Stati Uniti. Italian Americans, un docu firmato Maggio

18 Novembre 2014 | di


John Maggio è un regista di origini italoamericane. Con il documentario Frontline ha vinto un prestigioso Emmy Award. Dopo aver presentato i suoi lavori nei più importanti festival del cinema mondiali, ha deciso di puntare la sua telecamera sulla storia degli italoamericani, producendo The Italian Americans, un documentario della durata di quattro ore. Andrà in onda sul canale pubblico Americano PBS in due parti: il 17 e il 24 febbraio 2015. Rai Storia ne ha acquistato i diritti per l’Italia.

Msa. Perché ha deciso di girare questo documentario? Da quale punto di vista è partito?
Maggio. Ho sempre voluto esplorare l’esperienza italoamericana anche perché conosco pochissimo la storia della mia famiglia. Lo stesso interesse accomuna tante altre famiglie italoamericane, con le quali ho parlato nel corso della realizzazione. Gli italoamericani non hanno una forte tradizione di storie scritte, al contrario degli ebrei americani o degli irlandesi d’America. In buona parte ciò è dipeso dalla barriera linguistica, che è stata prima il dialetto e poi l’inglese. Inoltre va considerato il dolore legato alla memoria di un vissuto che rimane difficile da superare. Gli italiani hanno preferito guardare avanti piuttosto che soffermarsi sul passato. L’idea della famiglia italoamericana è diventata una sorta di mito qui in America. Allo stesso tempo, è un’istituzione forte e «calorosa», che però viene spesso associata alla mafia. La famiglia criminale italiana appare, infatti, ovunque. Io ho cercato di confutare questo pregiudizio. Ecco perché inizio il documentario da Roseto (Pennsylvania), luogo in cui la famiglia italoamericana ha, invece, ancora una connotazione positiva e salutare.

Che idea si è fatto delle ragioni dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti?
Il documentario inizia dalla storia, in particolare dal Risorgimento e arriva fino ai giorni nostri. Sviscera le cause che portarono gli italiani a emigrare in cerca di lavoro: la forte tassazione, la povertà del Sud e il verificarsi di alcuni devastanti disastri ambientali. La forza del dollaro americano, durante la seconda rivoluzione industriale, attirò milioni di italiani in America. Soprattutto nelle miniere e nelle costruzioni. Di questi, molti ritornarono in Italia, tanto da essere chiamati «uccelli di passaggio».

Come ha trovato i fondi?
Più partner hanno contribuito a raggiungere la cifra necessaria alla realizzazione del documentario: PBS, National Endowment for the Humanities, Corporation for Public Broadcasting, Arthur Vinning Davis e altri donors privati.

Perché gli italoamericani sono, per così dire, ossessionati dalla parola «mafia»?
Questa parola fu usata per la prima volta dalla stampa americana per indicare un gruppo di imprenditori siciliani di New Orleans che lavorava nel settore dell’importazione della frutta, all’incirca nel 1890. Dopo l’uccisione dello sceriffo di New Orleans, un centinaio di siciliani sospettati furono fermati. I giornali locali sostennero che erano parte della mafia. Dopo che nove di loro furono prosciolti dall’accusa di omicidio, una folla inferocita irruppe nel carcere e li linciò. Da allora, quando si tratta di parlare degli italiani, la parola «mafia» è diventata parte dello slang americano. Negli anni Settanta, con il film il Padrino, l’idea della mafia venne per sempre appiccicata agli italiani come un’etichetta. Stigma che continua anche oggi nei media o nei serial televisivi, come I Soprano, Goodfellas e altri ancora».

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017