Fratel Biagio Conte. Una vita in dono

Da trent'anni questo eremita laico accoglie i senzatetto di Palermo nelle case della sua missione «Speranza e carità». E così facendo restituisce loro la dignità e il coraggio perduti.
09 Luglio 2018 | di

Non è un frate, non è un sacerdote, è solo fratel Biagio. Un missionario laico, un eremita, un pellegrino, un servo del Signore che s’è fatto povero tra i poveri, per dare loro voce e urlare al mondo che una società che «lascia indietro i più deboli, non è una società giusta, e prima o poi andrà in crisi, in rovina».

Fratel Biagio Conte, da quasi trent’anni, da quando, cioè, ha deciso di cambiare vita, lasciandosi convertire dagli ultimi, offre accoglienza e nuovi motivi di vivere ai senzatetto della sua città, Palermo, ospitandoli nelle case della Missione «Speranza e carità», da lui aperte nel capoluogo siciliano. «Perché una città ricca e importante come Palermo non può dimenticarsi dei suoi diseredati. Com’è possibile che nel 2018 si possa ancora morire nell’angolo buio di una strada, soli come dei cani?», va ripetendo con l’ostinazione di chi sa di avere una missione sacrosanta da compiere.

Questo piccolo, grande uomo di 55 anni, che qualcuno ha già paragonato al poverello d’Assisi, vestito di saio consunto e di un sorriso disarmante, sta ridando speranza e dignità a coloro ai quali la vita ha riservato solo ferite e ingiurie: clochard, disoccupati, vagabondi, prostitute, alcolisti, ex detenuti, migranti. Lo fa usando i modi che la Chiesa conosce da sempre: il digiuno, la preghiera e la vicinanza agli ultimi, in tutto e per tutto.

La sua ultima eclatante protesta è del gennaio scorso: per dieci giorni ha rinunciato al cibo e a un letto, accampandosi sotto i portici delle Poste Centrali di Palermo, proprio come i senzatetto. Pochi cartoni per proteggersi dal freddo, due coperte di pile, la Bibbia, l’inseparabile crocifisso e un’instancabile fiducia nella Provvidenza divina. Ed è accaduto l’imprevedibile. Poco alla volta, la città intera, e non solo, ha iniziato ad accorrere al suo capezzale, per vederlo, sentirlo, pregare con lui, dargli conforto e fargli sentire il calore della solidarietà per la sua battaglia.

Nell’ultimo giorno, fino a notte fonda un fiume umano ha quasi travolto fisicamente il fondatore di «Speranza e Carità», stremato dal lungo digiuno. E con la gente comune sono arrivate anche le autorità civili e religiose: dal sindaco Orlando all’imam della moschea tunisina Mustafà; da una delegazione del Parlamento belga all’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice che, alla seconda visita, ha voluto portare con sé, dalla cattedrale, centinaia di giovani. Perfino il presidente Mattarella gli ha fatto recapitare una lettera personale, dedicandogli parole di convinto appoggio.

Msa. Perché, fratel Biagio, questo gesto forte, nel cuore della sua città?

Fratel Biagio. Per scuotere le coscienze di tutti. Al mio ritorno in Sicilia, nel settembre scorso, dopo un lungo pellegrinaggio per l’Italia dove sono andato a portare la Croce di Gesù nelle piazze, ho ritrovato le nostre tre case d’accoglienza strapiene. Noi riu­sciamo a ospitare oltre un migliaio di senzatetto, ma almeno altri cinquecento sono nelle condizioni di dormire all’addiaccio e magari morire per strada.

Una provocazione contro l’indifferenza verso questi fratelli?

Sì, mi son detto che dovevo fare qualcosa. L’ultima vittima è stata Giuseppe, un palermitano di 57 anni accolto alla Missione allo stremo delle forze e morto dopo nove giorni d’agonia in un’anonima stanza d’ospedale. E proprio davanti alle Poste, non troppo tempo fa trovarono senza vita il corpo di Vincenzo, un altro clochard che era stato assistito dalla Missione. Ho detto: basta! Ognuno, adesso, deve fare la sua parte.

Ed è accaduto un piccolo miracolo: la città ha udito il suo grido d’aiuto e ha risposto. Ci racconta un esempio di vicinanza che l’ha particolarmente toccata?

Un giovane padre, disoccupato e senzatetto, s’è inginocchiato davanti a me per salutarmi. Alla fine, prima di rial­zarsi, ha messo la mano in tasca trovandoci solo trenta centesimi. «È tutto quello che ho, tienili Biagio», mi ha detto sconsolato. M’è subito venuto alla mente l’episodio evangelico dell’obolo della vedova. E mi sono detto: se un povero fa questo, cosa può fare una città intera per i suoi poveri? Sì, ho visto tanti commuoversi e piangere, altri pregare accanto a me, anche di diverse fedi o non credenti. Ho sentito una solidarietà enorme e ciò m’ha ricaricato e fatto interrompere il digiuno. Ora so che c’è speranza per questi nostri fratelli più bisognosi.

