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Ottobre 2012
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n. 1298


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Cultura

Armando Matteo. Ripartire dalla felicità di essere cristiani

In una società in cui i giovani sono «invisibili», «inquieti» e distanti dall’universo della fede, occorre ritornare a un cristianesimo vissuto con allegria.

di Laura Pisanello

Nella foto: don Armando Matteo, attento osservatore dell'universo giovanile.Don Armando Matteo conosce bene il pianeta giovanile, essendo stato per diversi anni assistente ecclesiatico nazionale della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana). Proprio ai giovani è rivolto il suo ultimo libro Il cammino del giovane, Qiqajon 2012, un manuale esile ma densissimo, in cui don Armando sembra prendere per mano un ragazzo o una ragazza, guidandoli nel difficile «mestiere di vivere».

Msa. Da giovane prete, come definirebbe i giovani di oggi?
Matteo. Ho tre aggettivi con cui definirli: «invisibili», «increduli» e «inquieti». Sono pochi numericamente, perciò poco visibili in una società che ha il mito del giovanilismo e non crea spazi di visibilità per i giovani veri, né garantisce loro opportunità. I giovani sono «increduli»: indagini recenti rilevano una certa estraneità (che non significa ateismo, ma distanza) dei giovani nei confronti dell’universo della fede.

La religione rimane per molti di loro un «rumore di fondo», che difficilmente interviene quando si tratta della definizione della propria identità. E questo nonostante moltissimi ragazzi abbiano compiuto il cammino dell’iniziazione cristiana, abbiano frequentato gli oratori e seguito a scuola l’ora di religione. Infine «inquieti», perché molti di loro sono in ricerca, non soddisfatti delle risposte che si sono dati gli adulti. La nostra società, in cui tutto ruota attorno al denaro, produce sofferenze e depressioni. E i giovani, dal canto loro, stanno cercando cosa significhi essere abitanti di questo pianeta, cosa voglia dire vivere dentro questa grande tradizione culturale dell’Occidente. Quindi hanno una sana inquietudine che qualche volta si traduce anche in disagio e devianze, se non trovano modo di impiegare tutta l’energia che hanno dentro.

Questa fotografia in che cosa si differenzia da quella della generazione precedente?
C’è una differenza di numeri. La generazione nata tra il 1964 e il 1979 (alla quale appartengo anch’io) era molto più numerosa e ha vissuto con un senso di ottimismo. Noi abbiamo creduto nelle promesse dei padri, nel mito del progresso, nella liberalizzazione del mercato, nell’industria culturale. Oggi lo scenario è molto diverso: preoccupano la fatica di trovare un posto di lavoro, la disoccupazione giovanile a livelli altissimi, la difficoltà di accedere a un mutuo…

Perché il messaggio di Gesù stenta a far breccia sui giovani di oggi?
Perché all’interno delle famiglie spesso non c’è stata una testimonianza viva di preghiera, di affidamento alle parole della Bibbia. È interessante riportare il dato di un’indagine, compiuta nella diocesi di Vicenza dal sociologo Alessandro Castegnaro, che evidenzia come «della preghiera in famiglia, della famiglia riunita, non si è trovata traccia nelle interviste» (Osservatorio socio-religioso Triveneto, C’è campo? Giovani, spiritualità, religione, Marcianum 2010). Nella maggior parte delle famiglie italiane la felicità si cerca in altre cose: la bellezza, la giovinezza, il denaro. Nei genitori stessi il riferimento a Dio è marginalizzato e non c’è la consapevolezza che la fede cristiana ha a che fare con la felicità umana. Premesso ciò, va detto che più del 15-20 per cento dei giovani frequenta la parrocchia o i movimenti ecclesiali. Aggiungerei anche il fatto che la catechesi ha insistito molto sui bambini e ha «trascurato» gli adulti, che si sono visti un po’ esautorati e si sono sentiti «dispensati» da una testimonianza.

La Chiesa sta cercando di recuperare gli adulti?
Su questo argomento la Chiesa italiana ha intrapreso un cammino straor­dinario. Già nel 2004 con il documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia si affermava che la questione dell’adulto andava posta al centro dell’attenzione. Poi, sull’onda del magistero di Benedetto XVI, del richiamo all’emergenza educativa e alla nuova evangelizzazione, i vescovi italiani hanno espresso gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo. Si diventa grandi guardando gli adulti, che devono riargomentare a se stessi la scelta cristiana.

A proposito di fede in famiglia, ci racconta che tipo di esperienza ha avuto lei con i suoi genitori?
La mia esperienza di fede nell’infanzia è stata molto semplice, legata alle feste religiose. Da piccolo, però, appresi l’idea di questa presenza importante nella nostra vita, di un accompagnamento, di una benedizione da parte di Dio sulle nostre famiglie. Vengo da una regione, la Calabria, dove la pietà popolare è molto forte. Avevo delle nonne vicine ai vissuti ecclesiali. Per noi bambini la parrocchia era un riferimento molto importante, come fondamentale è stata la mia maestra elementare, religiosissima, che mi invogliò, all’età di 10 anni, a farmi prete.

