Missione, tutti inviati

Sinodo sull’Amazzonia e Mese missionario straordinario ci interpellano. Ne parliamo con il nuovo segretario generale per l’animazione missionaria dei frati conventuali.
14 Ottobre 2019 | di

Due eventi ecclesiali di grande portata scandiscono l’agenda di ottobre della Chiesa universale: il sinodo dei vescovi dedicato all’Amazzonia e il mese missionario straordinario indetto da papa Francesco.

Entrambi rischiano di «passarci sopra», di essere sentiti come poco pertinenti con la nostra vita di fede (e con la nostra vita in generale). Francesco spazza via subito questa tentazione interpellando il nostro cuore di credenti nel Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2019, proponendoci il tema Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo. Ne abbiamo parlato con fra Dario Mazurek, polacco, missionario in Perù, dottore in missiologia di recente nominato nuovo segretario generale per l’animazione missionaria dell’Ordine dei frati conventuali.

Msa. Come intende interpretare questo nuovo servizio? Quali sono le linee d’azione per le missioni dei frati? Fra Mazurek. All’ultimo Capitolo generale, molti capitolari hanno offerto contributi e proposte su come far funzionare il Segretariato. Il progetto poi è ancora in fase di elaborazione, ma posso già indicare tre aspetti fondamentali. Il primo è la nuova evangelizzazione, la sfida di annunciare Gesù nelle terre di antica cristianizzazione, vivendo la missione nel proprio Paese d’origine. Da incontrare sono i lontani che si sono fatti vicini, ovvero i migranti, e i «nuovi lontani», i battezzati che si sono allontanati dalla fede o che hanno sviluppato forme di apatia spirituale, apparentemente refrattari a qualsiasi forma di trascendenza.

E le altre due sfide? Essere presenti nei mezzi di comunicazione sociale e nei social media, per proporre la missione nel grande «continente virtuale» che è la Rete. E poi la collaborazione con i laici, in particolare con l’Ordine francescano secolare. Poi è chiaro: possiamo elaborare i migliori programmi, ma alla fine è una questione di fede. Nulla sostituirà la preghiera e la dedizione per la missione.

Quale passaggio la colpisce di più del Messaggio di papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2019? A interpellarmi in particolare è il titolo, Battezzati e inviati… Non è uno spunto nuovo, ma lo sento come una chiave per interpretare al meglio la nostra vocazione propria di cristiani. Essere missionario non è un’opzione, o un capriccio religioso, ma è questione di identità. O uno è missionario, e pertanto cristiano, o non è nessuno dei due. Essere battezzati significa essere missionari. Del resto, compito della Chiesa è portare la Buona Novella all’umanità. Ecco la ragione per cui papa Francesco pone così tanta enfasi sull’uscita, sull’aprire le porte della Chiesa, sul raggiungere i luoghi più remoti lasciando il proprio Paese.

Molti credenti trovano incompatibile il rispetto delle tradizioni e del pensiero altrui con lo slancio missionario e, per certi versi, di fatto, con l’annuncio stesso di Gesù... Come aiutare il popolo di Dio a «fare pace» con la missione e con la propria fede? Luca racconta che quando Gesù nacque, sua Madre «lo avvolse in fasce»; erano di stoffa, certo, ma sono convinto che possiamo interpretarle anche come le «fasce» della cultura e della religiosità di Maria. Gesù, la Parola eterna del Padre, non è nato in un popolo senza una sua propria tradizione, e infatti partì dagli usi e costumi ebraici per annunciare il Regno. In questo senso possiamo dire che per il Vangelo la cultura è come un «veicolo», che gli permette di manifestarsi nel quadro di ciò che è comprensibile per le persone di un dato tempo e territorio. Immaginiamo che qualcuno versi nelle nostre mani unite dell’acqua: l’acqua acquista la forma data dall’incavo che le abbiamo creato, ma non perde la sua essenza. Allo stesso modo, il Vangelo non si snatura quando si esprime in una cultura. La Buona Novella entra nella cultura di un popolo, valorizza i semi del Verbo già esistenti, e allo stesso tempo la purifica di ciò che non è in sintonia con il Vangelo.

È il grande tema dell’inculturazione, anche molto insidioso se stiamo alle controversie che hanno segnato il cammino di avvicinamento al sinodo sull’Amazzonia… Senza entrare nelle polemiche, porterò la mia semplice testimonianza. Ho trascorso la mia intera vita missionaria tra Bolivia e Perù. Ricordo quando san Giovanni Paolo II visitò il Perù: nella celebrazione a Cusco fece riferimento al culto locale della Madre Terra, Pachamama in lingua quechua. L’intenzione di Sua Santità era quella di rispettare la tradizione del popolo andino, che nella Terra vede una madre generatrice di vita. Unisco un altro fotogramma: quando papa Wojtyla visitò per la prima volta da Pontefice la Polonia, sceso dall’aereo si inginocchiò e baciò la terra. Spiegò poi che quel gesto equivaleva per lui ad aver baciato la mano di sua madre, ma nessuno immaginò che stesse proponendo un nuovo culto…

 

Leggi l’intervista completa sul numero di ottobre 2019 del «Messaggero di sant’Antonio» di carta e sulla corrispondente versione digitale!

Data di aggiornamento: 14 Ottobre 2019
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