01 Giugno 2019

La mia (povera) Africa

Sant’Antonio come ogni anno va in un Paese povero. Ci va per giustizia. Il progetto Caritas Antoniana giugno 2019, infatti, verrà realizzato in Togo e servirà a restituire dignità ai malati mentali, che qui sono ultimi tra gli ultimi.

@ Je suis l’Autre

Sulla mia scrivania, in questo istante davanti ai miei occhi, c’è un piccolo sasso rosso, dalla vaga forma di un uovo. L’ho raccolto durante il viaggio in Togo. Non ho ancora capito se è rosso di per sé, o perché ha ormai assorbito secoli di polvere rossa, che si insinua ovunque in questo Paese africano. Sono, il sasso e l’eventuale polvere appiccicata sopra, l’unico souvenir che ho riportato con me. E forse ora me ne faccio anche una ragione.

Non è un bel paese il Togo, almeno quel pochissimo che ho potuto visitare personalmente. Nel senso che non ti provoca il famoso «mal d’Africa», quell’impulso irrefrenabile a tornarci di nuovo. Dimenticatevi Karen Blixen e La mia Africa, il libro e, ancor più famoso, il film con Meryl Streep e Robert Redford in piena forma cinematografica. Leoni ed elefanti, mi dicono, sono praticamente introvabili. E anche gli ippopotami si fanno vedere poco in giro. Molti baobab invece, e sono proprio come ce li raccontavano: maestosi!

Nessuna etnia che assomigli, quanto a fortuna mediatica, a masai, pigmei o bantù. La terra è fertile – siamo pur sempre pochi passi a nord dell’equatore –, l’acqua non manca, il Paese è uno dei più importanti esportatori di fosfati, ma la gente sembra arrangiarsi come può alla bell’e meglio. Abbondano i tipici mercati, nella piazza del villaggio o senza soluzione di continuità lungo le strade, così simili a quelli in cui puoi imbatterti in Albania o in Ecuador, dove tutti vendono sicuramente qualcosa, ma quasi nessuno sembra comprare niente. Al mattino e alla sera chiassose processioni di improbabili divise in pantaloncini corti, portate a spasso da bambini che si recano a scuola. Anche se, mi dicono ancora, mancano persino i libri su cui studiare (per par condicio, stessa cosa a catechismo: s’impara tutto a memoria).

In comune con molti altri Paesi africani, e non solo, anche il Togo è una repubblica «per modo di dire»: dall’indipendenza nel 1960 a oggi, nonostante la parvenza di libere elezioni, hanno fatto il bello e il cattivo tempo prima tale Eyadéma padre e, morto costui, il figlio, fino a oggi. Naturalmente con il «discreto» appoggio dei militari. Come tutti questi altri Paesi, anche il Togo è impoverito e depredato da anni di saccheggi delle potenze coloniali europee, dalla Danimarca, passando per la Germania fino alla Francia: risorse naturali, cultura, identità, storia, persino uomini e donne comprati e rivenduti poi come schiavi! Diventeremo mai consapevoli che abbiamo le nostre belle colpe se, oggigiorno, molti disperati bussano alle porte della nostra opulenza?!

Ecco la patina di polvere rossa che si stende su tutto e su tutti. Un misto di resa, fatalismo, senso acuto di inferiorità. Aver remissivamente accettato che la faccenda non possa che essere così, che non ci si possa far niente. Sopravvivere, più che vivere. Persino farsene una ragione, quasi che il diavolo abbia delocalizzato qui le sue attività meglio riuscite. A farne le spese, anche questa volta saranno soprattutto i più poveri: famiglie disfatte, bambini per strada, ma soprattutto tanti malati non meglio diagnosticati. Matti, posseduti dagli spiriti maligni o dal demonio, a seconda del credo. Dove l’unica medicina a cui puoi votarti è l’esorcismo, variamente inteso e ancor più praticato: legando il malato, isolandolo da tutti, costringendolo a riti e digiuni incomprensibili.

Mi rendo conto che, questa volta, sant’Antonio non va in un Paese povero per fare la carità: ma per giustizia. Per aiutare Gregoire, suor Simona, Martin, Jonas, père David e tanti altri, a ridare dignità a tutti.
Perché se non ce l’hanno gli ultimi, non ce l’ha nessun altro.

 

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Data di aggiornamento: 01 Giugno 2019
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