Tornando ai ragazzi di oggi, ci sono delle esperienze che «brillano» nel pianeta giovanile?
C’è l’amore di molti giovani per alcune comunità monastiche: Bose, Taizé, Camaldoli, Romena. Ci sono delle esperienze nuove, come Nuovi Orizzonti di Chiara Amirante, una Luce nella Notte, i pellegrinaggi… Poi esistono delle esperienze, non direttamente legate alla fede ma diffuse, che danno speranza e indicano la ricerca di un’umanità nuova: penso al volontariato italiano e internazionale, penso al senso di giustizia, alle esperienze di Libera, del Sermig di Torino, di Ammazzateci Tutti… Mi piace anche ricordare la generosità che circola nella Rete, l’amore dei giovani per la natura.

Che cosa ha voluto trasmettere nel volume Il cammino del giovane?
In questo libro ho invitato il giovane a riscoprire che la giovinezza è un cammino che punta oltre se stessi. Ho cercato di accompagnarlo in alcuni passaggi fondamentali della vita adulta (lavoro, educazione, amore). La verità dell’amore è quella di consentire all’altro di essere se stesso: la vera sorpresa è la differenza. E anche noi scopriamo chi siamo grazie all’incontro con l’altro. Il concerto della vita ha bisogno di adulti.

Chi trasmette oggi la fede ai ragazzi?
Ad ascoltare le indagini sui giovani stessi, le figure che colpiscono di più il loro immaginario sono soprattutto quelle religiose, i frati francescani e altri testimoni, che permettono di incrinare il pregiudizio tutto contemporaneo dell’inutilità di Dio. L’impressione odierna è che Dio sia un ornamento e non abbia molto a che fare con la felicità umana. Le figure che colpiscono di più i giovani sono i Papi, sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, anche il cardinale Carlo Maria Martini. Però occorre lavorare molto nelle parrocchie che devono essere comunità dove si esprime la gioia della fede. Facciamo tante cose nelle nostre comunità parrocchiali, ma raramente con il cuore. Occorre restituire bellezza alle nostre parrocchie.

Che ruolo ha la figura della donna nella trasmissione della fede?
Finora in Italia la persona più importante nella trasmissione della fede è stata la mamma. È lei che portava il bambino a scoprire la presenza di questo Tu, invisibile ma affidabile, che è la presenza di Dio; è con lei che si imparava a dire le preghiere. Ora sta cambiando qualcosa nel rapporto tra le giovani donne e la Chiesa. Le indagini dicono che le donne tra i 20 e i 40 anni manifestano elementi di criticità nei confronti della realtà ecclesiale (si sposano di meno in chiesa, vanno meno a Messa, qualche volta non fanno battezzare i bambini; abbiamo meno suore, meno catechiste…). È cambiata la figura della donna, che beneficia delle conquiste dell’emancipazione femminile, per cui alla Chiesa oggi è richiesta, secondo me, una benedizione di questo cambiamento. In Italia le donne sono preparatissime, la percentuale di laureate donne è la più alta del mondo. C’è quindi una «nuova presenza femminile», e questo ci invita a ripensare i nostri vissuti parrocchiali. Detto con una battuta: non possiamo più continuare a chiedere alle donne di occuparsi della trasmissione della fede, della vita spicciola della parrocchia e poi chiudere loro la porta dei luoghi dove si decide della vita della Chiesa. Dobbiamo accogliere come una benedizione il fatto che oggi molte donne riescono a lavorare e a prendersi cura di una famiglia, sta a noi tener conto delle loro esigenze. Dovremmo anche «far nostra» la battaglia culturale, perché ci sia un sistema-Italia più favorevole all’universo femminile.

Lei auspica una «conversione del cuore e dello sguardo»?
In Gesù il verbo «guardare» e il verbo «aver compassione» molte volte stanno vicini. Penso che il grande merito del Concilio sia stato guardare questo nostro mondo con «simpatia», in un rapporto di compagnia, di «cammino insieme». Nel mondo dei giovani, e anche in quello delle donne, ci sono tante situazioni di difficoltà che invitano a «metterci in gioco».

Il cristianesimo sta fiorendo in luoghi lontani da noi: Asia, America Latina, Africa...
Sì, mentre nell’Occidente il numero dei cristiani diminuisce, in queste altre realtà del mondo aumenta. Ciò ci dà molta speranza per il futuro del cristianesimo. Il Papa dice che in Africa, in Asia, si sperimenta la gioia della fede, l’allegria di essere cristiani. Questo dovrebbe diventare il punto da cui partire per fare alcune riforme necessarie nell’universo ecclesiale occidentale. Il cambiamento non deve essere vissuto come frustrazione, ma come desiderio di restituire ai vissuti ecclesiali questa gioia di essere cristiani, di essere figli e figlie di un Dio che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre.
 
 
Biografia

Don Armando Matteo è nato a Catanzaro nel 1970, ha studiato filosofia e teologia; insegna teologia presso la Pontificia università urbaniana di Roma. È stato assistente ecclesiastico nazionale della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) dal 2005 al 2011; dal gennaio 2012 è assistente nazionale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici).
Ha studiato e analizzato, con disincantata passione, la società contemporanea e il suo rapporto con la fede. All’universo giovanile ha dedicato il volume La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino 2010.
Sulle donne (in particolare tra i 20 e i 40 anni) e l’universo della fede, ha pubblicato La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa, Rubbettino 2012. L’ultimo suo libro, rivolto ancora una volta ai giovani, è Il cammino del giovane, Qiqajon 2012.


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