Fragilità. Fatica del vivere

Da soli e in corsa la vita è il farsi largo affannoso che conosciamo. Comportarsi come se tutto intorno a noi fosse (e lo è) fragile, vuol dire riconoscere la realtà. Essere fedeli alla verità di noi stessi.
20 Maggio 2019 | di

Che siamo fragili lo sappiamo. È il mondo che si rompe. I fiumi straripano, i vulcani esplodono, le piogge sono malspartite, qua portano devastazione là invece il cielo vuoto non accorda nulla alla sete della terra e i venti invece abbattono i boschi come un domino feroce e anche la neve, fulgente neve di paradiso, slitta giù senza grazia e travolge uomini e case.

Terra acqua fuoco aria. Tutto così elementare, tutto così naturale, ma non è vero che non si può fare nulla. Potremmo ma non facciamo, fragilità del nostro progettare e anche colpa, vera nostra colpa.

Colpa di costruire male per guadagnare, di sfruttare, spremere, dissanguare, sterminare anche, gli uomini come schiavi, e anche i bambini.

Sappiamo tutto. Di ogni continente conosciamo, per vederla tutti i giorni da qui a lì, il metro o i centimetri che ci separano da schermi di ogni tipo, conosciamo la friabilità dei malfatti dell’uomo che si aggiunge alla friabilità delle relazioni. Perché anche l’esistenza, come la terra, si squarcia.

È l’esperienza della rottura dei legami, anche quando sono buoni e accuditi. Le separazioni necessarie, perché non c’è il pane del presente o la speranza del futuro. Gli amori interrotti, troppa fatica, troppo piccole le case, cellette che la speculazione destina alle nostre vite strette da bisogni che non abbiamo, e così le riempiamo presto presto di oggetti prepotenti che chiedono spazio e accudimento, e se si discute non c’è luogo dove sciogliere la rabbia.

Come vivere così? Una vera battaglia, la vita. Piena di agguati. E infatti eccole le parole. Le metafore della guerra, retorica dello sforzo perché il più forte ce la fa. La vita come corsa, per cui bisogna arrivare al traguardo, superare gli ostacoli, difendersi dal raffreddore, sforzarsi di resistere, combattere la malattia, vincere la depressione, debellare un’infezione, dominare le paure, trionfare sul dolore, addirittura superare la notte. Perché superare? Si trascorre, si attraversa, si vive la notte come il giorno come la vita.

Fino all’ultimo la metafora dell’esistenza come corsa e come sforzo. Lottare lottare lottare. Che fatica.

Su tutto questo affanno c’è qualcosa di bellissimo nel Vangelo, una poesia. I gigli del campo che «non lavorano e non filano» (Mt 6,28) non rappresentano una sacra licenza di inerzia, sono un’ode di fiducia al Padre celeste «che li nutre» (Mt 6,26), ma soprattutto un inno alla libertà dall’affanno per cercare «prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Il resto, quel che ci serve, viene dato «in aggiunta». Liberi dalla corsa per poter esercitare la giustizia. Quanta fragilità della nostra vita viene dall’ingiustizia che scortica il mondo e gli uomini.

I gigli sono l’immagine potente dell’esistenza. I gigli sono, esistono, bellissimi. Noi siamo, esistiamo, bellissimi, parte di una vita in cui non siamo soli e gli altri, se andiamo alla velocità giusta per vederli e accorgerci di loro, sono come noi, gigli come noi.

Da soli e in corsa la vita è il farsi largo affannoso che conosciamo, dove tutto è intralcio e va falciato, e nessuno è felice. Comportarsi come se tutto intorno a noi fosse (lo è) fragile vuol dire riconoscere la realtà. A testa alta. Essere fedeli alla verità di noi.

 

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Data di aggiornamento: 20 Maggio 2019
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