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Gennaio 2010
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n. 1268


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Cultura

Coppi e Bartali: il mito continua

Con la loro rivalità,più leggendaria che reale, i due campioni hanno segnato un’epoca.Fausto Coppi e Gino Bartali raccontati per la nostra rivistadai figli Faustino e Andrea.

di Nicoletta Masetto

Francia, 1952. Le strade sono quelle del Tour. Un fotografo italiano, Carlo Martini, immortala la scena: Coppi sta poco più avanti di Bartali e, continuando a pedalare senza voltarsi indietro, gli passa la borraccia. Sarà quel clic a far nascere il mito dei due campioni del ciclismo e a raccontarci, al tempo stesso, un pezzo d’Italia e della nostra storia.
Quest’anno ricorrono cinquant’anni dalla morte di Fausto Coppi (2 gennaio 1960) e dieci da quella di Gino Bartali (5 maggio 2000). Il mondo delle due ruote, ma non solo, si prepara a ricordarli con eventi vari, manifestazioni, convegni, pubblicazioni, programmi televisivi e una tappa del Giro d’Italia. Coppi di giri ne vinse ben cinque (dal 1940 al 1953), Bartali tre. Due i Tour conquistati da entrambi, anche se Coppi fu il primo ciclista al mondo a ottenere due volte la storica doppietta Giro-Tour. La loro rivalità, che divise l’Italia nell’immediato dopoguerra, fu leggendaria e, tuttavia, alimentata dai media più che reale. È noto come i due si rivolgessero l’uno all’altro senza mai chiamarsi per nome, ma solo con l’appellativo «quello là». Divisi, forse lontani, ma non nemici. Andrea Bartali, il primogenito di «Ginettaccio», che ha avuto la fortuna di stargli accanto per ben cinquantatré anni, sottolinea che «papà, di Coppi, ebbe sempre una grande stima. Anche sul piano ciclistico non aveva particolari paure. Il motivo era semplice: era convinto di dover ricambiare Dio per i talenti che gli aveva dato, in particolare nel ciclismo, e per la salute. Per questo, anche se perdeva, a fine gara si riteneva sempre vincitore».

Coppi e Bartali rappresentano, nell’immaginario collettivo, le due facce della Repubblica appena nata. Un dualismo di cui l’Italia sembra avere un bisogno irrinunciabile. Distrutto dai bombardamenti, messo in ginocchio dalla crisi economica, quello del 1946 è un Paese che deve, e vuole, tornare a vivere. Facendo anche riferimento a nuovi miti. In fondo è un’Italia unita, che si appassiona e si accalora, quella che scende in piazza e ascolta la radio per seguire le imprese dei due ciclisti. Sono per primi gli italiani a volerli rivali, antagonisti: l’uno bianco (di destra o al massimo di centro, sul piano politico) e l’altro rosso (di sinistra), anche se entrambi, prima delle elezioni del 1948, firmano un manifesto pro Dc; l’uno credente: «Papà – racconta Andrea Bartali – era terziario carmelitano. Prese i voti nella chiesa di San Paolo a Firenze. Già a dieci anni si iscrisse all’Azione cattolica. Quando passava per Padova, dove aveva moltissimi amici, era d’obbligo la tappa al Santo. Era un uomo di fede, ma sempre nel suo stile, nei fatti più che nelle parole»; l’altro anticlericale: Fausto Coppi si trovò appiccicato addosso un vero e proprio marchio dopo il suo divorzio – per seguire Giulia Occhini, moglie del suo medico, conosciuta come la «dama Bianca» –, ma in real­tà era credente (frequentava la chiesa, alcuni dei suoi amici erano frati e quando correva dalle parti di Lourdes non mancava di visitare il santuario). Da una parte c’era il toscanaccio, brontolone e sanguigno Gino, che prima di dedicarsi al ciclismo voleva fare il meccanico, ma non era riuscito a trovare lavoro, e dall’altra il piemontese Fausto, di origini contadine, garzone in una salumeria di Novi Ligure (dove vive tuttora il figlio Angelo Fausto, «Faustino» come continuano a chiamarlo tutti per strada quando lo riconoscono), timido, schivo e anticonvenzionale. Coppi e Bartali diventano inoltre il giovane e il vecchio (anche se avevano cinque anni di differenza), l’uomo di ferro (Bartali aveva un cuore eccezionale, lentissimo, da 32 battiti al secondo a riposo) e il campione dal fisico minuto e dalla salute cagionevole (Coppi subì tredici fratture nel corso della carriera). L’uno attento all’alimentazione (assistito da un famoso dietologo svizzero, Coppi fu il primo atleta a capire l’importanza di una preparazione «scientifica», dall’allenamento all’alimentazione fino al supporto della medicina), l’altro che credeva nell’importanza del «carburante»: carni toscane rosse e due buoni bicchieri di Chianti.
Simboli di un’Italia appassionata
Nell’Italia del secondo dopoguerra le principali strade erano andate distrutte. Circolavano ben tre milioni di biciclette e appena 149 mila auto. Il reddito pro capite era di circa 60 mila lire (quattro anni dopo sarebbe triplicato). Una bicicletta costava, in media, intorno alle 20 mila lire. Le vetture avevano prezzi inaccessibili. La bici era un sogno alla portata di tutti. «Tu tifi per Bartali o per Coppi?» era la domanda di rito nelle conversazioni al bar e persino tra i ragazzini il primo giorno di scuola. Il giornalista e scrittore Curzio Malaparte, nel suo saggio del 1947 Coppi e Bartali, ristampato di recente da Adelphi, scriveva: «Bartali possiede la fede ingenua e profonda dei toreri spagnoli. Ogni volta, prima di sfidare il toro, si inginocchia e prega. Ogni volta, dopo aver ucciso la tappa, si inginocchia e prega per ringraziare Dio di avergli concesso la vittoria. Gino è figlio della fede, Fausto è figlio del libero pensiero. Entrambi figli del popolo, discendenti dei migliori ceppi del popolo italico, rappresentano in qualche modo le due grandi correnti del pensiero italiano contemporaneo. Bartali appartiene a coloro che credono nelle tradizioni e alla loro immutabiltà, Coppi a coloro che credono nel progresso. Gino è con chi crede nel dogma, Fausto con chi lo rifiuta».

