Come Davide e Golia

Cronista di «la Repubblica», Federica Angeli vive sotto scorta dal 2013. Da quando, cioè, indagando su uno stabilimento balneare a Ostia, è entrata nel mirino della malavita. Le minacce di morte però non bastano a zittire la verità.
20 Agosto 2018 | di

Dentro di noi da qualche parte c’è il bambino che siamo stati, quello che la sera prima di dormire ascoltava le fiabe dalla voce dei familiari e ne aveva una preferita che voleva gli venisse raccontata sempre uguale, nello stesso modo, persino con le parole esatte. A Hollywood sanno che quel bambino esiste, ed è per lui che le trame dei film di successo sono meno di una decina e si ripetono sugli schermi con una costanza volutamente rassicurante. Ci sono le classiche storie d’amore, quelle dove i due amanti si cercano, ma qualcosa impedisce loro di stare insieme. Ci sono le grandi storie di guerra che, mentre raccontano gli eventi globali, contengono sempre piccole storie di individui che hanno innestato la loro vicenda negli sconvolgimenti della storia. Ci sono trame di amici improbabili che si mettono insieme per portare a termine una missione, ma anche trame dove l’eroe da solo deve sconfiggere i cattivi e salvare il mondo, la sua famiglia, la sua azienda o la sua vita. Storie di liberazione e storie di truffa, storie di sopravvivenza in condizioni estreme e storie di sfide a se stessi e ai propri demoni.

Una delle trame più popolari la potremmo ricondurre all’archetipo biblico «Davide sfida Golia»; questa storia vede un personaggio senza alcun potere sociale essere l’unico testimone di qualcosa di clamoroso e illegale e trovarsi a scegliere tra due alternative opposte: raccontarlo, rischiando la vita senza alcuna certezza di vedere il potentissimo colpevole condannato e la giustizia ristabilita, oppure tacere e salvare lo status quo e la sua stessa pelle. Sullo schermo il piccolo eroe armato solo della fionda della verità e della giustizia vince sempre contro il gigante infame dotato delle armi del denaro e del potere, e ci illude che nella realtà potremmo essere proprio noi a dare il meglio del nostro coraggio, se ci trovassimo nella situazione in cui dimostrare di averne può voler dire rischiare in proprio tutto quello che si ha.

Quando però si esce dallo schermo di un film e si entra nella nostra molto meno cinematografica provincia, ecco che l’aura gloriosa di Davide sembra spegnersi e i veri eroi del quotidiano, quelli che la sfida contro il potente si sono trovati – spesso loro malgrado – a farla sul serio, non hanno così tanti spettatori partecipi e non di rado si trovano isolati sul fronte di due battaglie: una per continuare a dire la verità scomoda che sanno e l’altra per non passare per i fessi che potevano vivere tranquilli invece di impicciarsi di qualcosa che non li riguardava. Il biasimo che circonda chi da testimone sceglie di parlare ha, infatti, una matrice di complicità: spesso le verità scomode sono già sotto gli occhi di tutti e chi parla non solo tocca gli interessi del potente, ma rivela anche la rete di silenzi e di codardia di cui quel potere fino a quel momento si è nutrito. «Chi te lo fa fare?».

Chissà quante volte se l’è sentita dire quest’ultima frase Federica Angeli dal giorno in cui – da cronista di «la Repubblica» – in un’estate del 2013 è entrata in uno stabilimento balneare di Ostia per fare un paio di domande ed è finita sequestrata per due ore, con la minaccia di ricevere una pallottola in testa. Il mestiere di fare domande è sempre rischioso, perché le risposte che trovi potrebbero non essere gradite a qualcuno, ma Federica – innamorata del suo lavoro e con alle spalle altre inchieste importanti – era determinata a capire come mai quello stabilimento fosse andato a fuoco così spesso prima di cambiare proprietario ed entrare sotto il controllo della famiglia Spada, il potente clan criminale ostiense. Davanti alla minaccia di morte, anziché rinunciare all’inchiesta per proteggere se stessa e i suoi tre figli, Federica Angeli ha sfoderato un coraggio per due: da cittadina è andata a denunciare e da giornalista ha continuato a raccontare. Il lavoro dei cronisti confina con quello degli inquirenti, ma in certi casi lo precede e lo innesca, ed è proprio così che è andata nel suo caso.

Da allora vive sotto scorta e non ha lasciato la sua città, nonostante non possa nemmeno uscire a prendere un gelato senza che qualcuno del clan si mostri per ricordarle che non è mai davvero al sicuro. Nonostante ciò, Federica Angeli in questi anni ha proseguito le sue inchieste, ha testimoniato ai processi contro la famiglia Spada e ha raccontato la sua esperienza in un libro speciale, A mano disarmata (Baldini+Castoldi), da leggere come un manuale di rigore umano e professionale. Non le piace la categoria dell’eroico: «Ho sempre pensato che dietro l’adulazione ci fosse una sorta di indolenza e che definirmi eroe fosse un modo per lavarsi la coscienza e deresponsabilizzarsi».

Nell’amarezza di queste parole c’è una verità triste: molti l’hanno sostenuta a parole e sui social network, ma al momento delle scelte e della responsabilità nemmeno il suo esempio è sembrato bastare per far trovare il coraggio di rompere il silenzio alle altre persone che sapevano e potevano testimoniare. Così, il giorno della prima udienza al processo Spada Federica si è trovata sola in tribunale, dove le altre vittime, spaventate dalle intimidazioni, non si sono nemmeno presentate. Federica ha fatto quello che fa sempre: ha preso la penna e ha scritto con rabbia e dolore che non esistono poteri forti. Esistono solo paure forti e forti solitudini ed è attraverso quelle che i criminali governano. Senza un «noi» in nome del quale ciascun Davide può prendere una fionda in mano, ogni nano può diventare Golia.

Data di aggiornamento: 20 Agosto 2018

1 comments

21 Agosto 2018
Magnifico articolo, donna coraggiosa
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di Paolo

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