Calcutta: lo slum a filo dei binari

Park Circus è una baraccopoli lungo le rotaie nella zona centro-est di Calcutta. Ci vivono gli «squatter», gli emigrati dalle campagne: poverissimi, in attesa di un treno che forse non passerà mai.
11 Maggio 2017 | di

Alla stazione di Park Circus si arriva scendendo da un imponente cavalcavia che attraversa la parte est di Calcutta. Si lascia il rumore assordante dei clacson che, come in un girone dantesco, accompagnano la frenesia del traffico. Pochi passi per immergersi in un altro inferno, quello della ferrovia, con lo stridìo delle ruote dei vagoni, ancora trainati da vecchi locomotori a nafta. È una stazione secondaria Park Circus, da qui partono e arrivano solo i treni dei pendolari: migliaia di persone che ogni giorno raggiungono il posto di lavoro, pigiate in carrozze affollate, spesso viaggiando per ore.
Nei momenti di punta i marciapiedi della stazione si trasformano in un enorme formicaio. Alcuni viaggiatori hanno con sé una semplice valigetta, altri trasportano ogni masserizia. Lo scenario è quello tipico di ogni stazione ferroviaria indiana: affascinante per chi viene da fuori, un delirio per chi è costretto a viverlo quotidianamente.
Ci si muove a fatica tra la gente in attesa dei treni, quasi sempre in fila e accalcata sulle strette banchine. Si cammina in una società in continuo movimento, dove ogni forma di commercio è ammessa: ci sono venditori ambulanti di griffe contraffatte; bancarelle che friggono ciapati, il tipico pane piatto indiano; c’è chi vende palloncini colorati e chi legge la mano, inventando il futuro ai passanti. Non mancano estetisti improvvisati, armati di enormi cotton fioc per la pulizia delle orecchie. E poi ancora: venditori di biglietti della lotteria per un sogno miliardario in cambio di poche rupie.
Park Circus Station copre una piccola area ubicata tra edifici commerciali e palazzi fatiscenti, nulla a che vedere con Howrah e Seal­dah Station, dove partono i treni a lunga percorrenza che portano a Mumbay, a Bangalore e nel Sud del Paese fino a Trivandrum. Basta camminare per qualche decina di minuti, non importa in quale direzione, per entrare in un altro mondo ancora. Il vociferare dei passeggeri scompare lentamente. Scompaiono anche le urla dei commercianti che attirano i clienti verso il loro business. Quando il marciapiede ferroviario finisce, scivolando nella massicciata, l’atmosfera si trasforma lentamente. Gli angusti spazi tra i binari e la città si riempiono di baracche. Un quartiere surreale, che ha per strada la rotaia, il cui ritmo di vita è scandito dal passaggio del treno, giusto a filo delle catapecchie. Più si cammina lungo le rotaie, più aumentano le baracche e il senso di povertà e di disagio estremo. Eppure la vita brulica come in qualsiasi villaggio dell’India. Gli adulti sono composti e molto dignitosi. Le donne sono intente alle mansioni di casa: c’è chi lava i panni, chi sbuccia le patate o pulisce le verdure, chi intreccia la lana con vecchi aghi arrugginiti. Alcune giovani mamme tolgono i pidocchi dalle teste dei loro figlioletti. Gli uomini sono seduti con le gambe accavallate o accovacciati nei rari fazzoletti d’ombra. Giocano a carte o a dama, volti assorti sulla scacchiera.
Più ci si allontana dalla stazione, più le baracche assumono un aspetto degradato. A poco più di un metro dalle rotaie sono stati improvvisati ricoveri di stracci, di pezzi di plastica tenuti assieme col nastro da pacchi, di cartoni di imballi industriali, di assi di legno e di lamiere deformate e deteriorate dal tempo. Non esiste elettricità. La vita è dettata dal ritmo della luce e, quando il sole scompare dietro ai palazzi, sono solo le lampade a kerosene a illuminare il buio della notte.
Calcutta, una delle più importanti metropoli dell’India con i suoi 20 milioni di abitanti all’incirca, ha nel ventre quasi 3 mila slum, sparsi su una superficie pressappoco di 200 chilometri quadrati. Migliaia di quartieri popolati da un’umanità senza diritti, prostrata da una miseria inverosimile, che, giorno dopo giorno, aumenta per l’incessante immigrazione proveniente dalle campagne.
Gli abitanti di Park Circus non amano definirsi gente dello slum, dicono di essere squatter, semplici occupanti abusivi della ferrovia, in attesa di un futuro migliore. Il quartiere lungo la strada ferrata sembra senza orizzonti, infernale, infinito.
Il servizio completo è pubblicato nel numero di maggio 2017 del «Messaggero di sant’Antonio» o nella versione digitale della rivista.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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