Gioielli d’Italia

Abbiamo il patrimonio artistico e culturale più consistente al mondo. E sta crescendo la consapevolezza che costituisca una risorsa strategica per il rilancio del nostro Paese.
17 Giugno 2017 | di

Musei, regge, gallerie, mostre, biblioteche, collezioni artistiche, teatri d’opera, siti archeologici, ville e parchi maestosi. L’elenco dei beni culturali italiani, pubblici e privati, è lunghissimo, e forse interminabile. La punta di diamante di questo patrimonio è costituita dai poli culturali concentrati nelle maggiori città italiane, veri e propri hub che intercettano grandi flussi di visitatori sia dall’Italia che dall’estero.

Nella prospettiva di una più efficace capacità di attrazione di visitatori e turisti, sono almeno tre le sfide a cui sono chiamati i nostri «gioielli di famiglia», e chi li amministra: innanzitutto una migliore fruibilità, in particolare attraverso internet e i social media; poi una visione strategica dei beni culturali, non solo sul piano della loro conservazione e del restauro, ma anche della narrazione e divulgazione, dell’implementazione del personale, della razionalizzazione di offerte e servizi, dell’organizzazione di mostre ed esposizioni; e, infine, una maggiore capacità di programmazione degli eventi culturali nel lungo periodo, così da evitare sovrapposizioni che, alla fine, nuocciono a tutti.

Se i privati si sono attrezzati da tempo investendo su nuovi allestimenti, comunicazione e servizi online – dalle prenotazioni all’e-commerce –, il sistema pubblico ha iniziato da poco a svecchiarsi. La principale emergenza da risolvere pare quella del personale, quasi ovunque sotto organico – e, talvolta, carente di figure specializzate, in particolare nell’ambito dei new media.

«Da noi manca circa il 40 per cento del personale – afferma Paola Marini, direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, una delle più importanti istituzioni museali italiane che ospita collezioni e opere d’arte tra le più preziose al mondo –. La normativa prevede che l’assegnazione di questo personale sia a carico del MiBACT».

La Reggia dei miracoli

A fare «miracoli» è stato Mauro Felicori, direttore della Reggia di Caserta, uno dei complessi storici più importanti del mondo, che ha chiuso il bilancio 2016 con un incasso di 4 milioni e mezzo di euro. Un milione e mezzo in più del 2015. La ricetta è semplice: «la visita museale deve passare dal concetto di visita guidata a uno di museo-macchina comunicativa, di museo-animazione, di museo-esperienza». Una quota crescente di visitatori, anziché arrivare la mattina e andare via la sera da Caserta, si ferma in zona. E questo ha una ricaduta positiva sulle attività commerciali e ricettive, e quindi anche sulle dinamiche del lavoro.

Più prudente Paola D’Agostino, storica dell’arte con una grande esperienza all’estero. Oggi è a capo del Museo Nazionale del Bargello di Firenze che, in realtà, aggrega cinque musei: il Bargello appunto, le Cappelle Medicee, Orsanmichele, Palazzo Davanzati e Casa Martelli. La collezione del Bargello vanta, tra gli altri, capolavori di Michelangelo, Donatello, Ghiberti, Cellini, Giambologna.

D’Agostino punta molto sulla mostra dedicata alla produzione scultorea della manifattura del marchese Ginori per far scoprire la sapienza artistica e tecnologica sviluppata nel Settecento a Sesto Fiorentino. Per quanto riguarda le cappelle Medicee, sta mettendo a punto, con i suoi collaboratori e funzionari storici dell’arte, un percorso che valorizzi la conoscenza dei reliquiari della Basilica di San Lorenzo.

Con la nuova ripartizione delle giurisdizioni culturali e «con la conseguente redistribuzione delle risorse pre-esistenti – puntualizza D’Agostino – purtroppo ho ereditato una penalizzante ed endemica carenza di personale, sotto il 50 per cento. Nel 2016 il Bargello ha accolto 660 mila visitatori, realizzando un incasso superiore a 1 milione di euro. «Quello che sfugge all’opinione pubblica è che una grandissima parte degli introiti e delle risorse economiche dei musei viene impiegata, ogni anno, nella manutenzione ordinaria».

