Il giro del mondo in una Biennale

Viaggio a Venezia alla scoperta di uno degli appuntamenti artistici più importanti al mondo. Un grande spazio di creatività e dialogo che richiama ogni due anni centinaia di migliaia di turisti. 
05 Luglio 2019 | di

Ottanta giorni. Tanto impiegò Phileas Fogg (protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni) per attraversare tutta la Terra. Capita poi di andare una mattina di fine maggio a Venezia e di scoprire che Jules Verne (autore del romanzo) in realtà si sbagliava. Se Roma è da sempre caput mundi, ogni due anni il capoluogo veneto lo ingloba tutto, quel mondo. Ed ecco che, senza nemmeno prendere un aereo, in pochi metri passiamo dall’Italia alla Cina, visitiamo il Belgio, l’Australia… Poi giriamo l’angolo e calpestiamo l’Uruguay. No, nessun dono dell’ubiquità. Il «prodigio» si chiama Biennale arte, e anima fino al 24 novembre l’Arsenale e i Giardini veneziani.

Siamo nel cuore del Veneto, eppure, appena varcati i cancelli della mostra, non c’è verso di sentir parlare italiano, men che meno dialetto. Tratti nordici e mediorientali, mise stravaganti a volontà, e un crogiolo di accenti da far impallidire l’antica Babele. La prima impressione è che la Biennale sia più rinomata all’estero che a casa propria. Parlano da sé gli sguardi estasiati di chi ha percorso migliaia di chilometri pur di non perdersela. Un esempio per tutti? La coppia di 50enni newyorkesi sbarcata a Venezia ieri e pronta a ripartire domani col catalogo della Biennale in valigia e la reflex piena di foto. Niente di meglio di un’«abbuffata» di creatività per tornare al tran tran quotidiano con la giusta energia. Ma dietro la Biennale c’è molto più di un evento d’elite per appassionati e addetti ai lavori. Incubatrice di spunti e d’idee, la kermesse fa da ponte tra bello e brutto, tecnica e istinto. E, così facendo, regala nuova linfa all’arte contemporanea.

Tempi interessanti

Centoventiquattro anni di storia, 57 edizioni e un circuito passato da 200 mila visite nel 1895 alle oltre 615 mila del 2017. Sono i numeri di una formula che continua a stupire. Leggere per credere il tema di questa 58ª Biennale: May you live in interesting times (Che tu possa vivere in tempi interessanti). «Il titolo – spiega il presidente Paolo Baratta – può essere letto come una sorta di maledizione nella quale l’espressione interesting times evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, un invito pertanto che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura».

Da qui la volontà di realizzare tra i Giardini e l’Arsenale un grande spazio aperto alle contaminazioni. Un habitat condiviso da settantanove artisti, tutti vivi e vegeti, che, come spiega il curatore della 58ª Biennale, Ralph Rugoff, «affrontano le tematiche contemporanee più preoccupanti: dall’accelerazione dei cambiamenti climatici alla rinascita dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, dall’impatto pervasivo dei social media alla crescente disuguaglianza economica».

Avete presente quei pranzi di nozze dove sapete quando s’inizia a mangiare ma non quando si finisce? Quei buffet dove il cibo straripa dai vassoi e in un attimo vi sentite accerchiati? Vorreste seguire una deliziosa scia di pesce fritto, ma poi incrociate il profumo del pane caldo. Del formaggio fuso. Dei peperoni grigliati... E non sapete più dove voltarvi, perché ogni direzione solletica il palato e la fantasia? Ecco. Che siate neofiti o frequentatori esperti, la Biennale arte fa un po’ questo effetto. Perciò raccontarla in poche righe equivale a voler intrappolare il mare in un’ampolla. Altro paio di maniche è segnalare le opere che ci sono rimaste nel cuore. E provare a raccogliere, per quanto parzialmente, lo spirito della kermesse.

