Gli alieni? Sono qui. E si trovano bene

Dalla rana toro al gambero della Louisiana, alla vespa velutina. Dall’allergizzante ambrosia ai pesci velenosi. Sono migliaia le specie invasive che si sono stabilite in Italia. Spesso alterando in modo irreparabile il nostro delicato ecosistema.
15 Marzo 2017 | di

Negli ultimi cinquant’anni, l’Italia ha vissuto una straordinaria rivoluzione economica e industriale. Parallela a essa, anche un’altra, seppur silenziosa e subdola, ma minacciosa per la biodiversità (cioè l’insieme di tutte le forme viventi di un certo ecosistema) del nostro Paese. In pochi decenni, infatti, sono arrivate in Italia, vuoi a causa di scelte rivelatesi scellerate, vuoi accidentalmente, migliaia di specie vegetali e animali, originarie di altre zone del pianeta, che spesso si sono perfettamente integrate nel nostro ecosistema.

Così i nuovi «padroni» dell’ecosistema italiano sono animali come lo scoiattolo grigio, il gobbo della Giamaica, il cebacek (un pesce d’acqua dolce asiatico che sta scalzando alborelle, triotti e rovelle di casa nostra), il gambero rosso della Louisiana. Oppure qualche impavido serpente asiatico o africano fuggito magari da un terrario (o liberato da qualche incauto allevatore) e ora intento a ingoiarsi una rana toro del Nord America che magari si era appena saziata con una rana verde, questa sì – ahinoi – una dei pochi indigeni rimasti.

Per non parlare della diffusione del riccio velenoso e delle alghe tossiche nei nostri mari, o della pianta americana Ambrosia artemisiifolia, stabilitasi nei nostri boschi – anche di città – e il cui polline provoca un numero crescente di allergie, o della infestante Ludwigia grandiflora arrivata dal Sud America. Questa mutazione ambientale appare ormai irreversibile.

Secondo molti studiosi, in Europa il fenomeno delle specie invasive non autoctone, cioè non originarie del luogo ma arrivate da altri continenti, è grave almeno quanto la progressiva distruzione del nostro habitat. La Commissione europea ha stimato che nell’Ue il danno sia quantificabile in 12 miliardi di euro all’anno. Nel vecchio continente, negli ultimi trent’anni, il numero di specie aliene è aumentato del 76 per cento. In Italia del 96 per cento! Sono dati più che allarmanti.

Clima, posizione geografica, biodiversità ed ecosistemi complessi rendono l’Italia, oltre che uno snodo di collegamento tra Africa, Asia ed Europa, anche una delle mete privilegiate della colonizzazione di specie non autoctone. Il nostro è il Paese che, più di altri, rischia di pagare un prezzo altissimo alla «globalizzazione biologica». Secondo l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, da noi si contano già più di 3 mila specie non autoctone, di cui 1.645 sono animali e 1.400 vegetali. Per il 70 per cento, questo fenomeno è dovuto ad azioni volontarie dell’uomo.

Insetti, alghe e anfibi

Un ulteriore fattore di pericolo è rappresentato dagli insetti. In primis l’ormai endemica zanzara tigre, originaria del Sud Est asiatico. In un Paese come il nostro, che si sta tropicalizzando, questo insetto rischia di diventare un ottimo vettore della febbre del Nilo, della chikungunya (focolai sono già stati registrati), ma anche di febbre gialla, encefalite e dengue. C'è poi una new entry: la vespa velutina, giunta dall'Asia, che fa strage di api e alveari.

Vanno tenuti sotto controllo pure molluschi, nematodi e platelminti, cioè vermi, provenienti da habitat diversi da quello italiano ed europeo. Molti di loro possono essere, infatti, serbatoi e vettori di gravi malattie. E possono causare danni strutturali al nostro ecosistema.

Sempre secondo l’Ispra, tra le specie aliene 156 sono d’acqua dolce e 186 marine. Tra gli invasori preoccupa la diffusione della rana toro e della testuggine americana o tartaruga palustre. Ci sono poi altri due anfibi che, negli ultimi anni, stanno registrando un’esplosione demografica: la rana dei Balcani e lo xenopo liscio. Nella lista nera degli ospiti sgraditi c’è anche il pesce siluro, il giacinto d’acqua in Sardegna, e le nutrie.

Contro questo «esercito di alieni», l’Italia è scesa in campo con Aquainvad-ED (Aquatic Invaders: Early Detection, control and management). È un progetto «Marie Curie ITN» finanziato nell’ambito del programma europeo Horizon 2020, che coinvolge le Università di Firenze, Swansea in Gran Bretagna e Oviedo in Spagna.

Rettili e pesci velenosi

Le cronache dei giornali riferiscono periodicamente dell’avvistamento o della cattura di serpenti, come boa e pitoni, scappati da terrari privati o rilasciati deliberatamente, e poi rinvenuti in giardini e campagne. Anche se non sono velenosi, tuttavia sono ghiotti di piccoli mammiferi e di altre specie locali. Altri pericoli vengono da protozoi e alghe, come la Caulerpa taxifolia, che producono tossine nocive per gli esseri viventi. Nell’elenco degli indesiderati, anche la cozza zebrata del Mar Nero e del Mar Caspio.

Sono specie estranee, la cui azione di colonizzazione progressiva del Mediterraneo e delle nostre acque interne è stata favorita dai cambiamenti climatici, da azioni volontarie dell’uomo, dallo sversamento in mare e nei fiumi dell’acqua di zavorra di navi provenienti da altre aree del pianeta, e che transitano soprattutto attraverso il Canale di Suez: quell’autostrada acquea che collega il Mediterraneo – rimasto per secoli come un acquario protetto – con il Mar Rosso, e quindi con i paradisi delle specie tropicali e oceaniche. Una situazione aggravata dal recente raddoppio del Canale di Suez. Di conseguenza, anche i nostri mari stanno diventando tropicali.

La medusa nomade, urticante, originaria dell’Oceano Indiano, è già stata avvistata lungo le coste della Sardegna. Ma le più temibili creature sono il pesce palla maculato e il pesce scorpione, entrambi arrivati dal Mar Rosso. Il pesce palla maculato è responsabile di diversi morti per avvelenamento nei Paesi affacciati sul Mediterraneo. È stato avvistato e catturato anche nelle acque della Calabria e nel Golfo di Napoli. È un vorace predatore di altri pesci, ma è tossico per l’uomo, anche se cotto; e dunque non va assolutamente mangiato.

Il pesce scorpione è stato segnalato e catturato nella zona dello Stretto, tra Tunisia e Sicilia. È molto invasivo. Ha lunghe e sottili spine dorsali la cui puntura può inoculare un veleno potenzialmente letale per l’uomo. E il veleno è attivo anche dopo la morte del pesce.

La politica si è mobilitata con alcuni strumenti legislativi per prevenire e gestire questa emergenza con la quale dovremo convivere a lungo, ma resta prioritario il fattore educazione. Su questo fronte, sta entrando nel vivo il progetto LIFE Asap (Alien species awareness program), co-finanziato dalla Commissione europea, che vede l’Ispra come capofila, e che coinvolgerà tutta l’Italia. L’obiettivo è quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini e di ridurre l’introduzione volontaria di specie aliene, perché è l’ignoranza a restare il peggiore dei nostri nemici.

 

Il dossier completo è pubblicato sul numero di marzo del "Messaggero di sant'Antonio" e sulla sua versione digitale.

Data di aggiornamento: 15 Marzo 2017
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