Ma, lo ripetiamo, era una rivalità più fittizia che reale. Lo conferma il giornalista Giampaolo Ormezzano in un suo libro: «La grande rivalità tra i due campioni del pedale, il duello dei duelli, non è mai esistita se non in senso sportivo. Così come non è mai esistito il castello mediatico di intrighi». I due anniversari del 2010 li vedono di nuovo insieme, speriamo non in contrapposizione.
«Non ho mai sentito papà parlare male di Coppi – aggiunge Andrea –. C’erano, peraltro, molte cose che li accomunavano e che, però, non erano mai citate perché non si prestavano all’utilizzo mediatico. Entrambi, ad esempio, avevano perso un fratello ciclista. Nel 1939 morì Giulio, il fratello di mio padre. Fu quel dolore a trasformarlo, ad avvicinarlo ancora di più alla fede. Nel 1951 morì Serse Coppi che, tra l’altro, era grande amico di mio padre».
«Avevo cinque anni quando mancò, ma il suo ricordo è ancora vivo. Oggi ritrovo mio padre nelle tante persone che l’hanno conosciuto» ci confida Faustino che del mondo del ciclismo ha fatto la sua vita. Il mito della coppia fu consacrato dalla famosa partecipazione, nel 1959, alla trasmissione televisiva Il Musichiere quando i due cantarono insieme Come pioveva. O dal ritratto ironico tracciato da Totò nel suo film sul Giro. Ma ancora di più dalla morte prematura di Coppi al rientro da una battuta di caccia in Alto Volta dove contrasse la malaria. «Papà mi ha lasciato il valore della generosità, del suo dare in maniera gratuita, senza interessi» sottolinea Andrea. Non a caso Ginettaccio amava ripetere: «L’ultimo vestito è senza tasche»; con la sua proverbiale semplicità se la prendeva con chi aveva un comportamento avido e speculatore. «Non voleva che seguissi le sue orme. Ricordo che una volta gli regalarono una “Legnano”, in miniatura, su misura per un bambino. Papà la fece sparire. Come la meravigliosa “Condorino”, tutta d’argento con le forcelle a rondine. Avevo dodici anni, capii solo dopo quello che papà voleva dirmi con quel “no”».

C’è una pagina della storia di Bartali che sarà ripercorsa quest’anno dalla ciclo-pedalata da Terontola-Cortona ad Assisi, nel settembre 2010. «Era la strada che percorreva in lungo e in largo, tra valli e monti, durante la guerra, quand’era partigiano – racconta Andrea –. Dentro la canna della bicicletta nascondeva i documenti falsi destinati agli ebrei». Tra il 1943 e il 1944 ne salvò ottocento dalla deportazione. «“Son Bartali, mi vò ad allenare” diceva ai tedeschi che incontrava ai posti di blocco. Non parlava mai, nemmeno con noi, di quel periodo. Stava in silenzio. Era fatto così».
Torniamo all’immagine che immortalò due campioni e un’epoca. Chi passò la borraccia a chi? Rimane il dubbio. In pochi conoscono il segreto. Quel che è sicuro è che lo scatto fu costruito ad arte. L’idea fu del fotografo Martini. Voleva un’immagine diversa, creativa. Ci riuscì. Nella foto i due si scambiano una bottiglia d’acqua, bene prezioso soprattutto quando la fatica ti assale e ti spezza le gambe, magari a luglio nel pieno di un Tour. Quel che rimane, alla fine, è il gesto immortalato da un clic. Tutto il resto, a questo punto, non ci interessa.
C’è piuttosto un’altra immagine, meno conosciuta, che ci racconta molto di più di un campione prima nella vita che nello sport. Esiste un albero nel Giardino dei Giusti a Firenze. È una pianta alta, forte e robusta. La prima piantata in ricordo del sacrificio di quanti spesero la loro vita per gli altri e, nella fattispecie, di Gino Bartali. Un albero che non ha bisogno di parole per rammentare, come faceva Bartali con suo figlio, che «certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca».
 



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