09 Agosto 2017

Corpi alleati

Reduce da un incidente che l’ha costretta in sedia a rotelle, un’ammaestratrice di orche ritrova la voglia di lottare grazie al supporto di un ragazzo padre, nel film «Un sapore di ruggine e ossa» (2012).
Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts in una scena del film «Un sapore di ruggine e ossa» (2012).
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Il sapore di ruggine e ossa è quello che senti quando hai preso un pugno in volto e ti sanguina la bocca. Che cosa c’entra questo gusto amaro con il corpo sensuale e felice di Stephanie, ragazza splendida e sicura di sé? Lei ammaestra le orche marine e le dirige in un show per famiglie. Sembra una dea, nella sua muta, col suo sorriso, quando impartisce ordine alle acque e ai pesci. Ma il male è in agguato. Un incidente sfortunato le getta sulla sedia a rotelle. È proprio un’orca, cetaceo enorme e mobilissimo, a sollevare l’onda maligna che colpisce Stephanie, la sua temeraria addestratrice.

Tornata in attività dopo la riabilitazione, lei andrà ancora a visitare quel cacciatore marino, bellissimo nel dorso nero e nelle strie bianche dietro gli occhi. I due si riconoscono, comunicano e si ammirano, annusandosi dietro il vetro dell’acquario-piscina. Gli animali sentono, prima degli umani, gli odori e umori dei corpi. Chiedono ai «padroni» di rispettare la loro felice, pericolosa, innocente vitalità, di dar voce ai loro silenziosi diritti, di portare a parola lo strazio del distacco. Chiedono agli umani di musicare e cantare per loro la gioia della cura, la liberazione dalla malinconia, il perdono della colpa. I denti di un’orca sono appuntiti e voraci. La pinna dorsale si arcua nel salto e nell’affondo. Gli animali insegnano la rabbia, su cui far leva per vincere la vergogna, quando una natura ignara e crudele ci ha colpito in volto.

Contro l’assurdità del male, Stephanie stringe una difficile, ma feconda alleanza con Ali, un distratto ragazzo padre, muscoloso buttafuori in discoteca e pugile clandestino. Il rapporto si colora di tinte impreviste (ironia, erotismo, aggressività), ma resta immune dai falsi pietismi, dall’indifferenza colpevole, dalle consolazioni a buon mercato, da opportunismi di comodo. Ali è istintivo, scabro, roccioso e getta la sua forza fisica dentro il mondo di Stephanie, la porta letteralmente sulle spalle, lei che, dopo l’amputazione, stava per chiudersi in una solitudine depressiva. «Dài, usciamo!». La spingerà fuori casa, la rigetterà in mare, senza protesi, senza ritegno. Il maschile sostiene, scuote con durezza, provoca, invade, ma assieme dà lo spartito per tirar fuori la grinta di lei, che gli insegna la carezza femminile, l’accoglienza tenera, la fedeltà fiera ed esigente: «Che cosa sono per te? Chiedo delicatezza!». Ali è per Stephanie un’orca da addomesticare. Il training rieducativo è reciproco.

I corpi hanno fame gli uni degli altri e si promettono reciproca cura: «Non mi lasciare, ti amo!». Spèzzati un osso della mano (si dice nel film) e non tornerà più come prima; un colpo, prima o poi, risveglierà l’ago del dolore, come un vetro rotto, che ti taglia dentro. I corpi sanno di ruggine e ossa; perché la vita li corrode e i traumi espongono pezzi di scheletro. Quando la sorte ti sfida a nocche nude e ti domanda in che cosa credi, allora ricordati: hai avuto un alleato e l’hai ancora.

Il regista Jacques Audiard sovraccarica le immagini, ti ansima col suo ritmo di battaglia, mescola metallo e sangue, sudori e acque; il suo film si apre gettandoci dentro una vasca, come bambini galleggianti e sperduti. Per capire la storia di un’amicizia, bisogna fare un patto con il racconto, e credere alle promesse acquatiche e imprendibili, elevate dalle immagini in movimento, calde, scivolose e selvagge, che ci commuovono e seducono. «Alzati e cammina» è il miracoloso ordine, che il cinema impartisce ai nostri sogni inconfessati, alle menti ferite, al cuore congelato dalla paura della fine.  

Data di aggiornamento: 09 Agosto 2017
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