Con questa missione abbiamo esplorato gli spazi delle novanta nazioni ospiti (comprese le new entry: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan). A partire dal padiglione canadese, nell’area dei Giardini, dove espone per la prima volta un collettivo d’arte inuit. Nell’anno internazionale delle lingue indigene delle Nazioni Unite, la videoinstallazione di Isuma si sviluppa intorno all’incontro, avvenuto sull’isola di Baffin nel 1961, tra una famiglia di nomadi inuit e un agente del governo incaricato di sgomberare il territorio (poi oggetto d’interesse di una multinazionale del settore minerario).

Dallo sfruttamento delle risorse naturali al «cambiamento climatico» il passo è breve. Con tutti quei sassi di stoffa, le installazioni di alghe e i finti giunchi di bamboo che rivestono i cavi dei maxischermi (opere di Ane Graff, Ingela Ihrman e del duo nabbteeri), il padiglione dei Paesi Nordici è un inno al riciclo e all’ecosostenibilità. Un habitat dove umano e non umano fanno fronte comune contro il rischio dell’estinzione di massa. Morale: il futuro va conquistato insieme, rinegoziando le relazioni tra specie esistenti.

Il nostro viaggio alla Biennale prosegue in direzione Arsenale. Vorremmo parlarvi della spiaggia artificiale riprodotta su un cartellone rovesciato (Nabuqi, Destination) nel Padiglione centrale, riflessione su una realtà sempre più fasulla. Ci piacerebbe fermarci qualche minuto in più a contemplare le quaranta figure rivestite di latex nero che pendono dalle scale e si arrampicano su muri e finestre nell’installazione di Alexandra Bircken (Eskalation), che mima una moderna Apocalisse. E, ancora, resteremmo volentieri a decifrare le grandi tele del pittore kenyota Michael Armitage, che ha raffigurato le manifestazioni politiche precedenti le elezioni generali in Kenya del 2017. Ma proseguiamo oltre. Un salto in Sudafrica alle Sale d’Armi per riflettere sul concetto di resilienza (intesa come capacità di resistere in questi tempi di ingiustizie, violenza e sbilanciamenti politici). E siamo di nuovo in viaggio.

Superiamo il gigantesco barcone (Barca nostra) affondato nel 2015 nel canale di Sicilia (dove persero la vita oltre settecento migranti) e portato a Venezia dall’artista svizzero Christoph Büchel. Quindi, facciamo vela verso l’India per recuperare la lezione di una «grande anima» di cui quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita: il Mahatma Gandhi, immortalato negli scatti del pronipote Kanu, che fece parte del suo staff. La vita stessa di Gandhi rappresenta quel messaggio di pace che siamo chiamati a recuperare per affrontare le grandi sfide contemporanee. Non c’è orizzonte senza passato, sembra ammonirci Gr Iranna che ha tappezzato un’intera parete del padiglione indiano con sandali in legno (padukas) Naavu (We Togheter). Dalla calzatura dipinta con motivi floreali a quella ricoperta di punte, lettere, pinze, pennelli… C’è la scarpa del contadino e quella dell’usuraio, del barbiere e dell’artista. Ognuna rappresenta una storia, una vita vissuta.

Sulle orme di queste suole proseguiamo il nostro cammino nell’arte di tutto il mondo. La strada è ancora molta e, a fine giornata, i piedi arderanno come tizzoni. Ma ne sarà valsa la pena. Perché avremo aperto un piccolo spiraglio nella nostra immaginazione. Uno spicchio di vuoto da riempire di luce e novità. Per contaminarci con l’altro e rimetterci in gioco in quel meraviglioso laboratorio della creazione che è l’arte.

 

Leggi l'articolo e un approfondimento sulla storia della Biennale nel numero di luglio-agosto del «Messaggero di sant'Antonio» e nella versione digitale della rivista.

Data di aggiornamento: 05 Luglio 2019
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