La prima forma di generosità? L'attenzione

Fare esperienza della diversità è sempre molto stimolante. Di sicuro, insieme è più facile, ma è anche necessario, perché vivere la solidarietà implica sempre che accanto a noi ci sia «qualcuno».
01 Febbraio 2019 | di

«A chi di voi piace il gelato?».  Nonostante l’in­verno inoltrato ho pensato di iniziare così, evocando un piccolo piacere universale, una mia recente formazione con un gruppo di adulti con e senza disabilità.

Tutti seduti intorno a un tavolo, una volta appurato che il gelato è effettivamente una golosità apprezzata, dico loro: «Ho beccato un vostro desiderio!». «E qual è il vostro gusto preferito?», continuo. Ovviamente ognuno ne aveva uno. «Perfetto – incalzo – ho beccato due desideri!».

Successivamente ho ipotizzato che un carretto di gelati arrivasse a sorpresa nella stanza, mettendo a disposizione sul tavolo i gusti preferiti di ciascuno. Come fare, a quel punto, a soddisfare il proprio desiderio? È chiaro che, tra i presenti, il desiderio delle persone con disabilità si è subito scontrato con un bisogno piuttosto ovvio, quello, cioè, di un aiuto nel raggiungere il gelato.

A quel punto è stato spontaneo per tutti chiedersi che differenza c’è tra bisogno e desiderio, e che cos’è esattamente che ci identifica come persone capaci di autonomia anche di fronte all’impossibilità oggettiva di poter compiere un’azione.

A questo proposito, di recente, una filosofa politica, Elena Pulcini, professoressa ordinaria all’Università degli Studi di Firenze, ha riflettuto su tre parole che molto hanno a che fare con i concetti di bisogno e desiderio: memoria, dipendenza e vulnerabilità.

Parole che la filosofa cala nell’attualità, in cui il narcisismo è imperante e fa di noi consumatori e spettatori, abituandoci a un rapporto prevalente con noi stessi e con le cose.

La cultura occidentale, continua Pulcini, che costruisce il soggetto moderno come individuo razionale e padrone di se stesso, un individuo capace di progetto, ha messo da parte la dimensione della dipendenza. Che, in realtà, è una parte ontologica, costitutiva dell’essere umano.

Lo sono anche la memoria (la consapevolezza di essere come si è per fattori in parte casuali e in parte contingenti) e la vulnerabilità (l’essere passibili di fallimento, di cadute, di difficoltà). Se questi elementi non stanno insieme all’interno di noi, il soggetto, l’individuo, conclude la studiosa, non è completo e, di conseguenza, non è neppure autonomo. Un legame e un’associazione di idee decisamente affascinanti. 

Non accettare la vulnerabilità, che è quindi parte di noi, rischia di avere degli effetti collaterali sull’empatia e la relazione. «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità», diceva Simone Weil, e io mi trovo piuttosto d’accordo.

Di sicuro, insieme è più facile. Una volta capito che il denominatore comune è la vulnerabilità si può così creare un vissuto di solidarietà, che è una parola che implica sempre che accanto a noi ci sia «qualcuno».

Parlare di realtà solidale a partire dalle individualità è forse allora la sfida che oggi ci spetta. Che dire, fare esperienza della diversità è sempre molto stimolante. E voi, prima che il gelato si sciolga, preferite i sogni o i bisogni? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook. 

Data di aggiornamento: 01 Febbraio 2019
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