La divisa dell'adultità

Ci sono regole che si possono disattendere. Perché a volte il semplice buon senso deve prevalere su ogni altro aspetto, permettendo così di andare davvero alla «conquista della libertà». 
07 Giugno 2019 | di

Lo scorso 8 marzo sono stato ospite, a Rimini, al Convegno internazionale «Sono adulto!», organizzato dall’editrice Erickson. Vorrei riproporvi qui alcune riflessioni che ho affrontato in quella sede: da episodi di vita vissuta ad azioni che come genitori ed educatori possiamo mettere (o non mettere) in campo per accompagnare la crescita delle bambine e dei bambini con disabilità.

Quando ero piccolo, per esempio, mi sono sempre chiesto come mai mio padre girasse con me in borghese... Questa cosa mi scocciava parecchio. Vuoi mettere: passeggiare con il babbo poliziotto? Il fascino della divisa! Purtroppo non ho mai avuto modo di chiedergli come mai si comportasse così, perché mi ha lasciato quando avevo solo 15 anni. All’epoca ero convinto che volesse «salvare» la divisa dalla mia saliva! In realtà, più tardi, ho scoperto da mia madre ben altro. Mamma Rosanna, infatti, mi ha raccontato che se fosse successo qualcosa mentre mio padre era con me, come sempre sarebbe stato costretto a intervenire, mettendomi da parte, trascurandomi, perché il suo compito principale era essere al servizio dello Stato. Sarebbe bastato che qualcuno rubasse un portafoglio in autobus per mettere una distanza. Il dubbio sarebbe stato: servire lo Stato o servire il figlio? Anche se, ovviamente, mio padre non avrebbe potuto esimersi dal suo compito, il solo fatto di togliere la divisa metteva a confronto due possibili, ipotetiche, scelte: la regola e il buon senso. In realtà, così facendo, aveva già scelto. E io che pensavo che girare con il papà in divisa fosse rassicurante… invece era molto pericoloso! 

Questo piccolo aneddoto, che adduco ora ad esempio, ha portato anche alla costruzione della mia identità e della mia adultità. La scelta di mio padre, che in parte ha sovvertito una regola, era inconsapevole, in quanto egli non era pedagogista, né psicologo, né educatore e via dicendo. Il semplice buon senso, quindi, ha avuto il sopravvento. A volte bisogna proprio ascoltarlo il buon senso! Perché non sempre ci sono risposte o teorie ben definite, e in quei casi basta semplicemente coltivare l’inconsapevolezza, che è fatta anche di «non risposte» e regole disattese. Ne parlo anche nel mio ultimo libro Da Geranio a educatore (Erickson 2018).

La responsabilità condivisa, così come la disobbedienza, fa parte del processo che porta ciascuno di noi verso l’adultità. È un processo faticoso? Sì, certo che lo è, ma è anche molto affascinante, perché può stimolare la creatività o sorprendere, proprio come fece mio padre, rispondendo con il suo buon senso a un bisogno di libertà di entrambi.

La conquista della libertà, una frase che vi sarete sentiti riproporre spesso dai vostri figli, passa necessariamente dalla responsabilità, dal capire quando una regola è sana e quando è passibile di modifiche. Trasmetterla in maniera inconsapevole è forse la sfida più stimolante che mi sento di lanciare ai giovani genitori di oggi.

Grazie papà per la tua inconsapevolezza, le tue regole in parte disattese, le tue non risposte, per aver scelto di essere irresponsabile, per avermi concesso la responsabilità della libertà.

E voi, vi siete mai tolti la divisa? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulla mia pagina Facebook.

 

Puoi leggere questo e gli altri articoli del numero di giugno 2019 e nella versione digitale del Messaggero di sant'Antonio!

Data di aggiornamento: 07 Giugno 2019
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