Prendiamoci un po’ in giro

A carnevale tutto è possibile perché tutto è «normale». Così, anche la disabilità entra in maniera naturale e spontanea nel mezzo della vita. La maschera ci permette di mostrare un’altra faccia della medaglia, di superare il limite senza nasconderlo.
30 Gennaio 2014 | di

«A carnevale ogni scherzo vale» dice il proverbio, perché sotto le maschere si può davvero nascondere di tutto. Il carnevale – il nostro caro Arlecchino ce lo conferma – è infatti il tempo dell’eccezionalità, del ribaltamento dei ruoli, del sovvertimento dell’ordine costituito. La festa è il momento in cui è il servo che la fa da padrone per svelare con il sorriso il profilo sotteso agli innumerevoli volti del potere e della socialità.

Spesso si dice che la maschera che scegliamo è una parte, se non addirittura lo specchio, della nostra personalità più profonda, e che grazie al travestimento ci concediamo di muoverci, di parlare e di comportarci come altrimenti non oseremmo. E così i poveri diventano ricchi, i belli brutti, e viceversa. La tradizione poi non si risparmia, e aggiunge molto altro alle nostre maschere della personalità. Si tratta non solo di costumi e oggetti caratteristici, ma anche di difetti fisici e di vere e proprie disabilità.
 
Alle origini, storpi e zoppi omaggiavano il carnevale con la loro stessa immagine, in un girotondo ai limiti della dannazione. Poi la prospettiva si è ribaltata, e il difetto fisico si è fatto «carattere», anomalia che diverge dal contesto e che si carica di mistero, di originalità e, talvolta, addirittura di eroismo. Ciò che è interessante è come qui si inseriscono i concetti di diversità e di disabilità. In queste settimane dedicate al paradosso, infatti, la società si presenta in tutte le sue sfaccettature, senza costringerci allo stupore e concedendosi al suo stato più puro. Lì tutto è possibile perché tutto è «normale», e così anche la disabilità entra in maniera naturale e spontanea nel mezzo della vita. Ma che cosa succede al di là, vale a dire a chi la maschera la porta davvero su di sé? Quante volte, infatti, la nostra identità si nasconde dietro la maschera, un’identità che spesso facciamo fatica ad accettare, a mostrare e a prendere in giro?
 
In questo senso, il carnevale ci offre l’occasione per giocare con noi stessi. Vi faccio un esempio. Vi ricordate Happy days, il telefilm ambientato a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta? Una volta, da ragazzino, ho deciso di travestirmi come il suo protagonista, non il giovane Ricky Cunningham, ma il suo amico Fonzie, con tanto di brillantina e giacca di pelle, a tutti noto per la sua ironia, per la bellezza e per la capacità di risolvere in un lampo ogni situazione. Un vero e proprio ribaltamento di categoria, soprattutto a quei tempi, indossare i panni di un personaggio tanto forte, spavaldo e soprattutto autosufficiente. Eppure, ho scelto di mettermi in gioco, di prendere in giro me e la mia dipendenza dagli altri, di liberare la paura di aver sempre bisogno di qualcuno. La maschera ci permette di mostrare un’altra faccia della medaglia, di superare il limite senza nasconderlo. E siccome anche quest’anno il carnevale è arrivato, tra gli schiamazzi, le stelle filanti, i coriandoli e le maschere che folleggiano, io vi chiedo: che maschera indosserete?

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Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017