Che cosa ha chiesto alla città?

Che tutti si facciano carico dei poveri, ciascuno per quanto può. Che si apra un luogo d’accoglienza in ognuno dei ventiquattro quartieri di Palermo. Si può fare. I poveri hanno bisogno del nostro aiuto, ma anche noi abbiamo bisogno di loro, perché solo donando ci si salva.

Con altri digiuni di protesta iniziò il suo impegno per trovare luoghi d’accoglienza in città. È così?

In effetti, la prima volta che digiunai risale al 1992. Lo feci alla stazione centrale di Palermo, dove bivaccavano già una settantina di senzatetto. L’intento era lo stesso: gridare alla città intera che non poteva più far finta di non vedere. E l’anno dopo chiesi al Comune uno degli otto edifici dismessi e abbandonati che avevo trovato in città. La scelta cadde su un vecchio disinfettatoio comunale in rovina. Mi piazzai davanti al cancello e digiunai per tredici giorni fino a quando l’Amministrazione decise di affidarci quel palazzo. Ricordo che venne a trovarmi l’allora cardinale Pappalardo che celebrò una Messa tra di noi. I senzatetto con tanti volontari ripulirono e ricostruirono quella struttura, trasformandola in una casa accogliente per chi non aveva nulla. Quella divenne la nostra prima comunità. E ancora adesso la nostra regola aurea è accogliere, chiedendo in cambio solo di contribuire con le proprie abilità e risorse al bene della casa. Così molti sono rinati a vita nuova: da scarti della società, si sono risentiti utili e hanno ripreso a sperare. Chi non aveva più famiglia, ne ha trovata una di nuova.

Prima di diventare «missionario», lei era un giovane come tanti altri, di famiglia agiata, ben istruito, che amava i vestiti alla moda e i divertimenti. Poi che cosa è accaduto?

Un giorno ho capito la distanza siderale che c’era tra la mia vita e quella fatta di stenti e sofferenze di chi dormiva vicino a noi, nei nostri giardini, alla stazione. A 26 anni, dopo aver visto i quartieri degradati delle nostre periferie, non ce l’ho più fatta. Mio padre voleva che entrassi in azienda, io invece me ne sono andato via, in profonda crisi, abbandonando famiglia, amici e abitudini. Mi sono ritrovato solo, ma il buon Dio mi ha chiamato. Era lui che mi mancava.

E poi?

Ho iniziato a fare l’eremita, errando a piedi per le montagne, anche dando false generalità, per non farmi trovare. Assisi, la città di Francesco, fu per me una tappa fondamentale. Inizialmente avevo pensato di andare a fare il missionario in Africa, ma il Signore mi fece capire che la mia Africa era Palermo, la mia città. Dovevo tornare qui, dove ero nato.

E poi, appunto, l’apertura della prima missione in via Archirafi e la sua scelta di essere povero tra i poveri.

Alla missione per sette anni ho dormito in una tenda, per non portar via neanche un letto ai clochard. Poi mi sono trasferito in una celletta costruita in legno, dentro la casa d’accoglienza. Ho conosciuto anche la malattia: a causa di uno schiacciamento delle vertebre sono finito per un lungo periodo immobilizzato su una sedia a rotelle. Ma il Signore, tramite la Vergine Maria, ha voluto guarirmi, dopo un viaggio a Lourdes, nel 2014: proprio io che ero sempre stato scettico davanti a questi fatti, mi sono alzato e ho ripreso a camminare.

E poi, ancora, il lunghissimo pellegrinaggio in giro per l’Italia.

Ho camminato per ottomila chilometri, girando l’intera Penisola per quasi due anni, per portare la Croce di Cristo e la pace a chiunque incontrassi lungo la via. Poi il buon Dio mi ha richiamato a Palermo.

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La sua Palermo che l’ha abbracciato commossa, lo scorso gennaio, sotto quel colonnato, ridandogli la carica per continuare a stare tra i suoi poveri. «Sono loro che mi hanno insegnato a farmi il giaciglio – conclude –. Che mi hanno procurato i cartoni e le coperte; che sono venuti ad asciugare le pozzanghere della pioggia caduta in quei giorni e a darmi un bacio prima di andare a chiedere l’elemosina».

E con questo messaggio si congeda: «Bisogna aprire i cuori all’accoglienza degli ultimi, costruire ponti di gioia e di fratellanza, perché donare è nel nostro Dna, e se lo facciamo la nostra vita tornerà a essere bella».

Data di aggiornamento: 09 Luglio 2018
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