Marina Corradi

L’ombra della madre

Tre donne sole
03 Giugno 2017 | Recensione di
Scheda del libro
Marsilio
2017
€ 17,50

Marina Corradi, inviata del quotidiano «Avvenire», è una delle penne più intense del panorama giornalistico italiano. Raffinata e sensibile, riesce a cogliere e a dare corpo nella scrittura a tutte le sfumature dei sentimenti e delle emozioni che attraversano l’animo umano. E in questo romanzo, appena pubblicato da Marsilio, tale sua caratteristica emerge in modo particolarmente dirompente.

La vicenda che si snoda nel libro è presto detta: Teresa, la protagonista, narra in prima persona il suo percorso esistenziale inserito in quello di una famiglia ingombrante, complessa, a tratti anche affascinante. Di certo, però, dolente come poche, nella quale malattie, disagi, incomprensioni incombono come un’ombra malvagia, pronta a inghiottire ogni cosa.

Il dolore, di cui il libro è intriso, attraversa le vicende della famiglia Brot – Alma ed Ermanno e le loro figlie, Viola e Teresa – come un’accetta che pare voler tranciare ogni cosa.

Eppure, all’inizio, la storia di questa famiglia assomiglia a quella di molte altre famiglie: l’innamoramento, il matrimonio, i sacrifici, la casa nuova sudata a fatica, i figli che arrivano. Ma, poco a poco, qualcosa irrompe, dapprima insinuandosi nella coppia (il marito troppo impegnato nel lavoro, che si allontana sempre più spesso, la madre casalinga che comincia ad avvertire uno strano disagio) per poi dilagare con tutta la sua violenza dinanzi a un fatto imprevisto: «Un giorno, si era di aprile, Teresa e la madre dal balcone osservavano Viola che tornava dalla bottega del droghiere, con una borsa in mano. Quando il verde scattò al semaforo e lei riprese a camminare, entrambe notarono un suo appena accennato claudicare. “Ma perché zoppica?” chiese Teresa stupita. “Non so. Forse una scarpa le fa male” rispose la madre, riprendendo a innaffiare i suoi gerani».

E da qui, da questo preciso istante, comincia una discesa che pare inarrestabile. Quasi un fiume in piena che, uscito dagli argini, travolge al suo passaggio ogni cosa.

Quelle stesse ferite che prima erano graffi in apparenza rimarginabili, si trasformano in lacerazioni profonde, purulente, che minano alla radice la sopravvivenza stessa dei Brot. Il tutto vissuto in una situazione di solitudine profonda, di alienazione, dove la vita scorre nel totale disinteresse di chi vive attorno, che non si accorge di nulla. Comincia qui, forse, la parte più intensa e drammatica del libro, quella in cui Teresa si trova a lottare con la flebile forza di una ragazzina, contro una disperazione che rischia di annientarla e che segnerà in modo indelebile i suoi giorni futuri.

Eppure, queste pagine così drammatiche non fanno del volume di Marina Corradi un volume triste. Pervaso di sofferenza, certo, ma nel quale la speranza avanza quasi sottotraccia, caparbia, nella certezza che la vita, comunque, è più forte. E che a volte basta solo una presenza amica, vicina ma discreta, per darle vigore.

L’amicizia, l’amore, possono compiere il miracolo di un’esistenza che non si abbandona alla disperazione e che sa sottrarsi a un destino che pare ormai segnato. Il dolore, la morte, in queste pagine, non hanno l’ultima parola. Ciò che resta davvero è la vita e la lotta per una sopravvivenza che non sia solo dignitosa, ma piena, umana, buona.

«Il tempo, lento, aveva compiuto il suo ciclo. Un’altra vita, di madre in figlia, cominciava»: si chiude così il libro di Marina Corradi, pagine intense, capaci di stupire, di generare gratitudine per il dono di una vita che è forza insopprimibile e nella quale il disegno salvifico sa svelarsi piano piano, anche attraverso il dolore (e l’amore) di una madre.

Data di aggiornamento: 03 Giugno 2017