La luce oltre il tunnel del lutto

Viaggio nel lutto con due testimoni di eccezione che sono anche due esperti internazionali. Uno psichiatra famoso che ha perso i suoi unici due figli e un sacerdote che ha avviato esperienze di mutuo aiuto in tutto il mondo.
01 Novembre 2017 | di

Il dolore nel lutto si elabora, si accetta, si supera, si trova il modo di venirne a patti? La domanda che attanaglia ogni persona che si trova a soffrire per mesi, a volte per anni, a causa della perdita di una persona importante come un figlio, il coniuge, i genitori, spesso non trova risposta. Tante le ragioni: una società che rimuove la morte e il morire, la fine dei riti di accompagnamento, prima normali nelle società del passato, ma soprattutto l’incapacità tutta postmoderna di avere relazioni stabili e una solidarietà concreta e duratura tra le persone vicine. Ma non tutto è perduto. Ognuno di noi può iniziare un cammino personale e collettivo che dal baratro del dolore ci riporti alla vita. Per alcuni la leva è la fede, per altri è un percorso umano e spirituale in senso più ampio, che coinvolge le passioni e i valori alla base del proprio vivere. Un viaggio faticoso e difficile eppure pieno di possibilità che il «Messaggero di sant’Antonio» fa assieme a due testimoni che sono al contempo due grandi esperti in materia.

Il primo è Diego De Leo, psichiatra di fama mondiale, professore per vent’anni alla Griffith University di Brisbane in Australia, che ha perso i suoi unici due figli, Nicola (19 anni) e Vittorio (17) in un incidente stradale nel 2005. Il secondo è padre Arnaldo Pangrazzi esperto internazionale di gruppi di mutuo aiuto nel lutto. Di seguito alcuni estratti dal dossier pubblicato sul numero di novembre 2017 del «Messaggero di sant’Antonio».

Il coraggio
di farsi adottare

Il professor De Leo accetta l’invito di fare questo viaggio partendo proprio dalla sua esperienza, cosa non facile per un terapeuta. «Non sarei qui a parlare con lei oggi – afferma –, se non avessi avuto i miei amici. Io e mia moglie siamo stati “adottati”». E spiega: «Quando si è colpiti da un lutto grave viene meno anche la routine più elementare: non ti lavi, non fai la spesa, non rassetti il letto, lasci andare la casa. Avere qualcuno che ti caccia sotto la doccia, ti pettina, ti rende presentabile, che si preoccupa di tenerti in vita, con semplicità e riserbo, è estremamente importante e significativo». Che cosa invece bisogna assolutamente evitare? «Frasi come “Ti capisco”, “il tempo è galantuomo”, “non ho parole”. Per chi soffre, percepire l’imbarazzo dell’altro è devastante. Essere coperto di banalità diplomatiche è l’ultima delle disgrazie». Che cosa invece dovrebbe fare chi è nel percorso del lutto: «Innanzitutto sapere che ogni lutto è diverso e dipende da tante variabili: la personalità dell’individuo, i suoi valori, i suoi sistemi di supporto, gli investimenti sulla propria vita. C’entra anche l’attaccamento rispetto alla persona» ma anche «quanto sei stato temprato dalla vita». Che cosa bisogna assolutamente evitare di fare? Innanzitutto rimanere nella rabbia «perché è un sentimento che ti distrugge. L’altro nemico è l’isolamento, perché tendi ad assolutizzare il dolore».

Mutuo aiuto:
la parola e l’ascolto

Tra i percorsi più efficaci per affrontare il dolore nel lutto c’è il mutuo aiuto, i cui concetti chiave sono «la parola» e «l’ascolto». Afferma Arnaldo Pangrazzi: «Il gruppo offre un clima di accoglienza ai feriti, incoraggia l’espressione delle loro esperienze, crea un senso di appartenenza, stimola nuove conoscenze e nuovi modi di guardare alle cose, ripristina la fiducia in se stessi e contribuisce al recupero della voglia di vivere. Dal contatto con persone che hanno il nostro stesso problema possiamo ricaricarci di speranza, vedere la realtà con prospettive più ampie, trovare nuove idee per possibili soluzioni o, ancora, cercare assistenza nell’individuare in altri servizi delle fonti aggiuntive di aiuto». Secondo Pangrazzi l’elemento chiave è la narrazione: «Il proprio dirsi e ascoltarsi liberando sentimenti, rivelando pensieri, versando lacrime, riportando ricordi, ridendo insieme, rispettando i silenzi, incrociando sguardi, confidando progressi, confessando rimorsi, accendendo luci nel buio, aprendosi alla speranza, regalandosi un sorriso. Al centro la persona e non tanto il tipo di perdita: ogni lutto è vissuto in modo soggettivo e il requisito fondamentale è che ogni dolente si senta accolto, accettato e ascoltato».

Il dossier completo, dal titolo «Rimani con me», è pubblicato sul numero di novembre 2017 del «Messaggero di sant’Antonio» ed è consultabile nella versione digitale della rivista. Provala subito!

Data di aggiornamento: 01 Novembre 2017
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