A Torino, i Musei Reali sono diretti da Enrica Pagella, una professionista con una solida esperienza di docente universitaria e di direttrice di istituzioni culturali. È un percorso vastissimo che attraversa la residenza dei Savoia: il palazzo reale, la pinacoteca nazionale, quella sabauda, il ricchissimo museo archeologico, l’armeria e la biblioteca. «Il nostro impegno è quello di costruire dentro a questa nuova rete museale, che deve ragionare con un’ottica di comunità, competenze che abbraccino tutto lo spettro dell’attività – rileva Pagella –. Dalla mediazione culturale all’accoglienza, al fundraising, al marketing, fino alla comunicazione».

I Millennials protagonisti

Se un tempo si diceva, a torto, che con la cultura non si mangia, a essere ottimista sul fatto che, al contrario, la fruizione del nostro patrimonio culturale possa creare posti di lavoro è Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Storica dell’arte, studi internazionali, docente universitaria, già alla guida del MART di Trento e Rovereto, Collu ritiene che «le nuove generazioni devono avere il coraggio di interpretare il loro tempo, e rappresentare il cambiamento che vogliono vedere. Per cambiare bisogna essere degli “eretici”, nel senso che occorre pensare fuori dai cardini. I settori con maggiori possibilità per i giovani sono quelli legati alla comunicazione web e social, per cui sono necessarie le competenze dei millennials ovvero di chi è nato e cresciuto con i linguaggi propri dei nuovi media. Mi interessa il modo in cui vengono usati questi strumenti dalle nuove generazioni per tradurre e promuovere il patrimonio culturale. L’ambito delle nuove tecnologie offre altrettante opportunità e richiede competenze specifiche che vanno dall’ingegneria informatica al design, al digital marketing».

In proposito, il critico d’arte Vittorio Sgarbi ricorda che «ci sono tanti laureati che devono fare buona ricerca, ed essere capaci di valorizzare le collezioni». L’anno scorso i visitatori della Galleria Nazionale hanno toccato quota 170 mila.

In questo quadro di rilancio dell’offerta culturale italiana, quanto conta il mecenatismo e la collaborazione tra pubblico e privato? «Su questo versante Venezia è un caso virtuoso – sostiene Paola Marini –. Sia per una questione di alleanze e rapporti che stiamo consolidando e sviluppando in quest’anno in cui festeggiamo il bicentenario dell’apertura, sia per l’enorme patrimonio dei comitati privati per la salvaguardia della città».

Che il rapporto con i privati sia decisivo lo conferma anche Paola D’Agostino: «Il fundraising funziona, anche se potrebbe andare molto meglio. Per fortuna la nostra realtà ha sempre goduto del supporto dell’Associazione Amici del Bargello, oggi divenuta Fondazione». Ma non basta. Occorre mutuare anche esperienze che altrove hanno avuto successo come «la didattica che abbiamo iniziato in Italia, ma che poi abbiamo accantonato».

Guardandoci intorno, viene da chiedersi se all’estero sappiano fare davvero meglio di noi. Per esempio, in Francia. «Non è vero. I musei sono, più o meno tutti, come quelli italiani – ribatte Sgarbi – . Certo, hanno finanziamenti più sostanziosi. Il complesso museale più visto in Europa, dopo il Louvre di Parigi, è – pur essendo più piccolo – quello dei Musei Vaticani a Roma, che registra 7 milioni di visitatori. Quindi il Vaticano dà un segnale chiaro circa le possibilità di far funzionare una “macchina museale”. Basta seguire quel modello».

Enrica Pagella vorrebbe avere «la possibilità di una programmazione di lungo respiro, almeno su tre anni. Inoltre oggi è tempo di relazionarsi con i visitatori, di raccontare storie multidisciplinari. Ai musei anglosassoni invidio la qualità dei servizi d’accoglienza da parte del personale e delle infrastrutture: dai negozi ai ristoranti, ai bar. Una qualità che noi non abbiamo ancora».

Data di aggiornamento: 17 Giugno 2017
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