Il poliedro della diversità

L'unione fa sempre la forza. A patto che non sia uniformità, come ammonisce papa Francesco.
07 Giugno 2017 | di

«L’unione fa la forza», uno dei motti più inflazionati nel campo dell’educazione e non solo. Unire, avvicinarsi, rendersi coesi diventa spesso il tramite per acquisire nuove competenze, aumentare il nostro potere d’azione, raggiungere più facilmente i nostri obiettivi.
Ed ecco allora che, quando si tratta di gruppi, l’unione assume sempre una bella funzione, quella di «diventare uno», «essere una cosa sola», un atteggiamento per andare oltre e congiungere insieme gli opposti, proprio come ci suggerisce l’etimo della parola. Un grande significato, dunque, per una piccola manciata di lettere. 
Le parole però, come diceva il regista Nanni Moretti nel suo celebre Palombella Rossa, sono importanti e prima di utilizzarle è bene conoscerne il significato profondo, così da non finire per confondere l’una con l’altra. Un’attenzione a cui ci ha richiamato, qualche tempo fa, anche papa Francesco.
Durante la sua visita all’Università di Roma Tre, è stato protagonista di un discorso in cui ha sottolineato l’importante differenza tra «unità» e «uniformità». Desiderare d’essere parte di qualcosa, portare avanti le proprie istanze, professare il valore di un’identità non deve farci dimenticare che la diversità è il cuore del principio di unità, la base dell’ascolto, del confronto, del dialogo con l’altro.
Uniformare, rendere tutti uguali è il rischio della nostra società globalizzata. Un punto di vista che diventa fondamentale, nel bene e nel male, quando si parla di incontro tra uomini e popoli. «Bisogna sempre cercare l’unità – ha affermato Francesco – che è un concetto totalmente diverso dall’uniformità.
Per essere tale, l’unità si fa con la diversità. Il pericolo di oggi, a livello mondiale, è infatti quello di arrivare a concepire una globalizzazione nell’uniformità. La via per uscirne è pensare piuttosto a una globalizzazione che io definirei “poliedrica”, dove ogni Paese, razza e cultura possano conservare un’identità propria. E questa è l’unità nella diversità che la globalizzazione deve cercare». 
Poliedrica, multiforme, sfaccettata. Questa è dunque l’immagine che dobbiamo tenere a mente quando parliamo di unità. Un concetto che si sposa perfettamente con tutti i discorsi sulla disabilità che abbiamo affrontato insieme a voi, cari lettori, in questi anni. La disabilità diventa una cosa sola con il resto quando il resto è pronto a includerne la specificità e l’unicità, così come vale per gli altri componenti del cerchio che la diversità ci insegnerà a guardare con occhi straor­dinariamente aperti.
Imparare a relazionarci con l’altro non sul piano dell’uniformità, del rendere, cioè, l’altro uguale a me, ma su quello della creatività, che parte invece dal valorizzare le differenze di ognuno, è una lezione di vita, ma anche, come ci ha fatto riflettere il Papa, un’intelligente lezione di Storia che mette la diversità al centro del dialogo contro ogni conflitto.
È proprio nelle differenze del limite, delle qualità, delle esperienze e delle identità che va cercata la chiave necessaria per costruire l’unità. Che dire? Cambiando il punto di vista a volte cambiano anche i motti: al posto dell’«unione fa la forza» ecco «la diversità fa l’unione». Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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