Il «caso» Fenice

In poco più di un decennio la Fenice ha triplicato produzioni, pubblico e incassi. A colloquio con Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del più importante teatro veneziano che stasera inaugura la stagione lirica e balletto 2018/2019.
23 Novembre 2018 | di

Era il 6 marzo 1853 quando alla Fenice di Venezia andò in scena in prima assoluta La traviata di Giuseppe Verdi, che lo stesso teatro veneziano aveva commissionato al Maestro di Busseto. La traviata, quindi, è nata qui, tra queste mura, dove ancora oggi si respira la storia della musica italiana. Il teatro veneziano per eccellenza – con un nome che si rifà, non a caso, all’uccello di fuoco, l’araba fenice, che il mito vuole risorga dalle sue ceneri – fu fondato nel 1792, e da allora non solo ha ospitato prime assolute di opere (basti citare, oltre alla già menzionata Traviata, l’Ernani e il Rigoletto, sempre di Verdi), ma tutto il mondo del bel canto e i più grandi direttori d’orchestra. E si appresta a inaugurare stasera la stagione lirica e balletto 2018/2019, con il Macbeth di Verdi, diretto da Myung-Whun Chung con la regia di Damiano Michieletto.

Il teatro (proprietà del Comune di Venezia), gestito dalla Fondazione omonima che utilizza per le sue attività anche il teatro Malibran (1678), è guidato dal 2017 dal mantovano Fortunato Ortombina (che ne era già direttore artistico dal 2007).

A lui abbiamo chiesto le ragioni del successo di una realtà che ha saputo, nel giro di poco più di dieci anni, triplicare le produzioni, il pubblico e i relativi incassi al botteghino, dimostrando che la cultura, se fatta bene e con sano pragmatismo, è davvero una risorsa preziosa per il nostro Paese.

Msa. La Fenice è in controtendenza rispetto ad altri teatri italiani. Qual è il segreto di questo «modello di successo»? 

Ortombina. È un mix di scelte e di fattori. A partire dal tanto tempo della mia vita passato a studiare analoghi modelli produttivi in giro per il mondo. E poi la valorizzazione del lavoro dei musicisti e del personale tutto della Fenice, che deve essere volto a rendere sempre più il teatro un luogo di «servizio». Vale a dire, un luogo in cui ogni sera si celebra il rito dell’unione tra la folta umanità che accorre e la musica scritta per essa, di cui noi siamo, in un certo senso, gli officianti. Dobbiamo prepararci con cura a tale rito, per rispetto di quel pubblico che ogni sera ci dona tre ore della sua vita (la durata media di un’opera). Servono professionalità, attenzione e, soprattutto, amore verso quel melodramma che rappresenta la nostra «letteratura nazionale».

Scusi, e Dante, Petrarca, Manzoni… dove li mettiamo?

Sono fondamentali, certo, ma in Italia la letteratura nazionale è stata fatta soprattutto dagli autori del melodramma, Puccini, Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti. Ogni volta che noi mettiamo in scena una delle loro opere osserviamo la reazione della gente: non si appassiona solo per qualcuno che canta bene, ma per quello che di universale c’è nel messaggio musicale. La musica, a mio parere, ha una forza superiore a quella di tutte le altre arti, proprio per la sua capacità di coinvolgere l’umanità. E poi, ricordiamolo, la musica si condivide, impone un tempo della rappresentazione nel corso del quale si deve rimanere seduti accanto ad altre persone ad ascoltare, non è come un quadro, una scultura, che si possono osservare anche da soli. La musica è un rito collettivo, è cultura ed emozione condivise. 
 

Torniamo alla ricetta del successo.

Il principale «ingrediente», dicevo, è stato il lavoro dei musicisti e delle maestranze tutte: fino a una quindicina d’anni fa, alla Fenice non si usufruiva della forza lavoro per più del 50 per cento della sua capacità. Gradualmente abbiamo cominciato a invertire questa tendenza e siamo arrivati oggi a dare la possibilità alle persone di lavorare al 90, 95 per cento delle loro potenzialità. In questo modo ci siamo resi conto di essere in grado di riprodurre gli spettacoli molte più volte di quanto si facesse in passato, offrendo così a un numero maggiore di persone la possibilità di attingere a quel tesoro immenso che è il repertorio operistico. E, aumentando gli spettatori, abbiamo dato a chi opera in teatro anche il senso di una più profonda dignità del proprio lavoro: un tempo c’era l’impressione di essere una nicchia che lavorava per un’altra nicchia di persone; adesso c’è la consapevolezza di essere a tutti gli effetti un servizio pubblico, con un grado maggiore di penetrazione nella società. 

(...)

Com’è cambiato negli ultimi anni il pubblico della Fenice? 

Fino a quindici anni fa, il pubblico della Fenice era fatto soprattutto di abbonati. Il che si traduceva in spettatori che per la maggior parte erano veneziani, con un po’ di gente di Mestre, di Padova, di Treviso, insomma delle zone vicine al capoluogo lagunare. Quando ci siamo resi conto di poter disporre di così tanta forza lavoro, ci siamo anche preoccupati di guadagnare un pubblico più ampio, che si mescolasse al nostro tradizionale. Questa differente visione, con la presa in carico dell’aspetto tecnico ed economico, ci ha consentito di compensare i tagli che venivano dal Governo: se ci tagliano il 50 per cento dei fondi, non è che noi possiamo tagliare il 50 per cento degli stipendi dei lavoratori... Dobbiamo cercare altre strade. Oggi abbiamo raggiunto i 10 milioni di euro l’anno di incassi, che significa che un terzo del fabbisogno della Fenice è coperto dalla sola biglietteria. Questo da un punto di vista numerico ed economico. Poi c’è stato anche un cambiamento di mentalità nello stesso pubblico: aumentando le rappresentazioni, e dunque ampliando la fascia oraria degli spettacoli, abbiamo dato la possibilità anche a persone più giovani, che lavorano, di venire a teatro. La Fenice oggi è il teatro di tutti, giovani e anziani, veneziani, italiani e stranieri. Non ha più quell’aura di teatro d’élite che aveva un tempo. 

Che cosa dovremmo imparare dai teatri stranieri?

Sotto alcuni aspetti la Fenice ha già importato modelli organizzativi dall’estero. Non a caso io dico che noi siamo il più tedesco dei teatri italiani, nel senso che l’organizzazione, l’alternanza di repertorio e di novità così come la facciamo noi non la fa nessun altro in Italia. Ciò ha reso possibile lo svolgimento, come per esempio avviene nella stagione in corso, di 22 titoli per 150 rappresentazioni. Che cosa dovremmo imparare ancora? A investire di più nella musica. Riporto solo un paio di cifre: il budget per le sei orchestre e i teatri d’opera nella sola città di Berlino è tre volte quello di tutti i teatri italiani messi insieme. Il nostro Fus (Fondo unico per lo spettacolo) è sotto i 200 milioni di euro, per quattordici teatri; il budget di Berlino è di 500 milioni l’anno.

 

L'intervista integrale sarà pubblicata sul Messaggero di sant'Antonio di dicembre 2018
e
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Data di aggiornamento: 23 Novembre 2018
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