01 Febbraio 2017

Una casa per ragazzi «speciali»

Il film «Miss Peregrine» impegna la nostra identificazione empatica verso uno stuolo di eccentriche creature. La pellicola fa sorridere, spaventa e commuove. Ma soprattutto non pone barriere alla nostra gioia di vivere.
Miss Peregrine
Miss Peregrine
JAY MAIDMENT © 2016 TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION

Il tempo gira su se stesso nella casa per ragazzi «Speciali»: è sempre il 3 settembre 1943 in questa isoletta prospiciente il Galles. Miss Peregrine, che governa la vivace comunità minorile, è una donna bella ma dura, è premurosa ma cupa, allarmata. Minacciosi nemici, i «Vacui», attentano alla serenità dei bambini, che vivono un’eterna infanzia, ai confini del mondo. Come difendersi dagli avversari spettrali, che vorrebbero riconquistare l’immortalità perduta, cibandosi degli occhi innocenti dei piccoli ospiti?   
Il bestseller omonimo di Ransom Riggs incantò il regista Tim Burton, che spinge il pedale delle sue fantasie neogotiche ed espressioniste fino al thriller, al surreale, all’horror. Burton già da bambino amava guardare film di mostri. Il che lo faceva considerare un tipo strampalato: «Alla gente piace incasellare gli altri, un atteggiamento che rende quelli come noi soli e tristi, sempre fuori posto».
Chi è il capriccio di natura, il bizzarro, lo strambo, il freak? Come evitare che un soggetto diversamente abile venga irriso e ridotto a fenomeno da baraccone? Il film impegna la nostra identificazione empatica verso uno stuolo di eccentriche creature. C’è chi si libra nell’aria come Emma, chi incendia con le mani, chi ospita api dentro il proprio corpo, chi rianima i cadaveri, chi accelera la crescita delle piante, chi solleva pesi giganteschi. Ogni superpotere è una dissonanza dal conformismo e si espone all’incomprensione e all’invidia.
Alla morte dell’amato nonno, ipnotico narratore, il protagonista Jake, timido sedicenne, decide di lasciare la Florida e andare a vedere di persona, al di là dell’oceano, se esista davvero quello strano orfanotrofio britannico. Lo trova e scopre che lui stesso è speciale: la sua vista sa individuare i pericoli occulti.
Tante sono le domande filosofiche. Le sequenze storiche del film si intercalano a quelle magiche: come è possibile che un tempo ciclico conviva col tempo lineare? Se ogni giornata riproduce quella precedente, quale tipo di libertà è praticabile? Perché la tecnica ci affascina? La regia documenta il piacere di modellare la materia, di riconfigurare i corpi, di ampliare la chirurgia dello sguardo, di governare gli elementi essenziali: terra, fuoco, aria, acqua. Il cinema di Burton ferma e condensa, oppure frantuma e accelera le sequenze dei fotogrammi, così come gli «Speciali» sfidano le leggi di gravità, comandano ai venti, rivitalizzano gli scheletri.
C’è anche una meditazione sul sublime, che piacerebbe a Kant. Un istante prima che la bomba con le svastiche, sganciata dall’aereo tedesco, tocchi terra e faccia esplodere la casa, Miss Peregrine arresta le lancette del suo orologio da tasca e quell’ordigno si blocca in aria, orribile ma impotente, e tutto ritorna come 24 ore prima. Un attimo prima che il male ci getti nel panico e ci travolga, noi mortali, proprio percependo la nostra piccolezza e vulnerabilità, avvertiamo un supremo senso di dignità, la fierezza della ragione, una testarda fedeltà alla norma morale. Ci salviamo restando bambini, credendo nell’immaginario.
La pellicola di Burton fa sorridere e commuove, diverte e spaventa. Andare al cinema significa del resto entrare cioè in una storia, che esige fiducia ma che espone a smarrimenti e incubi La fiaba nomina il male, ma lo inserisce in una trama che lo tiene sotto controllo. Forse, dietro lo schermo, c’è qualcuno che ci capisce e ci rassicura, edificando da capo una casa (come la home di Miss Peregrine) che non fa discriminazioni né pone barriere alla nostra gioia di vivere.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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