11 Aprile 2018

«E se avessi sbagliato?»

Un dubbio, un consiglio, un parere sul tema delle relazioni familiari? Scrivete a Edoardo e Chiara: vi risponderanno sul "Messaggero di sant'Antonio".
Illustrazione: una coppia seduta sul proprio letto, separata dallo 'squalo' delle incomprensioni

@ Illustrazione di Giuliano Dinon

«Salve, mi presento: sono Anna, 46 anni, sposata da quattordici anni, mamma di due bambini di 9 e 5 anni. Da un po’ di tempo il rapporto con mio marito si è impoverito di amore e piccoli gesti affettuosi. Prima i figli piccoli e la completa gestione della famiglia e del lavoro sulle spalle mie e di mio marito, poi l’acquisto di casa… così abbiamo sottovalutato un po’ l’impegno familiare. Da quasi tre anni siamo nella nuova casa finita, e ora che avremmo dovuto essere più sereni e meno in affanno, vedo che non è così. Sapevo di aver sposato un uomo introverso, poco solare e chiacchierone, solo che negli anni questo suo carattere sempre così compìto fuori casa ha avuto il rovescio della medaglia: “sbotta” in casa anche per un bicchiere d’acqua rovesciato dai bimbi sulla tovaglia a cena. Questo suo modo di fare “antipatico” mi ha portato a parlargli diverse volte, ma lui rimane sempre zitto, immobile e, a volte dopo ore, per sfinimento, ammette di aver esagerato, chiedendo scusa e promettendo di non farlo più e di cambiare. Così ci rappacifichiamo, ma dopo un po’ la sua indole riemerge. La sera, dopo che i figli vanno a letto, vorrei passare un pochino di tempo stretti insieme sul divano, lui invece si rilassa a fare le cose che gli piacciono (aggiustare giochi, rinnovare una cosa vecchia...), io ho invece bisogno di rapporti umani. E di noi che cosa sarà quando i figli se ne andranno per la loro strada? So benissimo che il matrimonio è un sacramento, ma delle volte veramente penso di aver sbagliato a sposarlo, perché le persone che non vogliono non cambiano per amore. Mi chiedo: il mio atteggiamento è sbagliato? Mi faccio prendere dalle emozioni negative non vedendo vie d’uscita?».

Anna

Grazie Anna (abbiamo preferito utilizzare un nome di fantasia) per la tua fiducia. Per risponderti partiamo da una delle innumerevoli domande che ci fai (servirebbe uno spazio molto più ampio per affrontare tutte le questioni che hai posto): «Delle volte veramente penso di aver sbagliato a sposarlo». Parto da qui, perché questo mi sembra il tuo dubbio più profondo e perché spesso nel nostro servizio alle coppie ci sentiamo ripetere lo stesso dilemma. La questione è: «sbagliato» rispetto a che cosa? Rispetto a quale obiettivo? Se ho i piatti sporchi da lavare e li metto in lavatrice, rischierò di ritrovarmi con dei piatti rotti e inutilizzabili. Il problema dunque è come io utilizzo la lavatrice (perché questo strumento funzionerebbe benissimo se si trattasse di lavare indumenti).

Allora qual è l’obiettivo del matrimonio e, soprattutto, del matrimonio cristiano? Se perdiamo di vista tale questione, rischiamo di utilizzare qualcosa in modo scorretto, aspettandoci cose che non può dare. Se pensiamo che il matrimonio (e quindi la relazione con nostro marito o nostra moglie) serva solo per farci stare bene, per renderci sereni e felici, forse stiamo sbagliando bersaglio. Anna, se ti aspettavi questo dalla tua relazione con tuo marito, allora sì che potrebbe essere l’uomo sbagliato. Ma ti diciamo di più: saresti in grande compagnia. Anche noi due, Edoar­do e Chiara, saremmo allora sbagliati l’uno per l’altra, e praticamente sono sbagliate tutte le coppie che conosciamo e incontriamo, e sono parecchie.

E se invece la finalità del matrimonio fosse un’altra? Il matrimonio, da quello che abbiamo capito noi, è un meraviglioso strumento per uscire dal nostro egoismo, per liberarci di quella parte di noi che vorrebbe essere continuamente gratificata, è una meravigliosa strada per imparare ad amare. Un amore oblativo, gratuito, dato a chi non se lo merita soprattutto quando non se lo merita. Questo significa che lo spazio in cui esercitare questo amore è proprio quello in cui l’altro non ci corrisponde, non ci gratifica, non è come ci piacerebbe, in cui sbaglia. 

In fondo comprendiamo che non è propriamente amore quello in cui stiamo con l’altro solo finché ci fa stare bene, è gentile, disponibile e soddisfa pienamente i nostri bisogni affettivi: «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?» (Mt 5,46).

A questo punto, però, nasce un’altra domanda: ma tu, Anna, riesci «di tuo» ad amare in questo modo? La risposta è «no», e vale per te come per chiunque altro. Se ci affidiamo solo alle nostre misere forze psicologiche, alle nostre povere volontà, la missione è già fallita in partenza. Noi possiamo farlo solo se scopriamo che questo amore ci è già stato donato, che Qualcuno ci ha già amati e continua ad amarci mentre sbagliamo, mentre tradiamo, mentre non amiamo. È solo il restare aggrappati a questa scoperta, essa stessa Grazia, che ci permette di donare il dono ricevuto.

Questo, ovviamente, non toglie magicamente tutta la fatica umana, che va compresa e trattata (e in questo una buona psicoterapia di coppia rimane una strada che potrete scegliere di percorrere), ma fa capire che tutto va inserito in un progetto più grande e meraviglioso. Tuo marito ha diritto di essere quello che è ed essere amato in quanto tale e contemporaneamente è chiamato a divenire la versione migliore di sé che non è ancora divenuto. La stessa cosa vale per te, Anna, che tanto ti sacrifichi per i tuoi figli e la tua famiglia. Questo amore, però, lo potrai trovare solo sotto la croce del tuo primo sposo, Gesù Cristo il re dei Giudei. 

Vi auguriamo un cammino di trasfigurazione e risurrezione. 

Edoardo e Chiara

 

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Data di aggiornamento: 11 Aprile 2018
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