto Paolo Rumiz, giornalista, scrittore e, prima ancora, grande viaggiatore. A piedi, in bici, in barca a vela. Da Berlino a Istanbul. Dagli Urali a Vladivostok. Da Torino a Gerusalemme. O in giro per l’Italia, a cercare fabbriche dismesse e miniere abbandonate. Sui fronti delle guerre di oggi: dai Balcani a Islamabad e Kabul. E su quelli delle guerre di ieri. 600 km di fronte non solo italiano. Quello della grande guerra. Una linea infinita di pinnacoli, camminamenti, fortini. Rumiz li ha percorsi tutti. Taccuino alla mano e scarpe buone. E li ha raccontati sulle pagine di «Repubblica». Scegliendo la formula della lettera scritta ai figli.
 
Msa. Perché 600 km a piedi?
Rumiz. Si deve scrivere... coi piedi. Il racconto che nasce dal cammino è migliore. A un certo punto, le pagine dei libri non bastano più. C’è bisogno di esplorare. Da soli. Camminando si scopre meglio il senso delle parole e dei luoghi, la loro musica nascosta, l’energia segreta.
 
Quali sono le parole che, più di altre, raccontano la grande guerra?
Io direi il silenzio. Perché non c’è discorso, non c’è retorica, non c’è musica, non c’è monumento che possa rendere quello che è accaduto se non l’asciuttezza del silenzio.
 
Anche il silenzio ha una sua voce?
Certo. Basta mettersi in ascolto. Io l’ho sentita in momenti e in luoghi precisi. Ad esempio in Belgio, a Ypres. Ogni sera, alle 20 in punto, sotto un arco che reca scritti i nomi di 100 mila soldati inglesi, la tromba suona il silenzio. E ogni sera, in questo luogo, arrivano centinaia di persone. È il silenzio che precede tale momento ad avermi colpito. Assordante. Un altro luogo sono i cimiteri. Non quelli dei regimi, non i sacrari. Ho in mente quelli del fronte orientale, dai Carpazi in là, costruiti tra il 1916 e il 1917. Qui, dove il nemico è stato ospitato con la stessa dignità, ho trovato parole di una bellezza e di una nobiltà assolute. Mi è capitato di versare qualche lacrima davanti a posti così. Ci sono poi i cimiteri che non troverai mai: quelli delle fosse comuni, mangiate dai boschi.
 
Come ha trovato la voce dei luoghi di guerra?
«Non fare questo viaggio d’estate» mi avevano detto. Durante il cammino ho trovato tanta pietra, poca terra e tanti temporali. Quanti temporali! Avevano ragione: per la trincea ci vogliono solo fango e neve.
 
Qual è la più grande bugia raccontata sulla Prima guerra mondiale?
Quella secondo cui: «Xe dolze morir par la patria». Non è affatto dolce. Non credo si muoia per grandi ideali. Lo stesso nemico si svela, in pochissimo tempo, come un fratello. Nella trincea di fronte, la vita è la stessa. Non c’è alcun odio nei confronti dell’avversario.
 
Quali sono i testi da scoprire o da riscoprire?
Ungaretti, tra tutti. Ma anche Le scarpe al sole di Paolo Monelli. Al centro i momenti di felicità che alcuni giovani alpini riescono a ritagliarsi tra una battaglia e l’altra. La vicinanza della morte, la guerra moltiplicano il gusto della vita. E ancora: I cannoni di agosto di Barbara Tuchman.
 
La grande guerra è scandita anche dalle canzoni.
Tra quelle che amo di più, Les roses de Picardie. Poco lontano dal fronte, un soldato scorge una ragazza che si prende cura delle rose come se niente fosse. La vita scorre davanti, incollata alla morte. E ancora: Matrosen-Lied, è di una dolcezza infinita. Quella era ancora una guerra a dimensione umana.
  
 

LA GUERRA SUL «MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO»

«Pace o popoli, pace!»
 

di Claudio Zerbetto 

«Il pacificatore dei popoli»: così il «Messaggiero di sant’Antonio» descriveva l’opera del Santo di Padova quando parlava della grande guerra. In quegli anni, il «Messaggiero» − soltanto nel 1931 perderà quella «i» di troppo! − usa il vocabolario della fede. Punta sulla speranza, sulla solidarietà umana. Spesso sceglie il silenzio. Pochissimi i riferimenti a battaglie, strategie o singole sconfitte. Come quella, devastante, di Caporetto. Nonostante tutto, la rivista non tace l’enorme atrocità del conflitto, destinato a seminare milioni di morti. «L’alba di quest’anno – scrive il direttore padre Alfonso Orlich, nell’editoriale del gennaio 1915 – si presenta satura di lagrime e sangue: e perciò vi ha bisogno di un amico che vi porti una parola di pace e di conforto in mezzo agli odi, alle vendette, alle ire dei popoli che fanno ecatombi di mille e mille baldi giovani».
 
La rivista invitava a invocare, con la forza della fede, il dono della pace: «“Pace o popoli, pace!”... Ecco il grido che leva da Padova la Lingua Taumaturga del Santo. “Pace all’Italia, all’Europa, al mondo!” In nome di Dio che vi ha creati alla vita, in nome della Religione santa di Cristo che vi rende tutti fratelli, in nome dell’innocenza che soffre, dei diritti conculcati, delle spose, delle madri assoggettate a penose privazioni, a duri sacrifici… “pace o popoli, pace!”». Poi, un invito ad affidarsi all’amato sant’Antonio: «Quant’è grazioso il nostro Santo con i suoi devoti! E non è lui che consola le anime afflitte, che le protegge contro i pericoli, che rapisce anche alla morte chi confida nel suo patrocinio?». Nella parte del «Messaggiero», dedicata alle «Lettere al direttore», giungono numerosi messaggi dal fronte. Fogli sgualciti, scritti con mano tremante e con animo intriso di dolore e di speranza. I soldati chiedono la protezione del Santo, mentre altri lo ringraziano per essere scampati alla morte. A queste suppliche si aggiungono quelle dei familiari che elevano preghiere per i cari. E poi le commoventi testimonianze di quei soldati che nel momento estremo trovano la forza di ringraziare il Santo per aver fatto scoprire loro il dono della fede e aver dato un senso al loro sacrificio. Diverse anche le corrispondenze mandate da religiosi, cappellani militari, inviati ad assistere i nostri soldati: «Da due mesi – scrive uno di loro – sto presso il fronte, in mezzo ad un’aria satura di guerra… Qui ho visto tutti i soldati nostri mossi di ardore vivissimo per la gloria d’Italia, animati da una forza che viene dall’alto, da quella scintilla che infiamma il cuore, da quel sacro dovere che è l’amor di Patria… Al tempo stesso li ho visto tutti ripieni di sentimenti religiosi».

Nel frattempo, il 30 dicembre 1917 accade a Padova un fatto gravissimo. Aerei austriaci scaricano sulla città quintali di bombe. Una di queste sfiora la facciata della Basilica del Santo. Esploderà poco più in là, sul sagrato. Il periodico usa parole durissime: è una delle pagine dove il senso della tragedia è più vivo. In genere, prevale l’idea che la guerra non sia altro che «lo scatenarsi delle più violente passioni umane»; «il degradam

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017