La pretesa dell’ascolto

Se l'obiettivo è crescere bene i vostri figli, fissate poche e chiare regole. Non perdetevi in tante affannate spiegazioni, la concretezza vale più di mille parole!
26 Maggio 2019 | di

«Non mi ascolta» è una delle lamentele più frequenti dei genitori di oggi nei confronti dei figli. Lamentele lontane anni luce dalle pratiche educative dei genitori di due o tre generazioni fa, più propensi al comando e all’obbedienza che al dialogo e alle spiegazioni insistenti. «Glielo dico e ridico dieci volte e ancora non si veste!» mi racconta una mamma ormai stremata. Si sente un’emozione di fragilità nelle sue parole, l’impressione, neanche tanto mascherata, di non essere considerata e riconosciuta, quasi che il figliolo si fosse scordato di lei.

Non si tratta di coltivare la nostalgia di un passato pieno di mortificazioni, ma neanche di voler essere amici dei figli, rischiando così di perdere il proprio ruolo educativo. La capacità d’ascolto, così come la intende e la pretende il genitore dei nostri tempi, risulta molto difficile sia ai bambini che ai ragazzi. Entrambi lontani dalla concentrazione necessaria per fare proprie spiegazioni, incitazioni, esortazioni e quant’altro. Il bambino ha tempi di attenzione limitatissimi. Il discorso di due, tre minuti rischia di creargli solo confusione.

L’adolescente vive nel bisogno di sfuggire al controllo dei genitori e, anche per lui, l’ascolto è un’impresa al limite del possibile. Meglio essere pratici. Poche parole in forma di comunicazioni di servizio aiutano i figli a capire regole e paletti piuttosto che tante affannate e accorate spiegazioni. «È l’ora di andare a letto». «A fare lo zaino ci pensi tu». «Dai che ti faccio vedere come puoi allacciarti le scarpe!». «Ecco come si prepara la tavola». Una buona organizzazione salva i genitori dalla frustrazione di un ascolto che neanche è alla portata dei loro figli. Essere concreti vale più di tante parole.

 

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Data di aggiornamento: 26 Maggio 2019
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