«Chitària» o l’arte dell’atteggiarsi

Pullulano i personaggi che si atteggiano a esperti senza aver faticato per apprendere l’abbiccì del mestiere. Servono, piuttosto, maestri che incoraggino i giovani ad avere pazienza e costanza, unica via per raggiungere la soddisfazione della competenza.
25 Ottobre 2018 | di

Oggi vi invito a riflettere sui venditori di aria e di fumo. Ho coniato per questo articolo il neologismo «chitària» fondendo due parole, chitarra e aria. L’ho fatto perché voglio parlarvi di un curioso fenomeno musicale che raccoglie un buon numero di appassionati nel mondo, noto con l’espressione inglese air guitar, chitarra d’aria, «chitària».

Chi suona la «chitària» in realtà non ha tra le mani alcuno strumento ma finge di averlo e di suonarlo e si esibisce come un mimo accompagnato o meno da una base musicale o da un vero complesso. Esistono interi gruppi musicali, air bands, che si esibiscono senza strumenti fingendo di suonare e cantare, soprattutto nei generi Hard Rock, Heavy Metal e Punk.

Prima di scandalizzarvi per quello che potreste ritenere un facile espediente per evitare di imparare a suonare come si deve un vero strumento o a cantare un vero brano musicale, devo dirvi che non è affatto facile mimare trascinando all’entusiasmo folle di giovani come fanno i migliori artisti di questo genere. Basterebbe dare un’occhiata ai filmati del campionato mondiale di «chitària» che si tiene ogni anno in Finlandia, per vedere di cosa sono capaci questi mimi provenienti da ogni parte del mondo.

La domanda semmai è: ma perché ce ne parli? Perché pullulano i personaggi in ogni settore della vita pubblica e privata che si atteggiano a esperti di questo o di quello senza aver faticato per apprendere almeno l’abbiccì del mestiere. Parlano e si muovono con la stessa abilità e sicurezza dei maestri della «chitària» sopra descritti ma, mentre questi ultimi non fanno male a nessuno, quelli che si danno delle arie, soprattutto se personaggi di potere, le elargiscono al prossimo, strumentalizzandolo e piegandolo alla loro volontà, raccogliendo spesso, purtroppo, ammirazione e consensi.

Che un giovane sbuffi di fronte alla fatica e al tempo necessario per apprendere le basi di un mestiere, una professione, un’arte, è comprensibile. Che si illuda di saltare i passaggi fondamentali e tenti di atteggiarsi a esperto della materia prima del tempo è umano. Per questo ci sono, o dovrebbero esserci, i maestri che incoraggiano gli allievi ad avere la pazienza e la costanza per superare le fasi più noiose, ripetitive e grigie dell’apprendimento, unica via per raggiungere la soddisfazione impagabile della competenza.

Quello che mi preoccupa è la crescente diffusione e l’accettazione della falsa competenza di molti adulti che dimostrano la possibilità di avere successo mascherando l’incompetenza. Non vorrei proprio che i nostri figli crescessero nell’illusione che l’abito faccia il monaco. Riflettano sulle amare considerazioni che Giuseppe Prezzolini scriveva quasi un secolo fa sulle peggiori caratteristiche degli italiani: «Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle».

Data di aggiornamento: 25 Ottobre 2018
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